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L'accertamento peritale ha natura di mezzo di prova neutro. Selezione di massime PDF Stampa
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Il Sole 24 Ore, 9 dicembre 2019

 

Prova penale - Perizia - Mezzo di prova - Natura "neutra" - Conseguenze. La perizia costituisce un mezzo di prova per sua natura neutro, ovvero non classificabile né "a carico" né "a discarico" dell'imputato, sottratto al potere dispositivo delle parti e rimesso essenzialmente al potere discrezionale del giudice. Dato il carattere neutro dell'accertamento peritale, rientra pertanto nella categoria della "prova decisiva". Ne consegue che il relativo provvedimento di diniego non è sanzionabile ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. d), cod. proc. pen. in quanto costituisce il risultato di un giudizio di fatto insindacabile in cassazione.

• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 21 novembre 2019 n. 47223.

 

Impugnazioni - Cassazione - Motivi di ricorso - Mancata assunzione di prova decisiva - Accertamento peritale - Prova decisiva - Esclusione - Conseguenze. La mancata effettuazione di un accertamento peritale (nella specie sulla capacità a testimoniare di un minore vittima di violenza sessuale) non può costituire motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. d), cod. proc. pen., in quanto la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova "neutro", sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l'articolo citato, attraverso il richiamo all'art. 495, comma 2, cod. proc. pen., si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività.

• Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 31 agosto 2017 n. 39746.

 

Prove - Mezzi di prova - Perizia - In genere - Apprezzamento delle conclusioni peritali da parte del giudice - Giudizio di fatto - Incensurabilità in sede di legittimità - Condizioni - Obbligo di motivazione del dissenso del giudice rispetto alle conclusioni peritali - Sussistenza. In tema di prova, costituisce giudizio di fatto, incensurabile in sede di legittimità se logicamente e congruamente motivato, l'apprezzamento - positivo o negativo - dell'elaborato peritale e delle relative conclusioni da parte del giudice di merito, il quale, ove si discosti dalle conclusioni del perito, ha l'obbligo di motivare sulle ragioni del dissenso.

• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 9 ottobre 2017 n. 46432.

 

Perizia - Ammissione - Competenza del giudice di merito - Sindacato di legittimità - Condizioni - Limiti. La perizia per la sua natura di mezzo di prova neutro, che la sottrae alla disponibilità delle parti e la rimette alla discrezionalità del giudice, non è riconducibile al concetto di prova decisiva, con la conseguenza che il relativo provvedimento di diniego non è sanzionabile ai sensi dell'articolo 606, comma 1°, lettera d), del C.p.p. e, in quanto giudizio di fatto, se assistito da adeguata motivazione, è insindacabile in sede di legittimità, ai sensi dell'articolo 606, comma 1°, lettera e), del c.p.p.

• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 19 ottobre 2016 n. 44323.

 

Prova penale - Perizia - Procedimento penale - Concetto di prova decisiva - Giudizio di fatto - Adeguata motivazione - Art. 606 c.p.p. In merito al procedimento peritale la perizia non può farsi rientrare nel concetto della prova decisiva, giacché la sua disposizione, da parte del giudice, in quanto legata alla manifestazione di un giudizio di fatto, ove assistito da adeguata motivazione, è insindacabile ex articolo 606 c.p.p.

• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 3 maggio 2016 n. 18468.

 
Processo penale, legittimo acquisire la Ctu del procedimento civile non definitivo PDF Stampa
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di Giuseppe Amato


Il Sole 24 Ore, 9 dicembre 2019

 

Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 4 novembre 2019 n. 44672. È legittima l'acquisizione nel processo penale della consulenza tecnica depositata nel procedimento civile non ancora definito con sentenza passata in giudicato, attesa la sua natura di prova documentale alla luce della nozione generale di documento contenuta nell'articolo 234 del Cpp. Lo ha stabilito la Cassazione penale con la sentenza 44672/2019.

La consulenza tecnica d'ufficio - Secondo la giurisprudenza, la consulenza tecnica d'ufficio, disposta in un procedimento civile non ancora definito con sentenza passata in giudicato, può essere acquisita nel processo penale, come prova documentale, ai sensi dell'articolo 234 del Cpp.

