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L'allarme del giudice anticamorra Maresca: "Se torna il virus nelle carceri sarà liberi tutti" PDF Stampa
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Metropolis, 7 luglio 2020


"Errare è umano ma perseverare è diabolico". Una frase durissima. L'ennesimo sfogo. Un altro grido di dolore. Ancora un allarme. Il magistrato antimafia Catello Maresca, noto per le sue battaglie contro il clan dei Casalesi, non digerisce la nuova circolare del Dap, pubblicata lo scorso 30 giugno, nella quale, evidenzia anche sul web il sostituto procuratore della Corte di Appello di Napoli, è previsto "al primo posto, l'importanza "di proseguire, ove possibile, il percorso già avviato, di progressiva riduzione del sovraffollamento delle strutture" e all'ultimo "di favorire l'applicazione di misure alternative alla detenzione per tutte le persone che presentano gravi patologie che possono essere significativamente complicate dal Covid-19".

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Gherardo Colombo: "Anche tra i magistrati prevale l'opportunismo" PDF Stampa
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Il Dubbio, 7 luglio 2020


E sulle carceri Colombo non ha dubbi: "Costituisce solo vendetta: imbarbarisce, e crea rancore, e cioè disponibilità a commettere di nuovo reati". "Se la cultura generale è quella della convenienza di parte e dell'opportunismo, è ovvio che ne siano contagiati anche dei magistrati. Anche per loro, però, come per qualsiasi altra categoria, non farei di ogni erba un fascio".

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Udienze da remoto in via sperimentale fino al 31 ottobre PDF Stampa
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di Giovanni Negri


Il Sole 24 Ore, 7 luglio 2020

 

Ci sarà spazio fino al 1° novembre per la prosecuzione di alcune delle modalità di svolgimento dell'attività giudiziaria sperimentate in questa fase di emergenza sanitaria. A questo risultato punta l'emendamento approvato al decreto rilancio, che ne riscrive l'articolo 221. L'obiettivo è di provare a consolidare un'esperienza che ha dato, anche attraverso l'utilizzo in maniera assai più accentuato di tutte le modalità "da remoto", prove positive che sarebbero andate disperse e che in realtà si sono già in larga parte concluse con l'avvio, da luglio, della fase 3, di ritorno alle procedure abituali nello svolgimento della giurisdizione.

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Magistrato o avvocato, la selezione è severa. Nei paesi del Nord la toga è una "religione" PDF Stampa
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di Renato Luperini


Il Dubbio, 7 luglio 2020

 

Come si regolano inglesi e tedeschi, calvinisti o luterani che siano. La tesi di Max Weber su etica protestante e spirito capitalista ha fatto scrivere intere biblioteche. Potenza di un classico. È un accostamento geniale quello tra sfera religiosa e attività economica, due mondi che sembrano opposti, ma del resto se "la filosofia è la domenica della vita" come diceva un altro tedesco (e per giunta protestante) come Hegel, occorre trovare un equivalente per gli altri giorni della settimana. Il diritto è sicuramente materia da giorno feriale ma risente anch'esso della concezione religiosa del popolo che lo esprime.

Prendiamo un tema attualissimo, come la selezione dei magistrati e confrontiamo le differenti scelte di alcuni Paesi Europei. È singolare vedere come i criteri cambino a seconda della religione storicamente prevalente e della concezione del laico nella Chiesa. Il primo modello è quello dei Paesi anglosassoni, di cultura religiosa prevalentemente calvinista.

Qui i magistrati, esattamente come i pastori d'anime, non costituiscono una categoria a parte rispetto al laicato: vengono scelti, spesso su base elettorale, tra gli avvocati di maggiore età ed esperienza. Il magistrato non è il rivale dell'avvocato: è semplicemente un suo collega più anziano. Del resto il magistrato nei casi più importanti è solo un arbitro: a decidere la colpevolezza o l'innocenza nei processi più gravi è una giuria laica. Lo stesso avviene nelle Chiese riformate di tipo calvinista o metodista: il predicatore non ha un carisma diverso dai fedeli ; è semplicemente uno di loro che ha fatto uno studio teologico.

