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Roma. "Non siamo soli" PDF Stampa
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di Davide Dionisi


L'Osservatore Romano, 7 dicembre 2019

 

Presentata nella Casa di reclusione di Rebibbia la raccolta degli scritti dei detenuti. L'uomo contemporaneo è molto meno capace di sopportare la solitudine in una società che lo rende paradossalmente più solo. Figuriamoci in carcere, dove gli "affetti" rappresentano il legame mentale ed emotivo che unisce una persona alle altre e sono anche ciò che tiene assieme diverse parti e aspetti della persona dotandola di coerenza e di senso. Il tema della solitudine fa da sfondo alla raccolta degli scritti degli ospiti della Casa di reclusione di Rebibbia intitolata "Non siamo soli".

Si tratta della quinta pubblicazione curata da suor Emma Zordan, religiosa delle Adoratrici del Sangue di Cristo e volontaria nel carcere romano, ed evidenzia la difficoltà di sopravvivenza e il desiderio di amore di tanti ragazzi che ogni giorno lei stessa assiste e accompagna nel difficile cammino di redenzione e di reinserimento nel tessuto sociale. Una pubblicazione intimista che pone l'accento su un problema di grande attualità, non soltanto per chi vive dietro le sbarre.

"La solitudine è un vissuto complesso" ha detto il cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell'Aquila, rivolgendosi agli autori della pubblicazione che si sono ritrovati nel teatro del carcere per l'occasione. "Non bisogna identificare la solitudine fuori con la solitudine dentro. Si può essere soli fuori per circostanze particolari per cui vengono a mancare i contatti, ma dentro si ha la certezza di essere accompagnati, di essere vicini ad altri.

C'è la consapevolezza che la propria sorte è condivisa e questa è una consapevolezza fondamentale", ha spiegato il porporato, aggiungendo che "il problema è quando si è soli dentro anche quando non si è soli fuori. La solitudine dunque non è legata al regime detentivo e va sconfitta perché è una forma di asfissia. Si supera solo con la mobilitazione di tutti. Dobbiamo riscoprire l'arte di vivere insieme". Esiste dunque il pericolo che la solitudine possa diventare (e in alcuni casi lo diventa) una patologia che presenta persone che non riescono più a emozionarsi, ad avere passioni. E per passioni intendiamo soprattutto attaccamento a un'idea, un progetto, un gruppo di appartenenza e, non ultimo, alla propria personalità.

Una sorta di "depersonalizzazione" con la conseguente perdita di contatto con il quotidiano. Patologia che ha un evidente riscontro anche nella realtà "fuori" con la tossicodipendenza, la violenza, l'insopportabilità per i limiti, la delinquenza.

"La cosa più dura è entrare in carcere, o uscire, senza mai nessuno che dica: Ciao, come stai?", ripetono spesso gli ospiti che abbiamo incontrato. Proprio perché cresce sempre più l'isolamento a causa dell'abbandono di parenti e amici. Suor Emma conosce i sentimenti di chi vive in questo moderno lazzaretto e interpreta il ruolo del volontario partendo da una diversa angolatura.

"Questi ragazzi hanno dimostrato di sapersi aprire, hanno scritto cose che non avrebbero mai detto. Gran parte dell'opinione pubblica ritiene che il carcere abbrutisca. Invece io penso che esperienze come queste gratificano. Continuo a misurami con loro ogni giorno e, devo confessare, che mi rendono più buona, capace di accogliere e di relazionarmi meglio anche in comunità". Suor Emma sa bene che il suo lavoro quotidiano è cambiato negli anni e che l'attenzione si è spostata su difficoltà personali che derivano dal contesto sociale di provenienza.

E le sue iniziative diventano il luogo nel quale la persona può ritrovare quelle lacune che si porta dietro sin dall'infanzia. È un lavoro difficile e complesso che tende a rivalutare l'uomo o la donna che ha sbagliato anche attraverso un riavvicinamento alla cultura e, nello specifico, alla scrittura.

