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C'era una volta un piccolo paese del Friuli con i suoi vecchi... PDF Stampa
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di Gemma Brandi


personaedanno.it, 8 luglio 2020

 

Qualche giorno fa una giovane donna friulana, abitualmente schiva, mentre preparavamo insieme qualcosa, ha voluto mettermi a parte di uno sviluppo che l'aveva colpita. Nel piccolo paese da cui proviene è ospitata una storica e grande residenza per anziani che, a causa della Covid-19, ha subito alcune limitazioni in corso di lockdown.

Cosa è accaduto con la chiusura a penetrazioni esterne di detta realtà? Non quello che ci si sarebbe attesi, vale a dire una sofferenza diffusa e aggiuntiva a causa dell'ulteriore depauperamento dei già rarefatti scambi sociali e di affetto. No, non questo furto, peraltro necessario, a danno delle già deboli risorse esistenziali dei suoi cittadini, bensì un improvviso sospiro di paradossale sollievo, una dimensione quieta, gentile e luminosa, una pace imprevista e improvvisa, un minus delle abituali tensioni, con una pecca rilevata da tutti: il cibo confezionato all'esterno non era altrettanto gustoso. Un neo che introduceva una caduta delle piccole gioie quotidiane di una vita ridotta all'essenza.

Nello stesso pomeriggio avrei sentito il racconto di una straordinaria direttrice di carcere, che evidenziava come la pandemia avesse inaugurato, in istituti ben governati, un periodo di pace interna e di condivisione nuova. L'accorta professionista segnalava come l'introduzione di videochiamate quotidiane con le famiglie, in cambio di incontri diventati proibitivi, non fosse estranea a questo sorprendente benessere interno e suggeriva sagacemente, a partire dalla sua piccola grande esperienza, di non sospendere il nuovo diritto introdotto nel mondo della pena da un evento avverso come il rischio infettivo.

Ho ripensato allora a tutte le emergenze che hanno attraversato la mia pratica di psichiatra nelle istituzioni, quelle della pena incluse, e a come, in maniera diventata con l'esperienza meno imprevedibile, il pericolo repentino abbia sempre determinato la fine netta delle lamentele, delle proteste, delle grida gratuite, richiamando anche chi appariva incontenibile a un nuovo ordine del discorso e della convivenza. In luogo del caos, il disastro ricompone un assetto socialmente compatibile in cui ciascuno recupera il suo posto e lascia che la soluzione sia cercata senza intralciarne il reperimento.

Tra tutti i ricordi siffatti continua a fare capolino il drammatico giorno del mio sequestro per ore nell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, un sequestro annunciato che chi doveva avrebbe potuto evitare e non evitò, che chi poteva era chiamato ad abbreviare, ma non lo fece, che chi ne portava la responsabilità istituzionale si affrettò soltanto a "ridimensionare". Eppure a colpirmi, nelle ore disperate che mi incanutirono anzitempo, fu il silenzio della sezione, furono gli internati che si davano da fare per procurarmi del tè e con quello il loro conforto, e furono anche le parole di uno dei sequestratori: "Se una cosa mi dispiace, è che qui ci sia la dottoressa Brandi!".

Direte, una magra consolazione, e invece io lessi in tale ammissione il miracolo di una sana consapevolezza. Se è vero che chi non sa essere amico degli amici, non potrà essere nemico dei nemici, il mio sequestratore aveva ben chiaro in cuor suo che io non facevo parte della schiera dei nemici. Un buon inizio, almeno per lui, e forse anche per me. Quando la cosa si concluse e tornai a lavorare, mi accorsi di non avere maturato avversione e paura nei riguardi dei pazienti, bensì di altri e di altro, certo dei perversi che nascondono il pugnale con cui si preparano a ferire. La mia lucidità, clinica e istituzionale, fu da allora maggiore.

 
Monza. Tossicodipendente morì in cella. La famiglia: riaprite le indagini PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 8 luglio 2020

 

