Giovedì 09 Luglio 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Pisa. Lettere "dannate" e rap dei detenuti, termina il corso teatrale in carcere PDF Stampa
Condividi

gonews.it, 8 luglio 2020


Si è concluso il corso annuale della Scuola di teatro Don Bosco, a cura della Compagnia I Sacchi di Sabbia, realizzato grazie al contributo di Fondazione Pisa e Regione Toscana. Il Covid19 non ha fermato questo momento importante per la cultura e rieducazione all'interno dell'Istituto ed anzi, è andato in controtendenza rispetto al susseguirsi di lezioni, seminari e tutorial tutti rigorosamente on line. Il corso ha rispolverato la carta, il cartaceo, le epistole, le lettere.

Il team di docenti Francesca Censi, Gabriele Carli, Letizia Giuliani, Carla Buscemi, Davide Barbafiera ha elaborato materiali da inviare periodicamente ai detenuti in forma epistolare. E' nato così il progetto "Lettere dannate": a partire dalle storie dei personaggi della Divina Commedia, si è creato uno scambio di spunti e suggestioni drammaturgiche, in forma di epistola cartacea, decisamente desueta ai nostri tempi.

Attraverso le lettere, i detenuti allievi hanno ricevuto materiali elaborati in forma di dialoghi o monologhi o racconti delle storie dei personaggi della Divina Commedia: ad ogni elaborato gli allievi potevano rispondere con commenti suggestioni e disegni, inerenti alla storia del personaggio in oggetto. Le "missive" inviate ai detenuti su cui hanno lavorato sono state 15. Alle stesse, gli aspiranti attori hanno risposto con commenti, domande e disegni. Tutto il materiale prodotto in questo periodo è divenuto materia di studio teatrale quando a partire da giugno è stata avviata la didattica a distanza, questa volta avvenuta col supporto del web. Le lezioni, della durata di due ore ciascuna, si sono tenute a cadenza bi-settimanale sino alla interruzione estiva.

ùLa prima parte dell'anno (settembre - dicembre 2019) ha visto i detenuti allievi della Scuola di teatro impegnati nello studio del linguaggio poetico sui testi della poetessa Alda Merini: attraverso lo studio della dizione, dell'impostazione vocale e dell'improvvisazione fisica sulle immagini suggerite dai versi, si è costruito un breve spettacolo di poesia rappresentato con successo da un gruppo di detenuti allievi in occasione del meeting Ti insegnerò a volare organizzato dall'Opera Cardinal Maffi di Pisa, presso il Park Hotel di Tirrenia il 18 ottobre 2019. In seguito, nei mesi di novembre, dicembre 2019 e gennaio 2020 il laboratorio di teatro si è impegnato nello studio e nella messa in scena del testo teatrale In alto mare di Mrozek. Durante questo periodo gli allievi detenuti hanno potuto fruire, oltre che delle docenze solitamente previste per le materie di teatro, delle lezioni di un docente di musica e ritmica vocale, Davide Barbafiera dei Campos, che ha lavorato con loro sul linguaggio rap e le sue possibili declinazioni e utilizzo nella messa in scena teatrale del testo in oggetto. Lo spettacolo, frutto di questo periodo di lavoro, avrebbe dovuto essere rappresentato il 27 marzo 2020, in occasione della giornata nazionale di teatro in carcere, ma l'emergenza sanitaria provocata dal Covid 19 ha imposto una brusca interruzione.

 
In Italia la vera condanna è leggere PDF Stampa
Condividi

di Antonio Gurrado


Il Foglio, 8 luglio 2020

 

Venti detenuti della casa circondariale di Secondigliano sono stati indotti ad affrontare "Il visconte

dimezzato" di Calvino. Il sottinteso è che non possa essere concepita come un'attività piacevole.

Chi si macchia di reati sessuali potrà essere condannato a leggere Calvino; e non Calvino nel senso del tetro moralista Giovanni, di cinquecentesca memoria, bensì il più gioioso e dilettevole Italo. È stato il caso di venti detenuti della casa circondariale di Secondigliano, i quali, di età variabile fra i venticinque e i sessant'anni ma accomunati dalla fattispecie di reato, nei mesi scorsi sono stati indotti a formare un gruppo di lettura in cui analizzare e sceverare "Il visconte dimezzato"; esperienza che adesso raccontano in un libro scritto a quaranta mani.

Inutile dire che l'iniziativa è stata presentata come occasione di lavoro su sé stessi, dovuta alla consueta illusione che leggere renda migliori; è tuttavia inutile anche dire che il sottinteso è sempre e solo la concezione punitiva che l'Italia ha della lettura e della cultura in genere, talché leggere un libro o andare a teatro o ascoltare Haydn non viene mai concepito come piacere di per sé, fine a sé stesso, ma sempre come occasione per emendarsi e dunque strumento penitenziale. Vabbe'.