Secondo la direttrice della casa di reclusione di Rebibbia, Nadia Cersosimo, "È un veicolo importante, è un modo per far uscire fuori tanti sentimenti, tante riflessioni che in carcere a volte assumono un valore diverso ed è fondamentale che ci sia una proposizione all'esterno di questi scritti perché non solo serve come forma epurativa per i nostri detenuti, ma serve anche a far conoscere quanto di bene all'interno c'è".

Per la direttrice "mettere su un foglio bianco determinate parole è terapeutico, è una forma utile a chi vive ristretto della libertà personale". L'obiettivo è dunque ambizioso: far conoscere a tutti le sfumature della sofferenza per dire che esiste un disagio che punge il cuore del detenuto, la solitudine appunto, e che questo disagio va superato facendo rete, coinvolgendo chi è fuori, aprendo a un progetto di community care.

Ovvero a un tipo di assistenza che non sia solo tecnico funzionale, ma concorra a risolvere la solitudine esistenziale e sociale, offrendo sostegno psicologico e consentendo un ampio margine di autonomia a chi è stato privato della libertà. Non facendo leva solo sulla rete formale (istituzioni), ma anche su quella informale, che si avvale del supporto particolare del volontariato e integri la famiglia o la sostituisca quando è scomparsa.

Per monsignor Dario Edoardo Viganò, vice cancelliere delle Pontificie Accademie delle scienze, che ha introdotto la giornata con una riflessione sulla preghiera del Padre nostro, "in una casa di reclusione, imparando a farsi carico l'uno dei pesi dell'altro, l'uno i peccati e i reati dell'altro, si intraprende la grammatica del perdono e proprio per questo si è in grado di aprire il cuore all'amore misericordioso del Padre".

E infine loro, i protagonisti che non hanno fatto mancare la loro testimonianza, rinnovando l'impegno per una sesta edizione già in cantiere. "Suor Emma ci ha dato l'opportunità di manifestare quelli che sono i nostri pensieri, gli umori che ci accompagno in questi anni di detenzione. È un esercizio che ci fa bene perché rinnova in noi sensazioni che non siamo più abituati a provare e ci ridà speranza", ha detto Danilo. In un'epoca in cui si sono annullate le distanze geografiche con la velocità della tecnologia, si sono ampliate quelle "umane". Leggere raccolte di scritti come queste è un po' fare compagnia a chi li ha composti facendoli sentire meno soli.

 
Alessandria. Il Festival delle arti recluse PDF Stampa
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oggicronaca.it, 7 dicembre 2019


Partito venerdì 6 dicembre, ad Alessandria, il Festival delle Arti Recluse. Il Festival, organizzato da Ics Onlus, con l'Istituto Penitenziario "Cantiello e Gaeta", nasce con l'intento di presentare alla città le opere e le esperienze in campo artistico realizzate dai detenuti nelle carceri di Alessandria nell'ambito dei vari laboratori artistici, teatrali e culturali, che vedono la collaborazione di artisti e volontari del territorio.

L'iniziativa, quest'anno alla seconda edizione, presenta un programma fittissimo di eventi che avranno come centro nevralgico Palazzo Cuttica. Le associazioni del territorio con le quali gli organizzatori sono riusciti a fare rete sono Uepe di Alessandria, Il Cantastorie, Coompany & Coperativa Sociale, Odv Betel, Libreria Libraccio, Isses SocialWood, Unione Induista Italiana, Il Grappolo di Libri, Passodopopasso, APS Paper Street con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, Comune di Brescia, Csva Asti Alessandria.

Fondamentale è la partecipazione attiva della scuola con il protocollo d'intesa firmato dall'Istituto Penitenziario "Cantiello e Gaeta" con ICS Onlus e l'Ufficio Scolastico Regionale ambito di Alessandria e Asti, grazie al quale moltissimi giovani del triennio finale della provincia visiteranno il carcere come percorso di educazione alla legalità e alla cittadinanza, come ribadito durante la riunione della commissione dalla Direttrice del Carcere Elena Lombardi Vallauri che tiene molto a queste iniziative, anche per l'impatto positivo sulla motivazione e lì'impegno dei detenuti.