Francesco Smeragliuolo ha perso la vita a soli 22 anni l'8 giugno 2013. Era detenuto nel carcere di Monza: "Era a rischio, doveva essere controllato". Era appena 22enne con pochi anni da scontare nel carcere di Monza, un residuo pena per reati legati alla sua tossicodipendenza, quando è morto. Era in perenne stato di agitazione e compiva gesti di autolesionismo per via dell'astinenza e per questo i medici stessi avevano chiesto che fosse sorvegliato a vista. Ma le misure, a quanto pare, non sarebbero state attuate e l'hanno ritrovato morto, durante l'ora di socialità, in una cella non sua. È accaduto nel 2013, i familiari hanno fatto denuncia per omicidio colposo, ma dopo due anni la magistratura ha archiviato. Ora però, grazie all'aiuto degli avvocati Daniel Monni e Alessandro Ravani, hanno presentato una denuncia presso la procura di Monza integrandola con il reato di condotta omissiva visto che la sorveglianza risultava assente. Ma cosa hanno scoperto i legali? Tramite i diari clinici hanno potuto ricostruire gli eventi accaduti negli ultimi 37 giorni di Francesco Smeragliuolo, così si chiamava il ragazzo. Appena entrato in carcere, il 2 maggio del 2013, presenta già brividi, mialgie diffuse, insonnia. Qualche giorno dopo, i medici hanno riscontrato che il ragazzo presenta una "sintomatologia astinenziale" e ha dichiarato di "rifiutare di assumere il metadone consapevole di stare male per astinenza contro il pare del medico". A quel punto al giovane detenuto hanno cominciato a somministrargli psicofarmaci.

Inizialmente le gocce di Valium. Ma nulla fare. L'insonnia persiste, aumenta la sua agitazione e il 19 maggio, secondo quanto si legge nella cartella clinica, i medici stessi chiedono nei suoi confronti una "grande sorveglianza". A mezzanotte e mezza Francesco riferisce "ansia non controllata e di avere paure e fobie che riconosce immotivate ma che non sa spiegarsi". In quella sede i medici ribadiscono la necessità di una "grande sorveglianza fino a visita psichiatrica". Nel corso della visita al Sert, il 20 maggio 2013, il ragazzo parla di sensazioni di "nodo alla gola e allo stomaco, inefficacia della terapia; insonnia, formicolio alle estremità, incubi e atti autolesivi potenziali". Ma non solo. Alla psicologa riferisce "con atteggiamento captativo malesseri fisici vaghi ed imprecisati (alle estremità degli arti superiori, disturbi gastrici, senso di costrizione alla gola e insonnia) sostenendo che durante la notte si presentano idee di morte intrusive". Sussiste, in sostanza, "preoccupazione per il proprio stato di salute".

"Le ferite e la fine dell'isolamento" - Ogni giorno che passa, è un crescendo. Ancora insonnia resistente ai farmaci, nodi alla gola, altri disturbi fino ad arrivare al 28 maggio quando, secondo quanto risulta dal diario clinico, Francesco presenta "diverse ferite lineari in regione latero cervicale destra del collo di cui una più profonda che necessita di due punti di sutura". Dice di "aver fatto questo perché non ce la faceva più" e di "aver agito in un momento di sconforto". I medici a quel punto richiedono una "ubicazione in cella priva di suppellettili e grandissima sorveglianza fino a visita psichiatrica che si richiede con precedenza". Il 31 maggio l'equipe medica concorda per la fine dell'isolamento e quindi il rientro in sezione nella vita comune, ma - sottolineando ancora una volta - sempre con il "regime di grande sorveglianza a scopo precauzionale".

"Francesco era a rischio e andava controllato" - Il dato che emerge è chiaro. Francesco, in forte crisi di tossicodipendenza e imbottito di psicofarmaci come rivelerà l'analisi del sangue, è a rischio. Per questo i medici hanno chiesto che fosse sorvegliato a vista per tutelare la sua incolumità fisica. Però arriviamo all'otto giugno del 2013 quando il ragazzo all'improvviso muore, in una cella non sua. L'altro detenuto che era con lui racconta che improvvisamente Francesco si è accasciato a terra e non ha risposto più ai richiami e lui, quindi, ha provveduto a distenderlo sul letto. A quel punto ha urlato chiedendo aiuto.

Il ragazzo si è accasciato intorno alle 17, i soccorsi arrivano alle 18. Non c'è stato nulla da fare, Francesco era già morto.La denuncia presentata in procura è chiara. Il ragazzo era un soggetto ad alto rischio e per tale ragione doveva essere sottoposto a sorveglianza a vista. Così, purtroppo, non è stato. La madre testimonia che, all'ultimo colloquio, Francesco risultava notevolmente dimagrito rispetto a quando ha fatto ingresso in carcere. La salma è risultata piena di escoriazioni e lo screening biologico ha evidenziato la presenza di diversi psicofarmaci. Ricordiamo che recentemente la Corte europea di Strasburgo ha condannato l'Italia per il suicidio di un detenuto avvenuto 19 anni fa. Il motivo della condanna? Le autorità non hanno garantito il "diritto alla vita" che obbliga lo Stato non soltanto ad astenersi dal provocare la morte in maniera volontaria e irregolare, ma anche ad adottare le misure necessarie per la protezione della vita delle persone sottoposte alla sua giurisdizione. Tale obbligo sussiste, ancora di più, dal momento in cui le Autorità penitenziarie siano a conoscenza di un rischio reale. Nel caso di Francesco Smeragliuolo, gli stessi medici del carcere hanno chiesto una "grande sorveglianza" nei suoi confronti.