Tale consulenza, infatti, secondo la normativa processuale-civilistica dell'istruzione probatoria, non appartiene alla categoria dei "mezzi di prova", avendo la sola finalità di "aiutare" il giudice nella valutazione degli elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che comportino specifiche conoscenze: la sua acquisizione, pertanto, non avviene secondo la disciplina dell'articolo 238, comma 2, del Cpp, che limita la possibilità di acquisizione dei verbali di prove assunte in un giudizio civile all'ipotesi in cui tale procedimento sia stato definito con sentenza passata in giudicato, giacché trattasi di disciplina che si riferisce solo ai verbali delle "prove" assunte nel giudizio civile, mentre occorre fare applicazione delle regole poste per l'assunzione della prova documentale, dovendo tale consulenza essere considerata quale documento per essere stata formata fuori del procedimento penale ed essendo rappresentativa di situazioni e di cose (sezione VI, 11 novembre 2010, Tricomi, secondo cui, quindi, correttamente il giudice penale di merito aveva ritenuto utilizzabili una consulenza tecnica d'ufficio svoltasi nel corso di un procedimento civile di separazione, pur non essendo stato tale procedimento ancora definito con sentenza passata in giudicato; più di recente, sezione III, 7 novembre 2017, Busetti).

 
Puglia. Il problema mai risolto del sovraffollamento nelle carceri PDF Stampa
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leccenews24.it, 9 dicembre 2019


Quello del sovraffollamento nelle carceri italiane è un problema vecchio e mai risolto. A ricordarlo sono i numeri che lasciano una fotografia allarmante, soprattutto in Puglia. Si sente spesso dire che i reati sono in calo, che si "delinque" meno, ma allora come mai il problema del sovraffollamento delle carceri italiane peggiora di anno in anno? Perché i numeri delle persone recluse continuano a salire in maniera preoccupante di mese in mese?

A confermarlo è l'Associazione Antigone che da sempre accende i riflettori sui penitenziari del Belpaese: fatiscenti, inadeguati e troppo pieni. Una vera e propria emergenza che è costata cara, carissima, all'Italia già condannata in passato dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo al pagamento di migliaia di euro di risarcimento per danni morali a favore di alcuni detenuti per trattamento inumano e degradante.

"Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni" recitava Fëdor Dostoevskij in "Delitto e Castigo" ed è questo il punto. In Italia, la situazione è preoccupante. E se il metro di misura è quello delle prigioni allora è anche un paese incivile. Dati alla mano, ben quattro istituti - Larino, Brescia, Como e Taranto - hanno un tasso di affollamento del 200%.

Tradotto, ci sono due detenuti dove dovrebbe essercene uno. Basta guardare la "scheda" dell'edificio al civico numero 1 di via Giuseppe Speziale per rendersi conto che, chiusa la porta con la libertà, si entra in un incubo. Ufficialmente la casa circondariale tarantina intitolata a Carmelo Magli può ospitare 306 persone. Ne contiene più di seicento: 619 secondo l'ultimo aggiornamento del 31 novembre.

Ma non c'è solo Taranto. In generale, solo nell'ultimo mese, il sovraffollamento segna un +0,4%. ?In questa crescita si registra il dato inverso relativamente ai detenuti stranieri che, rispetto al mese di ottobre, calano sia in termini percentuali che assoluti. Crescono, invece, le madri detenute con i loro figli con meno di tre anni: erano 49 con 52 bambini ad ottobre, sono ora 52 con i loro 56 figli.

La Puglia sul tasto "carceri" non ha mai brillato. Semmai ha conquistato sempre primati negativi. E continua a farlo. Nel tacco dello Stivale il tasso di sovraffollamento è del 166,3% con un incremento nell'anno 2019 pari al 3,4%. Se il dato più preoccupante, come detto, è quello dell'Istituto "Carmelo Magli" di Taranto che si attesta al 200% non va a meglio negli altri 10 istituti di pena della Puglia.

Nelle galere di Foggia, Brindisi e Lecce il tasso di affollamento è ben al di sopra della media regionale con percentuali rispettivamente del 171%, 172% e 174%. Nonostante l'allarme sulla crescita dei reati commessi da stranieri, va detto che questi contribuiscono in maniera contenuta all'aumento delle persone ristrette in carcere, rappresentando il 12% nelle carceri regionali.

Quello del sovraffollamento carcerario - vissuto dai detenuti come una seconda "pena", come un'ulteriore condanna che rende ancor più difficile il percorso da scontare all'interno dei penitenziari - è un problema vecchio che nessuna soluzione proposta è riuscita a risolvere. Si è parlato - come ricorda anche l'Associazione Antigone Puglia - di fare un maggiore ricorso alle misure alternative ed un minore uso dello strumento della custodia cautelare. Ma non basta.