Del resto già duecentocinquant'anni fa, se non erro, Federico II di Prussia aveva avuto l'idea di condannare uno stupratore a leggersi le ponderose opere dei gesuiti Molina e Sanchez; provateci anche voi, il "De sancto matrimonii sacramento" è un mattone casuistico che vi farà rimpiangere qualsiasi cosa abbiate fatto e impetrare perdono anche se siete innocenti. Alla fine con Calvino (Italo) va ancora bene; già si può fantasticare su un futuro in cui i malviventi si redimano per timore di dover poi commentare Verga, parafrasare Tasso o (i più incalliti) leggere Saviano. Resterebbe solo da stabilire quale colpa immane debba gravare su chi, poi, leggerà i libri che i condannati scriveranno sulla propria esperienza di lettori.

 
Piccola posta PDF Stampa
Condividi

di Adriano Sofri


Il Foglio, 8 luglio 2020

 

Nella notte fra sabato e domenica - da mezzanotte all'una, orario avanzato ma elegante - è stato trasmesso da Rai 3 un documentario sulle donne carcerate nelle prigioni di Salerno-Fuorni e di Pozzuoli. Titolo: Caine (femminile plurale di Caino, perché qualcuno non lo pronunci direttamente in inglese) autrice Amalia De Simone con la cantautrice Assia Fiorillo, e la collaborazione della giornalista Simona Petricciuolo.

E, va aggiunto, delle direzioni del carcere. Molto bello, rivelatore, sconvolgente e incoraggiante, anche per chi, come me, si illude di conoscere la materia. La prigione femminile si mostra a prima vista simile a quella maschile - "la galera è sempre galera", le suppellettili, le umiliazioni, sono quelle - ed è tutta un'altra cosa. Continuo a trovare incredibile la disattenzione ostinata alla differenza fra donne e uomini come si manifesta nella criminalità. La quota di donne carcerate, in Italia per esempio, oscilla attorno al 4 per cento.

La metà del cielo ha un deficit del 46 per cento per toccare la parità. Forse solo nei grandi Consigli di amministrazione c'è una sproporzione paragonabile, e il confronto porterebbe lontano. Amalia De Simone è una videoreporter napoletana, 46 anni, che ha lavorato per una quantità di destinazioni, soprattutto per il Corriere.it, per la Rai e la Reuters, ha avuto una storia professionale avventurosa perché è una temeraria pescatrice nel torbido, e perché torbidi committenti e personaggi pescati l'hanno temerariamente querelata una quantità di volte. Finché nel 2017 il presidente Mattarella non ha deciso motu proprio di farla cavaliere al merito della Repubblica italiana per "il suo coraggioso impegno di denuncia di attività criminali attraverso complesse indagini giornalistiche".

Fin qui le notizie minime su lei (blog: amaliadesimone.com) che un po' sapevo, un po' ho cercato dopo aver visto con emozione "Caine". Ufficialmente l'abbiamo guardato in 254 mila: gli altri milioni troveranno il modo di recuperare. Voglio citare solo la frase di una giovane detenuta, che mi ha colpito benché scorresse con una sua ovvietà, e mi dispiace di non mostrarvela con la faccia che la pronunciava.

La giovane raccontava tutti i tentativi che aveva fatto per venire a capo della cosa, della vita, invano - Potevo fare questo, ma poi..., potevo fare quest'altro, ma a che sarebbe servito... - e in cima a quell'elenco diceva: "Mi potevo uccidere, ma che mm'accidev'a ffa'?" Che anche uccidersi rientrasse nel novero delle strade tentate sperando di risalire una china, e fosse scartato per inutilità, ecco un'idea notevole. Mi uccido, va bene, ma poi? L'ho detto, c'era dell'ottimismo in quella disperazione. A quel punto, l'unica era vivere.

 
Lockdown, l'acuirsi delle diseguaglianze e i rimedi del welfare PDF Stampa
Condividi

di Tamar Pitch e Grazia Zuffa


Il Manifesto, 8 luglio 2020

 

Covid 19 circola ancora, in Italia e ancor più nel resto del mondo. Ciò significa che, come si dice, dovremo conviverci a lungo, e non si può escludere che, laddove si rinvengano focolai di contagio, si ritorni a misure più restrittive come il lockdown, magari a livello locale. Di qui la necessità che i governi locali e nazionali traggano dall'esperienza tragica appena vissuta alcune lezioni di fondo. Questo è lo spirito che anima il parere emesso dal Cnb lo scorso maggio, dove si mettono in luce non solo i danni della pandemia, ma anche le conseguenze indesiderate delle misure prese per combatterla (Parere del 28 maggio 2020).