L'I.S.S. Saluzzo Plana, inoltre, grazie al Dirigente Roberto Grenna, supporta attivamente il Festival e ospita diversi eventi, come quello attesissimo del 13 dicembre, durante il quale Mario Calabresi presenterà il suo libro "La mattina dopo" agli studenti e al pomeriggio ai collaboratori di Giustizia presso la Casa di Reclusione di San Michele. Non mancano eventi di formazione specifica per i docenti all'interno del Festival gestiti dal Cesp con la presenza della Referente nazionale Anna Grazia Stammati.

Artiviamoci evoca l'arte, come volano per il futuro e collegamento tra la città il carcere e le istituzioni culturali. Grazie al fondamentale contributo dell'Azienda Culturale Costruire Insieme e di Cristina Antoni le opere realizzate durante i laboratori che si tengono in carcere saranno esposte presso il "Salotto di Alessandria" ovvero Palazzo Cuttica, con l'inaugurazione il 6 dicembre alle ore 11. Interverranno le autorità cittadine e i partner del Festival che si ritroveranno nell'adiacente Auditorium del Conservatorio "A. Vivaldi".

I laboratori artistici nascono con una finalità risocializzante e con il sogno di poter aprire anche eventuali prospettive lavorative. Il Festival segnala committenze quali l'Ospedale Infantile e Marco Bagliano, giovane imprenditore che ha deciso di arricchire la sua Sala Funeraria di Alessandria proprio con una di queste opere, diventando a pieno titolo "main sponsor" del Festival.

"Consideriamo le due case di reclusione come quartieri di Alessandria ed è per questo che vorremmo portare l'arte ai cittadini e viceversa con questo Festival che vedrà anche la partecipazione di almeno cento persone "esterne" alla serata teatrale e musicale che si terrà il 6 dicembre presso la Casa di Reclusione di San Michele" ha affermato il Vicepresidente Ics Onlus Giovanni Mercurio. Infine, di particolare rilievo sarà anche il convegno "Il dialogo e le sue interpretazioni" che si terrà presso l'Università di Alessandria l'11 dicembre alle 11,00 e che ha per tema proprio la realizzazione concreta di esecuzione pene alternative per i detenuti in articolo 21 al fine di un percorso altamente risocializzante.

Il Festival delle Arti Recluse, Artiviamoci, che vede la collaborazione di oltre 80 persone a titolo completamente volontario, inizia con un pre festival il 29 novembre presso la libreria Il Libraccio con la lettura di racconti scritti dai detenuti e poi l'inaugurazione della mostra di ritratti, realizzati a quattro mani da Massimo Orsi con i detenuti, presso il pub Di Noi Tre.

Si concluderà con una cena conviviale presso la Ristorazione Sociale il 13 dicembre alle 20,00 con musica del duo M.I.L.F. alla quale si invita la cittadinanza a partecipare, prenotandosi al numero 3292329806. Oltre al presidente Carmine Passalacqua e ai consiglieri, erano presenti alla Commissione il referente del Progetto Artiviamoci di ICS Onlus Pietro Rodolfo Sacchi, il vicepresidente iCS Onlus Giovanni Mercurio, docente I.S.S. Saluzzo Plana, la direttrice dell'Istituto Penitenziario di Alessandria, Elena Lombardi Vallauri, Cristina Antoni per l'Azienda Culturale Costruire Insieme, Paola Debernardi, volontaria del progetto Collaboratori di Giustizia e lo sponsor Marco Bagliano della Casa Funeraria di Alessandria oltre a Valentina Piacentini, responsabile per la comunicazione ICS Onlus e docente dell'I.S.S. Saluzzo Plana.

 
Novara. Detenuti e figli in campo insieme oggi al carcere PDF Stampa
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novaranetweek.it, 7 dicembre 2019


Detenuti e figli saranno protagonisti di una partita entusiasmante al carcere di Novara quest'oggi sabato 7 dicembre. Anche il penitenziario di Novara aderisce alla campagna lanciata da Bambinisenzasbarre onlus. Sono 68 gli istituti italiani che partecipano al progetto nel mese di dicembre. Grazie a questa iniziativa i detenuti potranno giocare una partita a calcio con i loro figli, condividendo un momento di normalità e vicinanza nonostante la detenzione. Fino al 28 dicembre, inoltre, sarà attiva anche la campagna di raccolta fondi con numero solidale 45594 a sostegno delle attività che Bambinisenzasbarre organizza nelle carceri italiane per difendere i diritti dei figli dei detenuti e combattere l'emarginazione e lo stigma a cui sono soggetti.