Il Carcere dovrebbe essere considerato una strada da percorrere in vista del reinserimento sociale sul territorio. Un luogo dove scontare una pena umana e rieducativa. Per questo, le istituzioni dovrebbero intervenire per arginare le criticità e offrire quelle opportunità di cui anche i detenuti hanno diritto.

 
Napoli. Il sindacalista degli agenti: "una categoria di lavoratori in piena sofferenza" PDF Stampa
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di Massimo Congiu


dirittiglobali.it, 9 dicembre 2019

 

Salvatore Tinto, della segreteria Regionale Campania e Metropolitana della Cgil di Napoli denuncia un alto tasso di suicidi di poliziotti penitenziari. Tra le cause, i turni massacranti e la mancanza di assistenza psicologica. Insieme a Salvatore Tinto, della segreteria Regionale Campania e Metropolitana della Cgil di Napoli, con deleghe al comparto delle Funzioni locali e della Polizia Penitenziaria, abbiamo provato ad aprire una finestra sulla realtà carceraria dal punto di vista degli agenti di Polizia penitenziaria.

 

Facciamo il punto sulla situazione lavorativa di questa categoria di agenti...

"È una categoria di lavoratori in piena sofferenza nel cui caso esistono, come in tutto il pubblico impiego, problemi di addetti in età avanzata e di sottorganico che certe volte risulta insostenibile perché costringe gli agenti della Polizia penitenziaria a fare dei turni massacranti, a lavorare anche continuativamente per 12 ore al giorno contro le regole vigenti in materia. Quindi capita che per garantire il servizio, queste persone tornino a casa in condizioni pietose dal punto di vista dello stress e della stanchezza fisica. Qualche dato potrà aiutare a capire la situazione: a Poggioreale ci sono 761 agenti di Polizia Penitenziaria allorché dovrebbero essere 991 in una struttura che ospita circa 500 detenuti in più rispetto alla sua capienza; nel carcere di Secondigliano ci sono 1.145 agenti; il penitenziario potrebbe ospitare al massimo 1.020 detenuti, invece ce ne sono 1.410. Quindi c'è un'eccedenza pari a circa 400 unità, mentre nel carcere di Pozzuoli mancano gli ispettori".

 

Come reagiscono i poliziotti penitenziari a questa situazione disagevole?

"Spesso lo stato di ansia in cui si trovano questi lavoratori sfocia nella depressione, ed in effetti dalle statistiche apprendiamo che all'interno della Polizia Penitenziaria c'è un elevato tasso di suicidi. Quando mi hanno fatto rilevare questo dato sono rimasto sconvolto. In generale il fenomeno è frequente tra le forze di polizia, tra i carabinieri e i poliziotti municipali, ma nel caso della Polizia Penitenziaria l'incidenza è maggiore; parliamo di livelli allarmanti. Niente nasce per caso, quindi ci devono essere per forza delle ragioni che sovente inducono gli agenti di custodia a commettere questo gesto estremo, e credo che queste motivazioni siano legate proprio al lavoro, al di là delle vicende personali e familiari che ognuno ha".

 

Più nel dettaglio?

"Consideriamo i turni massacranti, i lunghi orari di lavoro e l'ambiente che è pesante di per sé. In più, nelle carceri non c'è assistenza psicologica, manca personale di sostegno psicologico e sociale anche se è previsto sia per i detenuti che per gli agenti. Sembra quasi che anche gli appartenenti al corpo debbano scontare una pena, mentre invece svolgono un lavoro nel migliore dei modi malgrado le enormi criticità esistenti. Sul tema dei suicidi tra gli agenti di custodia cerchiamo di interessare i media, prevediamo anche di organizzare un convegno a Napoli per l'inizio dell'anno prossimo, al fine di denunciare il fenomeno con statistiche precise a livello nazionale. La speranza è che qualcosa si muova".

 

E qual è la situazione in termini salariali?

"Gli stipendi sono miserevoli in tutto il pubblico impiego, ma questa situazione assume una valenza ancora più impressionante nel caso delle forze di Polizia Penitenziaria. Gli agenti prendono mediamente 1.600-1.700 euro al mese per un lavoro che in altri paesi europei viene remunerato con cifre che superano i 2.000 euro. Gli straordinari non vengono remunerati regolarmente, ma con ritardi di mesi e talvolta anche di qualche anno; però chi vive in una famiglia monoreddito ed è in una situazione di bisogno si sacrifica lavorando più del dovuto".

 

C'è quindi necessità di arrotondare...