Il secondo modello è quello tedesco, dove notoriamente la religione prevalente è quella protestante luterana. L'errore di molti italiani è di fare dell'erba evangelica tutto un fascio e confondere calvinisti e luterani. Questi ultimi sono molto più vicini ai cattolici, tanto che il termine "protestanti" equivaleva a "cattolici dissidenti" almeno nei primi anni della loro esperienza.

Per i luterani il pastore ha un ruolo più spiccato e distinto dal popolo, pur facendone parte. Infatti in Germania la formazione di magistrati e avvocati è la stessa: escono tutti dal severissimo "secondo esame di diritto" (non si può provare più di due volte) e hanno una solidissima formazione teorica comune che li rende sostanzialmente equiparati, anche nella disposizione dei banchi in aula. È lo stesso sistema con cui in Germania si formano gli uomini di Chiesa: studi universitari selettivi e primato sul popolo fondato non sull'autorità o un carisma soprannaturale, ma sulla superiore conoscenza.

Hegel sul punto scrisse uno dei suoi ultimi discorsi, celebrando il trecentesimo anniversario della Confessione Augustana del 1530 che segnò l'inizio della Chiesa Luterana. Da noi i magistrati sono come i preti (nessuno si risenta da ambo le parti dell'accostamento). Prendono la toga (o la tonaca) da giovani e tendenzialmente per tutta la vita, sono selezionati per studi e condotta e costituiscono un ordine chiuso e ben separato dai laici che hanno il compito di ammaestrare e ammonire.

Ogni controllo esterno, specie da parte della componente del laicato più vivace e polemica (come è in ambito giudiziario l'avvocatura) li irrita e sconcerta: reclamano con forza la necessità di controlli esclusivamente interni, in virtù e in ragione di un ministero e di un carisma che viene loro dall'alto.

Curiosamente uno dei centri di formazione dei magistrati italiani era nei Castelli Romani a pochi chilometri dal bosco sacro di Ariccia dove Frazer ambienta il suo memorabile finale del "Ramo d'Oro", il saggio sul rapporto tra sacerdozio e magia nelle civiltà di ogni tempo. Chi si illude con sorteggi e riforme di cambiare la magistratura italiana sappia che si muove all'interno di un bosco sacro, pieno di spiriti arcani.

 
De Robert: "Il Tso per il Covid è lecito, ma si decida se con o senza arresto" PDF Stampa
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di Eleonora Martini


Il Manifesto, 7 luglio 2020

 

Il Tso, il trattamento sanitario obbligatorio, è una misura estrema, che fa giustamente paura: evoca violazione delle libertà personali e persino contenzione e violenza. Istituito nella nostra Repubblica dalla legge 180/78, al fine di salvaguardare la salute del malato psichico che non è consapevole delle proprie condizioni ed è dunque momentaneamente incapace di intendere e volere, il Tso è previsto dalla Costituzione (art. 32), che però lo subordina a eventuali disposizioni di leggi che affrontino i diversi ambiti sanitari. È regolato dagli articoli 33, 34 (nel caso della salute mentale) e 35 della riforma sanitaria, l. 833/78. Ma, come avveniva prima della legge Basaglia, si sono altri ambiti che prevedono il Tso a tutela, questa volta, della salute pubblica.

Nel caso delle malattie infettive e diffusive, come la tubercolosi, il trattamento è regolato dal testo unico delle leggi sanitarie (ex. art. 253 l. 1265/1934) che istituisce "l'obbligo di notifica, di visite preventive, di vaccinazione a scopo profilattico, di cura attuata mediante l'isolamento domiciliare, ricovero in reparti ospedalieri ecc.", come spiegano Michele Zagra e Antonina Argo in "Medicina legale orientata per problemi", pubblicato da Edra.