 
Santa Maria Capua Vetere (Ce). Stress da carcere PDF Stampa
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di Maurizio de Giovanni


Corriere del Mezzogiorno, 8 luglio 2020

 

La crisi del carcere di Santa Maria Capua Vetere è l'emblema di una situazione esplosiva del sistema penitenziario italiano, già nel mirino Corte Europea e alla quale nessun governo, quale che sia il colore dello stesso, sembra avere voglia di mettere rimedio. Siamo arrivati a 130 agenti della polizia penitenziaria in malattia per stress da lavoro, e il processo non sembra accennare a fermarsi nonostante gli avvisi di garanzia; il personale inviato dal ministero in sostituzione è insufficiente. Il sovraffollamento, la fatiscenza delle costruzioni, l'endemica mancanza delle risorse rendono i penitenziari luoghi infernali, spesso con condizioni e trattamenti che nulla hanno di umano e soprattutto di rieducativo. L'esplosione della delinquenza e dell'insofferenza degli agenti è un problema che riguarda tutti, anche chi si sente lontano dalla questione. È un problema di civiltà.

 
Bari. Fermi i processi civili: al palo risarcimenti del danno e colpe mediche PDF Stampa
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di Fabio Postiglione


Corriere del Mezzogiorno, 8 luglio 2020

 

Processi civili rinviati (anche) al 2022. "Ai miei clienti sto dicendo che per chiudere un processo civile, in questo momento storico, servono almeno dieci anni". A dirlo è l'avvocato barese Jacopo Metta, uno dei tanti che nel periodo postumo al lockdown si sta ritrovando a gestire il rinvio di cause importanti anche fino al 2022. I rimandi più significativi riguardano i processi per colpe mediche e risarcimenti.

La giustizia a Bari e nel viaggia ad un ritmo tanto lento che avvilisce chiunque pensa di poter intentare una causa per far valere un proprio diritto. E questo accade in un Distretto che ha i numeri più alti in Italia per produttività dei magistrati. "Per il 2021 ho già tre cause fissate. Adesso stiamo trattando quelle del 2012. La chiusura dei tribunali per il Covid ha bloccato ancora di più un sistema che era già in affanno con i ruoli dei giudici intasati da sempre".

L'avvocato civilista Jacopo Metta è solo uno dei tantissimi professionisti che in questi giorni sta assistendo a scene surreali, che se non fossero tremendamente vere farebbero anche sorridere. "Per chiudere un processo adesso, se tutto va bene, ci vogliono dieci anni, lo diciamo ai nostri clienti quando arrivano allo studio. Con alcuni colleghi ci ponevamo un quesito, ovvero se fosse più giusta una giustizia ingiusta ma veloce o viceversa". La sua è chiaramente una provocazione dettata dal momento difficile che gli avvocati, non solo baresi, stanno vivendo. Se per il settore penale, dove c'è la scure della prescrizione, qualcosa lentamente si muove, in quello civile ci si inabissa nei rinvii.

"Ci sono stati colleghi che hanno avuto un rinvio nel 2022. Parliamo di cause che interessano direttamente i cittadini e penso a quelle relative ai risarcimenti del danno, a quelle di lavoro, alle colpe mediche - spiega il presidente dell'Ordine degli Avvocati, Giovanni Stefanì Abbiamo avviato un'indagine per monitorare quanto sia accaduto alla giustizia durante il lockdown e soprattutto quanto potrà accadere dopo". E la situazione descritta dal presidente Stefanì non è rassicurante. "Manca il personale ma anche i mezzi per poter affrontare, eventualmente, una nuova crisi in autunno. Noi ci auguriamo che il rischio possa essere scongiurato ma se dovesse esserci una nuova ondata di epidemia bisogna stanziare fondi per permettere agli uffici giudiziari di funzionare anche da remoto". Più computer, collegamenti internet veloci e più uomini. La ricetta sembra semplice ma non è così. "Anche sul palagiustizia abbiamo sollecitato il ministro ma al momento non ci sono riscontri, noi continueremo a fare la nostra parte e la faremo ogni giorno - dice ancora il presidente - Oltre alle sedi inadeguate abbiamo posto anche un altro problema e riguarda le spese che gli avvocati affrontano: vogliamo la sospensione delle tasse e incentivi per i giovani".