L'effetto più grave è stato l'approfondirsi di disuguaglianze lungo le linee del genere, della classe sociale, dell'età, e anche di quelle etniche e di "razza" (nel caso per esempio delle persone Rom e Sinti o dei e delle richiedenti asilo rinchiuse nei cosiddetti centri di accoglienza). Sempre più ci si rende conto che "la salute innanzitutto" è obbiettivo più complesso di quanto si sia voluto far credere, che non può essere schiacciato solo sulla difesa dal virus; e che la dicotomia fra salute e economia è ingannevole.

Come scrivono alcuni studiosi (The Lancet, vol.396, July 4th, 21), se per i benestanti la recessione significa taglio di ricchezza, per i poveri implica taglio dei mezzi di sussistenza. Proprio dall'ottica dei più vulnerabili risalta la necessità di considerare le tante facce della salute, tra queste un adeguato accesso a risorse economiche sociali e culturali. Insomma, "siamo sulla stessa barca" è vero solo se con "barca" intendiamo il pianeta che condividiamo con gli altri esseri umani e tutti i viventi, ciò che richiederebbe un'assunzione collettiva e individuale di responsabilità nel prendersene cura.

Altrimenti, nella tempesta i primi ad annegare sono i più vulnerabili, che hanno una barca inadeguata al tifone o non ce l'hanno affatto. Molti sono i gruppi che hanno pagato e stanno pagando i costi più alti della pandemia e del lockdown. Oltre alla strage di anziani e anziane nelle Rsa, oltre a quelli e quelle che hanno continuato a lavorare (44.000 i contagiati tra i lavoratori, secondo l'Inail), ci sono i bambini e le bambine, privati della scuola e dei contatti con i coetanei, i malati gravi non- Covid, le persone con disabilità, i detenuti e le detenute, le e i migranti senza permesso di soggiorno.

E le donne, naturalmente, specialmente quelle con bimbi piccoli, alle prese con un enorme aggravio di lavoro di cura, oltre, spesso, allo smart working da casa. Le donne, quando un lavoro per il mercato ce l'hanno - e si sa quanto poche siano, rispetto alla media delle donne europee - sono impiegate in maggioranza nella scuola e nei servizi, quelli sanitari inclusi, sono spesso precarie e quindi più a rischio di non poter tornare al lavoro nel post-pandemia.

Si possono trarre alcune indicazioni per i decisori politici. Nel caso di un riacutizzarsi dell'epidemia, è bene predisporre misure proporzionate e bilanciate. Se gli scienziati sono fondamentali nell'offrire le conoscenze, la delicata valutazione dei costi/benefici delle misure da adottarsi è il campo precipuo della politica. L'esperienza di questi mesi ha insegnato qualcosa, anche a cogliere le differenze nelle politiche di contrasto: pressoché tutti i paesi hanno fatto ricorso al lockdown, ma con modelli differenti, da valutare con attenzione.

In secondo luogo, si richiede una assunzione di piena responsabilità da parte delle istituzioni per diminuire sia le disuguaglianze pregresse che quelle nuove dovute alla pandemia: per investire ad esempio nella scuola pubblica, nell'università e nella ricerca. In una parola, per potenziare il nostro sistema di welfare e renderlo davvero universale.

 
Libia, giallorossi divisi. Ma il sì è bipartisan PDF Stampa
Condividi

di Carlo Lania


Il Manifesto, 8 luglio 2020

 

Missioni militari. Al senato la maggioranza tiene, 14 no e 2 astenuti. Assenze a destra. Verducci (Pd): Finanziare la Guardia Costiera di Tripoli fa male anche all'Italia. De Petris (Leu): Riportare nei campi chi fugge è una violazione dei diritti umani, dico no.

Alla fine è sì, la proroga delle 41 missioni che impegnano 8.613 militari italiani in tutto il mondo viene approvata dall'aula del senato. Ma dal pomeriggio di discussione rovente, e dalla mattinata di riunioni, avvisi e ultimatum, la maggioranza esce con le ossa rotte. Palazzo Madama si conferma un terreno minato per il governo giallorosso.

Il voto resta un'incognita fino alla fine. Il governo trema fino al calare del sole. In mattinata le destre vedono la possibilità di mandare sotto la maggioranza e fanno circolare la voce che voteranno no alla missione libica per chiedere "il blocco navale". Non è vero, ma il Pd ci crede e il capogruppo Andrea Marcucci avverte: "Chi vota no si assume la responsabilità di far cadere il governo".