Nel saggio del 2018 i docenti ricordano che il Tso è previsto anche nel caso di malattie veneree in fase contagiosa "di cui all'art. 6 della legge n. 837 del 25/07/1956, per le quali si obbliga il paziente che rifiuta le cure a sottoporsi al trattamento radicale e alle altre misure idonee per evitare il contagio, incluso il ricovero ospedaliero fino alla scomparsa delle manifestazioni contagiose".

Eppure, l'intreccio di norme che regolano l'Accertamento e il Trattamento sanitario obbligatorio è talmente intrigato che perfino il ministro Speranza ha dato mandato ai tecnici del suo ufficio legislativo di studiare il quadro normativo per verificare se esiste la necessità di una nuova legge che imponga il Tso in casi di Covid conclamato e rifiuto della quarantena. Ma c'è anche chi si schiera assolutamente contro qualunque tipo di imposizione sanitaria, invocando semmai il ritorno alle sanzioni penali e confidando nella solita galera. In ogni caso, poiché si tratta di provvedimenti limitativi della libertà personale, ne abbiamo parlato con Daniela De Robert, componente del collegio del Garante nazionale diretto da Mauro Palma.

 

Secondo lei c'è bisogno di un intervento normativo, nel caso si volesse imporre il Tso per il Covid-19?

Qui bisogna fare chiarezza. Ci sono due tipi di Tso: con privazione della libertà e senza. Se si mette in gioco la libertà personale, come nel caso di un Tso psichiatrico, si entra nel campo dell'articolo 13 della Costituzione e quindi dei poteri dell'autorità giudiziaria. Ma ci sono Tso come le vaccinazioni che non prevedono privazioni di libertà personale. Quindi direi che il Tso è previsto in casi come questa pandemia in base all'articolo 33 della legge 833, ma bisogna decidere come attuarlo. Se si intende procedere con quarantena obbligatorio, con piantonamento del paziente, ecc. allora si tratta di un arresto per ragioni sanitarie e serve la convalida dell'autorità giudiziaria. Se invece al "positivo recalcitrante" si applica il Tso non coercitivo, un obbligo di dimora ma senza privazione della libertà, magari aumentando le multe o applicando contravvenzioni che finiscono sulla fedina penale, si entra nel campo dell'isolamento fiduciario basato sulla cosiddetta compliance (adesione al trattamento, ndr), che funziona meglio. Insomma, se si decide di farlo, va definito il come. Per il Garante è discriminante sapere se c'è o no privazione della libertà personale.

 

Nel caso ci fosse, sareste contrari?

In generale riteniamo che la privazione della libertà sia l'estrema misura, preferiamo sempre l'alternativa, se c'è. Nello spirito dell'art. 32 della Costituzione, il legislatore deve trovare il giusto equilibrio tra la tutela della salute collettiva e le libertà individuali.

 

E in questo caso particolare?

Si può trovare una modalità di trattamento obbligatorio ma non coercitivo. Si tratta di misure estreme e c'è il rischio di trasformare tutto in imposizione. Inoltre qui parliamo di un comportamento non molto diffuso, a quanto sembrerebbe.

 

C'è però chi chiede di applicare piuttosto sanzioni penali, ma di non toccare la libertà di cura o non cura. Lei cosa ne pensa?

Riguardo le sanzioni penali, di quale tipo di reato stiamo parlando? Nel caso di diffusione volontaria o colposa dell'epidemia il codice penale prevede già il reato. Di evasione? Non è contemplato neppure nei centri per migranti. E allora? In ogni caso non è possibile che tutte le soluzioni siano penali. Abbiamo carceri piene di persone che se fossero state intercettate prima dai servizi forse non sarebbero finite in carcere. Non possiamo trasformare ogni problema sociale in un reato. Inoltre, con i tempi della nostra giustizia cosa ne otteniamo? L'esigenza di tutelare la collettività oggi passerebbe in secondo piano, e rimarrebbe solo la punizione domani. Il carcere produce solo altri problemi, non è la bacchetta magica. Meglio il Tso oggi, semmai, se voglio garantire la salute di tutti.

 
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