Al fianco dei bambini con un papà dietro le sbarre - "Tutti i bambini sono uguali - dicono dalla onlus - anche i 100mila bambini che hanno la mamma o il papà in carcere e per questo vengono emarginati e stigmatizzati. Ciò significa anche che ci sono 100mila figli che, a causa del distacco dovuto alla detenzione, corrono un alto rischio di interrompere il legame affettivo con il proprio genitore, fondamentale strumento di protezione e prevenzione per contrastare fenomeni di abbandono scolastico, disoccupazione, disagio sociale, illegalità e detenzione. Si stima infatti che, senza un'adeguata tutela della relazione con il genitore, il 30% dei figli di detenuti sia a rischio di diventare detenuto a sua volta (Federazione dei Relais Enfants Parents, Parigi)".

L'idea dello Spazio Giallo - Lo Spazio Giallo è un sistema di accoglienza pensato per i bambini che entrano in carcere per trascorrere del tempo con il genitore detenuto, un luogo fisico destinato all'attesa dell'incontro insieme a operatori formati che accompagnano i bambini e le famiglie nell'esperienza della detenzione. L'ingresso in un penitenziario, luogo estraneo e perturbante, può essere un'esperienza traumatica per i bambini se non viene resa comprensibile con l'aiuto degli adulti di riferimento (familiari, insegnanti, ecc.), che invece tendono spesso a costruire dei tabù a causa del pregiudizio sociale e del rischio di emarginazione sociale (a scuola, nel quartiere, nello sport). I bambini, attraverso strumenti di comunicazione non verbale come il gioco e il disegno, e i genitori, attraverso i "gruppi di parola", vengono aiutati a esprimere le emozioni e le preoccupazioni legate al complesso periodo di vita che stanno attraversando; a condividere il momento con altre famiglie nella stessa situazione; ad affrontare con maggiori strumenti di consapevolezza il tempo complesso della detenzione.

 
Prato. Metti una sera a cena... in carcere PDF Stampa
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tvprato.it, 7 dicembre 2019


Alla Dogaia serata d'eccezione con i detenuti chef e camerieri della alberghiera. È stato un evento originale e ben riuscito quello andato in scena alla Dogaia con i detenuti impegnati come chef e camerieri in sala. L'iniziativa si chiama "Cucine aperte" e ha rappresentato il primo appuntamento di un accordo di rete promosso da Caritas diocesana, istituto alberghiero Datini e la struttura carceraria in collaborazione con la Provincia di Prato e la sezione dei soci pratesi di Unicoop Firenze. Tutti insieme nel 2017 hanno dato vita al progetto "Cucina galeotta" con l'intento di rendere il carcere non soltanto una realtà meno anonima ma di trasformarlo in risorsa per coloro che hanno commesso degli errori. "Imparare un mestiere, acquistare consapevolezza di essere in grado di lavorare e lavorare bene diventa così un segnale di rinascita, anche per chi è detenuto", osserva Rodolfo Giusti, referente Caritas del progetto.

Cannolo di pasta fritta ripieno alla mousse di mortadella di Prato, sformatino di carciofi su crema di pecorino toscano, tartara di manzo alla senape. Questi erano gli antipasti, poi due primi, un secondo, il dolce e vini, il tutto preparato dall'associazione Cuochi Pratesi, dagli insegnanti del corso alberghiero in carcere e gli allievi carcerati che frequentano il terzo anno. Poi c'è stata una accoglienza in sala all'altezza del menù, curata sempre dai detenuti guidati dai loro insegnanti. Il vino è stato somministrato sotto la guida dell'associazione italiana sommelier, delegazione di Prato. Una cena di alto livello dunque, alla quale hanno partecipato 64 persone, fra queste un gruppo consistente del Lions club Prato Centro e una folta rappresentanza dei soci Coop. Presente anche il presidente della Provincia Francesco Puggelli, a nome di tutte le istituzioni cittadine, il direttore del carcere Vincenzo Tedeschi, la comandante Barbara D'Orefice e Luigi Mezzacapo dell'ufficio attività. "È stato bello vedere come gli allievi detenuti siano stati professionali nel loro ruolo di cuochi e camerieri - dice ancora Rodolfo Giusti -, una operosità la loro che ha suscitato espressioni come: "oggi mi sono sentito non carcerato".