 
Roma. Laboratorio "Papa Francesco": il progetto per dare dignità lavorativa agli ex detenuti PDF Stampa
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di Manuela Petrin


interris.it, 8 luglio 2020

 

Intervista al presidente di Isola Solida, il dottor Alessandro Pinna: "Dare fiducia alle persone ed evitare che ricadano nel reato". Un laboratorio intitolato a Papa Francesco che coniuga la lotta allo spreco alimentare con il ridare dignità attraverso al lavoro ad ex detenuti. E' l'iniziativa promossa da Isola Solidale in collaborazione con il Car - Centro Agroalimentare di Roma - e il ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. Il concetto è semplice: recuperare le eccedenze alimentari di frutta e verdura e trasformarle in succhi di frutta, marmellate e passate. I nuovi prodotti saranno poi distribuiti in parte ai circuiti solidali del comune di Roma.

Dare fiducia e restituire dignità ad ex detenuti tramite il lavoro è uno degli obiettivi di Isola Solidale, reso possibile anche grazie a Roma Capitale che ha messo a disposizione 4 borse lavoro, pensando già al futuro di ampliare l'iniziativa fino ad arrivare a sei. Saranno, infatti, uomini e donne con un passato detentivo ad essere impegnati in tale progetto. Interris.it ha approfondito l'argomento con il dottor Alessandro Pinna, presidente dell'Isola Solidale.

 

Dott. Pinna, quali sono le finalità del laboratorio "Papa Francesco"?

"Insieme al Car - Centro agrolimentare di Roma - due anni è nato il progetto 'Frutta che frutta non spreca', con il ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, perché c'era una gran quantità di frutta e verdura che, in particolar modo nel periodo estivo, non viene consumata e quindi gettata. Il laboratorio 'Papa Francesco' nasce proprio con l'obiettivo di ridurre lo spreco alimentare e per ridurre i costi di smaltimento. Questo nuovo progetto, riparte dalle eccedenze alimentari per riciclare il materiale ancora buono, in modo che venga rimesso in un circolo virtuoso e reinserito in un processo di distribuzione solidale".

 

I prodotti che raccogliere, come verranno trattati?

"Saranno trasformati in marmellate, succhi di frutta, passate, e verrà reinserito nel circuito virtuoso per le persone che sono in difficoltà"

 

Il laboratorio, insieme a Roma Capitale, mette a disposizione delle borse lavoro per ex detenuti: è un modo per dare fiducia a chi è ben visto dalla società?

"Il progetto dall'inizio prevedeva che venissero impiegate per il lavoro le persone che sono in fine pena; anche adesso, siccome Roma Capitale ha messo a disposizione delle borse di lavoro, ci saranno delle persone che hanno finito il carcere o sono alla fine. La missione di Isola solidale è quella, come Papa Francesco ha ripetuto più volte, di ridare dignità alla persona. Si può fare in tanti modi e, uno di questi, sicuramente, è dando un piccolo stipendio, poter vivere e non dover delinquere di nuovo. Un progetto importante perchè inizia con il non sprecare il cibo e rimetterlo in circolo, impiegando delle persone fragili che attraverso questo processo avranno un reinserimento sociale adeguato".

 

Sono molte le famiglie che beneficiano di questi nuovi prodotti?

"Durante il lockdown abbiamo distribuito pacchi alimentari a più di 300 famiglie nel territorio del comune di Roma, presumiamo di tener presente loro, ma questo è un dato in evoluzione, anche in base alla produzione di alimenti che avremo".

 

Quanti sono gli ex detenuti che lavorano al laboratorio?

"Al momento sono quattro, ma stiamo lavorando per farli aumentare a sei".


Al momento avete altri progetti attivi?

"Si progetti di inclusioni, abbiamo realizzato corsi di agronomia, di alfabetizzazione informatica. Iniziative che portiamo avanti sistematicamente".

 

Quanto è importante restituire dignità attraverso il lavoro alle persone?

"E' molto importante, anche dal punto di vista della missione di Isola Solidale, che è quella della non recidiva. Quando una persona termina il suo periodo di detenzione non è semplice, a causa di tutti i pregiudizi che ci sono. La cosa più importante è cercare di dare fiducia alle persone ed evitare che ricadano nel reato".

 
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