"Sì, e se accetto di fare 40-50 ore di straordinario andando oltre il normale orario di lavoro per arrotondare, non mi pongo il problema dell'ansia e del sacrificio che devo sostenere; penso solo che mi servono quei 200 euro in più al mese per integrare il mio stipendio miserevole. Si tratta di una situazione pesante anche perché molto spesso i colleghi della polizia penitenziaria non si ribellano e sopportano questi orari massacranti per arrivare a racimolare uno stipendio dignitoso e riuscire a sbarcare il lunario a fine mese".

 

Come ovviare a questi problemi?

"Lo Stato deve investire in strumenti, personale, dotazioni di sicurezza. Capita non di rado che si legga: trovata droga a Poggioreale o a Secondigliano o telefoni cellulari usati dai detenuti, ma come entrano in carcere la droga e i telefonini? I controlli dei pacchi, anche quelli spediti dai familiari, sono quasi sempre fatti a mano con grande lentezza, non c'è uno scanner, non ci sono abbastanza metal detector efficienti, non ci sono mezzi che garantiscano condizioni di sicurezza in un penitenziario per i casi prima menzionati. La situazione è esplosiva, nelle carceri la sicurezza è una meteora, il personale è al collasso. Penso poi agli agenti di Polizia penitenziaria che tornano nella loro città dopo aver fatto per 20-25 anni il giro degli istituti penitenziari italiani e vogliono riavvicinarsi alla famiglia. Spesso tornano a casa in età non più giovanile e vanno a lavorare in carceri sovraffollate senza alcuna assistenza, senza supporti di nessun tipo. Inoltre non di rado capita che gli istituti siano a corto di dotazioni anche in termini di indumenti che e sovente, sia lo stesso personale a dover comprare scarpe e vestiario con i suoi soldi. È tutto molto sconfortante e lo Stato deve decidere se far funzionare le cose o meno; vuole un regime carcerario aperto? Allora ci vogliono investimenti, diversamente si resta in una situazione di stallo".

 

Cosa può dirci in merito alla tutela sindacale dei poliziotti penitenziari?

"Spesso c'è una certa reticenza, da parte degli istituti di pena, a confrontarsi con il sindacato. Non è il caso di Secondigliano, ma a Poggioreale, per esempio, le relazioni sindacali sono ferme all'anno zero. In altre parole, nel principale carcere napoletano non si verificano incontri col sindacato da un anno e mezzo. Malgrado tutta una serie di sollecitazioni da parte nostra e di altre organizzazioni sindacali, non si è mai attivato realmente un tavolo di confronto anche perché esistono sindacati di comodo nel panorama delle organizzazioni autonome che agiscono con la logica del gioco a rimpiattino e praticano la tecnica del rinvio premeditato. Anche a essi si deve la situazione di stallo nel rapporto con le parti sindacali, quelle che fanno davvero gli interessi dei lavoratori. Faccio un esempio: c'è uno scambio tra uno di questi sindacati di comodo e la parte pubblica che dice: chiedetemi un rinvio, così ho un pretesto per non convocarvi; il sindacato di comodo risponde: però mi raccomando, il tale me lo devi trasferire lì, quell'altro mi deve fare un certo tipo di servizio. Quindi c'è un patto tacito ufficioso; una mano lava l'altra".

 

Quali sono in genere i rapporti tra il personale della Polizia Penitenziaria e detenuti? Si parla spesso di situazioni di conflitto, di violenze...

"C'è caso e caso, non si può generalizzare. Tieni conto che vedo in grossa difficoltà psicologica il personale che versa in uno stato di vulnerabilità. Non di rado succede, a livello nazionale, che i detenuti aggrediscano in modo gratuito i poliziotti penitenziari che sovente finiscono al pronto soccorso e devono ricorrere a cure mediche a seguito di queste aggressioni. Non ci sono controlli rigidi. Spesso, come ho già detto, finiscono in carcere partite di droga per uso personale o si creano traffici di questo genere nei penitenziari tra i detenuti. Capita che quando questi ultimi sono sotto l'effetto di stupefacenti perdano il controllo e diventino aggressivi, e questo mette a repentaglio non solo la sicurezza del personale ma anche quella degli altri carcerati. Allora il problema si deve affrontare alla radice. Non è possibile che entrino in carcere droga o altro. Occorre dotare le carceri di strumenti di sicurezza e di controllo come in tutti i paesi civili europei".