Particolarmente emozionante è stato il momento finale dei ringraziamenti, dove è stato possibile scambiare considerazioni e emozioni. "Nei detenuti allievi è emersa la consapevolezza che il percorso scolastico che stanno facendo potrà essere per loro una preziosa risorsa da sfruttare al momento dell'uscita dal regime carcerario, sempre di più le statistiche dimostrano infatti che chi ha la possibilità di fare percorsi rieducativi prima dell'uscita definitiva, difficilmente ritorna a delinquere", conclude Rodolfo Giusti. Nei giorni scorsi Caritas ha presentato il progetto Confezione, attraverso il quale nel carcere della Dogaia verrà aperta una azienda di confezioni dove saranno impiegati detenuti a fine pena.

 
Caso WikiLeaks. "Liberate Assange": in gioco c'è il diritto a essere informati PDF Stampa
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Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2019


Giulian Assange, fondatore ed editore di WikiLeaks, è attualmente detenuto nel carcere di alta sicurezza di Belmarsh, nel Regno Unito, in attesa di essere estradato e poi processato negli Stati Uniti in base all'Espionage Act. Assange rischia una condanna al75 anni di prigione per avere contribuito a rendere pubblici documenti militari statunitensi relativi alle guerre in Afghanistan e Iraq e una raccolta di cablogrammi del Dipartimento di Stato Usa.

I War Diaries hanno provato che il governo statunitense ha ingannato l'opinione pubblica sulle proprie attività in Afghanistan e Iraq e lì vi ha commesso crimini di guerra. WikiLeaks ha collaborato con un grande numero di media in tutto il mondo, media che hanno pubblicato a loro volta i War Diaries e i cablogrammi del Dipartimento di Stato Usa. L'azione legale promossa contro Assange, dunque, rappresenta un precedente estremamente pericoloso per i giornalisti, per i mezzi di informazione e per la libertà di stampa.

Noi, giornalisti e associazioni giornalistiche di tutto il mondo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per la sorte di Assange, per la sua detenzione e le pesantissime accuse di spionaggio che gli vengono mosse. Il suo caso è centrale per il principio della libertà di espressione. Se il governo statunitense può perseguire Assange per avere pubblicato documenti segreti, in futuro i governi potranno perseguire ogni giornalista: si tratta di un precedente pericoloso per la libertà di stampa a livello planetario. Inoltre, l'accusa di spionaggio contro chi pubblichi documenti forniti da whistleblower è una prima assoluta che dovrebbe inquietare ogni giornalista e ogni editore.

In una democrazia, i giornalisti devono poter rivelare crimini di guerra e casi di tortura senza il rischio di finire in prigione. Questo è il ruolo dei mass media in una democrazia. L'utilizzo da parte di governi contro giornalisti ed editori di leggi che perseguono lo spionaggio, li privano del loro più importante argomento di difesa - l'avere agito nel pubblico interesse - un argomento non previsto dalle leggi contro lo spionaggio. Prima di essere imprigionato nel carcere di Belmarsh, era agli arresti domiciliari e sette anni all'interno dell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, dove gli era stato riconosciuto l'asilo politico.

In questo tempo, sono stati violati i suoi più essenziali diritti: basti pensare che è stato spiato durante conversazioni confidenziali con i suoi legali da organizzazioni alle dirette dipendenze dei servizi Usa. I giornalisti che, in questi anni, si sono recati a visitarlo sono stati sottoposti cuna sorveglianza invasiva. Assange ha subito restrizioni nell'accesso all'assistenza legale e alle cure mediche, è stato privato dell'esercizio fisico e dell'esposizione alla luce del sole.

Nell'aprile 2019, il governo Moreno ha permesso alla polizia britannica di entrare nell'ambasciata per arrestarlo. Da allora, Assange è detenuto in regime di isolamento per 23 ore al giorno e, secondo la testimonianza di chi lo ha potuto incontrare, è "fortemente sedato".