Perché alla vigilia quattro senatori del Pd, altrettanti di Leu e altri ex 5s fanno sapere che non voteranno il rinnovo della collaborazione fra l'Italia e la Guardia Costiera libica. È la "scheda 22" della relazione approvata all'unanimità in commissione - nel silenzio generale - a far dire no in aula al dem Francesco Verducci: "Votare il rifinanziamento alla guardia costiera libica è voltarsi dall'altra parte" di fronte a torture e violenze. Le senatrici Emma Bonino (+Europa) e Loredana De Petris (Leu) chiedono il voto per parti separate. "Le missioni internazionali non sono tutte uguali, non si possono votare un tanto al chilo", dice la storica radicale, "serve un reset totale dei nostri rapporti con la Libia". Le fa eco De Petris: "Voteremo contro la parte che rifinanzia la guardia costiera libica". Il Pd alla fine deve cedere. Del resto la maggioranza non può fare altro, per non costringere i "dissidenti" a votare contro (nel caso dei senatori di Leu) o non votare (è il caso dei dem) tutto il pacchetto. Italia viva, che sulla Libia ha mal di pancia alquanto recenti, chiede e ottiene l'approvazione di una mozione, subito bollata come "acqua fresca" dall'ex 5 Stelle Gregorio De Falco.

Il testo, messo a punto da Laura Garavini, impegna il governo ad accelerare la riscrittura del contestato Memorandum italo-libico sull'immigrazione firmato nel 2017 dal governo Gentiloni e che pochi giorni fa Tripoli ha assicurato al ministro Di Maio di voler modificare promettendo il rispetto dei diritti umani nei centri di detenzione dove rinchiude i migranti. L'esecutivo si impegna anche a istituire corridoi umanitari con i quali far arrivare i profughi. Oltre che ad addestrare la Guardia costiera libica al rispetto dei trattati internazionali. Impegni generici, ma sufficienti a renziani e governo per superare lo scoglio libico.

Alla fine la valanga dei sì mette al sicuro tutte le missioni. Nel voto per parti separate, la parte riguardante la Libia è approvata con 260 sì, 142 della maggioranza e 118 delle opposizioni. I no sono 14 e 2 gli astenuti - sei senatori di Leu, tre Pd (D'Arienzo, Valente e Verducci), Mantero M5S, De Bonis, De Falco, Bonino e Martelli del misto -. Le destre in aula alzano i decibel a dismisura, ma assicurano molte assenze.

Ma nel dibattito è la maggioranza a segnare le maggiori distanze interne. "In Libia dobbiamo starci nel modo giusto", attacca Verducci, ricordando che i dem si erano formalmente impegnati a chiedere la fine della collaborazione con la Guardia costiera di Tripoli. "Da ora collaboreremo con la Marina libica" assicura il dem Alessandro Alfieri, "ma è giusto rimanere in Libia. Altrimenti lasceremo il controllo dei flussi migratori alla Turchia. E rimaniamo lottando perché i diritti umani vengano rispettati. Andarsene migliorerebbe la situazione?". L'ex ministra della Difesa Roberta Pinotti giura di aver visto con i suoi occhi i benefìci dei militari italiani sui colleghi libici: "Ho visto personalmente quanto la formazione abbia prodotto effetti migliorativi in ogni teatro in cui i nostri militari hanno fatto formazione. Con risultati importanti per la sicurezza e il rispetto dei diritti umani che dobbiamo rivendicare".

Al Senato alla fine il governo porta a casa la pelle senza problemi. Ma negli stessi minuti alla camera, in commissione, la maggioranza si spacca. Iv non vota la mozione degli alleati. E Laura Boldrini (oggi nel Pd ma già presidente della camera e prima portavoce dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati) si astiene con motivazioni all'esatto opposto di quelle dell'ex ministra: "Rapporti dell'Onu e inchieste giornalistiche descrivono il comportamento di elementi della Guardia costiera libica in violazione dei diritti umani e in combutta con i trafficanti. La condizione dei campi di detenzione è spaventosa, l'Onu stessa ne raccomanda la chiusura". Il deputato dem Matteo Orfini parla di un Pd "che ha cambiato linea" e avverte: "Ne riparleremo". Ora il provvedimento arriverà a Montecitorio. Ma lì i numeri della maggioranza sono blindati.

A Palazzo Madama le opposizioni picchiano duro ma solo a parole: "Il governo è morto nella coscienza popolare e nei numeri del parlamento", urla Maurizio Gasparri. Poi parla della guerra "sbagliata" contro la Libia nel 2011, dimenticando il dettaglio che al governo c'erano loro. Dettagli. Alcuni anche inquietanti per Palazzo Chigi. Gasparri ricorda che già nel secondo governo Prodi la destra votò sì alle missioni e salvò la maggioranza. "Ma poi", conclude, "il governo cadde lo stesso". Ma non fu l'opposizione a farlo cadere.

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

 

02


01


07


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it