 
Palermo. Una seconda possibilità per i detenuti, ecco il bando: "E vado a lavorare" PDF Stampa
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palermotoday.it, 9 dicembre 2019


Reinventarsi pasticceri, fornai, operatori ecologici, sarti. Apprendere un mestiere e, magari, trovare un impiego stabile. Una prospettiva che potrà realizzarsi grazie agli otto progetti, selezionati con il Bando "E vado a lavorare" per il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti nelle regioni del Mezzogiorno. L'iniziativa, che coinvolge anche Palermo, è alla seconda edizione ed è promossa dalla Fondazione Con il Sud nell'ottica di affermare il principio del fine rieducativo della pena e con l'obiettivo di dare una reale "seconda possibilità" alle persone che si trovano in regime di detenzione ordinario e/o in regime alternativo alla detenzione.

Gli otto progetti, selezionati su un totale di 88 proposte presentate da partenariati che comprendono almeno una struttura penitenziaria e due enti del Terzo Settore, coinvolgeranno 273 detenuti (tra cui minori, Lgbt, pazienti psichiatrici) in 14 diversi istituti penitenziari e tre carceri minorili del Sud Italia. Interessati anche cinque uffici per l'esecuzione penale esterna e un ufficio servizi sociali per minori. Complessivamente gli interventi saranno sostenuti con 2,34 milioni di euro di risorse private. Sono tre i progetti in Sicilia (province di Palermo, Siracusa, Catania, Messina, Caltanissetta).

Si va dall'avvio di nuove cooperative sociali - anche su desiderio degli stessi detenuti - per la produzione e distribuzione di taralli, dolci, biscotti e altri prodotti da forno (coinvolgendo anche chef stellati); al rafforzamento di realtà imprenditoriali esistenti tra cui una lavanderia, un'impresa specializzata in prodotti da forno e catering, una sartoria sociale; all'inserimento lavorativo in un'azienda profit che lavora nel settore della raccolta dei rifiuti.

Gli interventi prevedono, inoltre, percorsi formativi finalizzati all'avvio delle attività d'impresa, servizi di supporto e accompagnamento psicologico e professionale, laboratori artigianali, consulenze legali, interventi a favore dei familiari dei detenuti e lavori di pubblica utilità. Per 146 detenuti (circa la metà di coloro che parteciperanno ai progetti) sono previsti tirocini retribuiti; 115 sono invece gli inserimenti lavorativi attesi entro il termine delle iniziative, di cui 47 con contratto a tempo indeterminato.

"Sostenendo questi progetti vogliamo sottolineare che la detenzione debba necessariamente avere un fine rieducativo, così come sancito dalla nostra Costituzione -ha sostenuto Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione Con il Sud- Il carcere non può e non deve essere solo il luogo in cui scontare una pena, quelle quattro mura dovrebbero rappresentare anche il punto di partenza per una nuova vita. Questo cambiamento può realizzarsi concretamente attraverso il lavoro: dà dignità, ma dà anche motivazioni e soddisfazioni per ripartire su nuove basi".

L'articolo 27 della Costituzione sancisce il principio del "finalismo rieducativo della pena", inteso come creazione dei presupposti necessari a favorire il reinserimento del condannato nella comunità, eliminando o riducendo il pericolo che, una volta in libertà, possa commettere nuovi reati. La legge di riforma dell'ordinamento penitenziario n. 354/75, e le successive modifiche, hanno dato attuazione a tale principio costituzionale, individuando e disciplinando norme, strumenti e modalità per garantire l'effettivo reinserimento sociale e lavorativo dei condannati.

Ma la situazione attuale nelle carceri italiane, fotografata dall'Associazione Antigone nel XIV Rapporto sulle condizioni di detenzione, è ancora lontana dal garantire un adeguato ed efficace percorso di integrazione sociale e lavorativa.

Se da un lato il numero dei detenuti lavoratori è leggermente cresciuto negli anni - passando dai 10.902 (30,74%) del 1991, ai 18.404 (31,95%) del 2017 - dall'altro oltre l'85% dei lavoratori è alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria, svolgendo spesso mansioni che non richiedono competenze specifiche e con elevate turnazioni (per permettere a più persone di lavorare). Al Sud tale situazione è ancor più accentuata: solo il 3,7% dei detenuti lavora per soggetti privati esterni. Rispetto alla possibilità di formarsi e lavorare in carcere vi sono ancora elevate possibilità di miglioramento, ma anche ostacoli da superare per poter efficacemente favorire un reinserimento dei detenuti ed evitare un aumento del rischio recidiva.

 
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