Le sue condizioni fisiche e psichiche nel tempo sono nettamente peggiorate. Già nel 2015 il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite (Glda) ha stabilito che Assange era detenuto e privato della libertà in modo arbitrario, ha chiesto che fosse liberato e gli fosse versato un risarcimento. Nel maggio del 2019 il Glda ha ribadito le sue preoccupazioni e la richiesta che Assange sia rimesso in libertà. Riteniamo i governi di Usa, Regno Unito, Ecuador e Svezia responsabili delle violazioni dei diritti umani di cui Julian Assange è vittima.

Assange ha dato un contributo straordinario al giornalismo, alla trasparenza e ha permesso di richiamare i governi alle loro responsabilità. È stato preso di mira e perseguitato per avere diffuso informazioni che non avrebbero mai dovuto essere celate all'opinione pubblica. (...) Le informazioni fornite da Assange sulle violazioni dei diritti umani e sui crimini di guerra sono di importanza storica, al pari delle rivelazioni dei whistleblower Edward Snowden, Chelsea Manning e Reality Winner, che oggi sono in esilio o in prigione.

Contro tutti loro sono state lanciate campagne diffamatorie che spesso si sono tradotte sui media in informazioni errate e in un'attenzione insufficiente alle difficili condizioni in cui si trovano. L'abuso sistematico dei diritti di Julian Assange negli ultimi nove anni è stato sottolineato dal Committee to Protect Journalists, dalla Federazione Internazionale dei giornalisti e dalle più importanti organizzazioni di difesa dei diritti umani. Eppure nei media c'è stata una pericolosa tendenza a considerare normale il modo in cui è stato trattato.

L'inviato speciale delle Nazioni Unite contro la tortura, Nils Melzer, dopo avere indagato il caso ha scritto: "Per finire, mi sono reso conto che ero stato accecato dalla propaganda e che Assange è stato sistematicamente denigrato per distogliere l'attenzione dai crimini che ha denunciato. Una volta spogliato della sua umanità tramite l'isolamento, la diffamazione e la derisione, come si faceva con le streghe bruciate sui roghi, è stato facile privarlo dei suoi diritti più fondamentali senza suscitare l'indignazione dell'opinione pubblica mondiale.

In questo modo, grazie alla nostra stessa compiacenza, si sta stabilendo un precedente che in futuro potrà e sarà applicato anche dinanzi a rivelazioni pubblicate dal Guardian, dal New York Times e da Abc News. (..) In vent'anni di attività a contatto con vittime di guerra, violenza e persecuzione politica, non ho mai visto un gruppo di Paesi democratici in combutta per deliberatamente isolare, demonizzare e violare i diritti di un singolo individuo così a lungo e con così poca considerazione per la dignità umana e lo Stato di diritto".

Nel novembre del 2019, Melzer ha raccomandato di impedire l'estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti e di rimetterlo al più presto in libertà. (...) Nel 1898 lo scrittore francese Emile Zola scrisse la lettera aperta "J'accuse...!" per denunciare l'ingiusta condanna all'ergastolo per spionaggio dell'ufficiale Alfred Dreyfus. La presa di posizione di Zola è entrata nella storia e ancora oggi simboleggia il dovere di battersi contro gli errori giudiziari e di mettere i potenti dinanzi alle loro responsabilità.

Questo dovere vale ancora oggi, mentre Julian Assange è preso di mira dai governi e deve fare fronte a 17 capi di imputazione in base all'Espionage Act statunitense, una legge vecchia più di cento anni. Come giornalisti e associazioni giornalistiche che credono nei diritti umani, nella libertà di informazione e nel diritto della pubblica opinione di conoscere la verità, chiediamo l'immediata liberazione di Julian Assange.

Esortiamo i nostri governi, tutte le agenzie nazionali e internazionali e i nostri colleghi giornalisti a chiedere la fine della campagna scatenata contro di lui per avere rivelato dei crimini di guerra. Esortiamo i nostri colleghi giornalisti a informare il pubblico in modo accurato sugli abusi dei diritti umani da lui subìti. (...) Tempi pericolosi richiedono un giornalismo senza paura.

 

*Appello sottoscritto da 200 giornalisti

 
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