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Bologna. Dozza: il 30% degli operatori non si vaccina, i detenuti ancora attendono PDF Stampa
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di Michele Mastandrea

 

Redattore Sociale, 14 aprile 2021

 

D'Amore (Sinappe): "No all'obbligo, ma esiste un dovere morale di farlo". "Tra agenti e personale amministrativo siamo intorno al 70% di aderenti alla vaccinazione. La maggior parte dei restanti ha deciso volontariamente di non farlo". Le parole di Nicola D'Amore, funzionario del Sinappe, sindacato di polizia penitenziaria attivo alla Dozza, aggiungono benzina sul fuoco della polemica relativa allo stato della campagna vaccinale negli istituti penitenziari.

A Bologna la campagna vaccinale in carcere è iniziata ai primi di febbraio, ma il rischio è che la mancata copertura della totalità degli operatori possa avere delle conseguenze sui contagi, del personale come dei detenuti. "Aspettiamo tutti una norma che dica cosa succederà a chi non si sottopone al vaccino", spiega D'Amore, che però per quanto ritenga palese "una questione morale rispetto alla vaccinazione per chi lavora in carcere" si dice "contrario all'obbligo vaccinale" e sottolinea come "la perenne emergenza sovraffollamento alla Dozza, ormai una costante, aumenti i problemi".

Fa paura il caso Reggio Emilia, con il carcere locale che vede 100 positivi tra detenuti e operatori su una popolazione ben inferiore a quella dell'istituto bolognese, che per D'Amore ha comunque "gestito molto bene l'emergenza". Del resto, fu proprio la paura del contagio all'origine delle rivolte del marzo 2020. A oggi, i detenuti della Dozza, così come tutte le circa 3.200 persone detenute negli istituti in regione, non sono stati vaccinati. In Emilia-Romagna l'immunizzazione dei detenuti dovrebbe iniziare a breve, "voci ufficiose parlano di entro fine mese" spiega sempre D'Amore. Ma non c'è alcuna data ufficiale. La stessa Ausl fa sapere di non aver ancora "nulla da dire in materia essendo in attesa di indicazioni".

Per Antonio Ianniello, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Bologna, la speranza è che "a breve si possa iniziare, così che la comunità penitenziaria possa essere messa in sicurezza sanitaria". Ianniello sottolinea come "proprio nei luoghi di detenzione possa essere accentuata la vulnerabilità al contagio", a causa dell'esistenza di "difficoltà oggettive" nel garantire l'efficacia degli interventi di contenimento della diffusione del contagio".

Rispetto al tipo di siero utilizzato per immunizzare il personale carcerario, si va verso l'utilizzo di Johnson & Johnson, come conferma ufficiosamente anche Elia De Caro, difensore civico dell'Associazione Antigone. La prima quota di dosi del vaccino prodotto dalla Janssen doveva arrivare in Emilia-Romagna il prossimo 16 aprile. Non è chiaro però cosa succederà ora, dopo lo stop da parte dell'azienda alle consegne in Europa, in seguito alla richiesta di ulteriori accertamenti sulla sua efficacia da parte della Food and Drug Administration americana.

In ogni caso, "quella di usare J&J, se confermata, sarebbe una scelta per nulla sciocca", spiega De Caro, "perché in quanto monodose consentirebbe un risparmio importante a livello logistico". De Caro ricorda come la stessa scelta sia stata fatta nel Lazio, "la cui efficienza nella campagna vaccinale è ormai evidente", e risponde poi al leader della Lega, Matteo Salvini, che aveva definito "roba da matti" l'idea di vaccinare la popolazione carceraria prima di altre categorie, nonostante Lombardia e Veneto a trazione leghista già da marzo abbiano iniziato le inoculazioni tra i detenuti. "Vaccinare significa tutelare la sicurezza non solo dei detenuti, ma anche degli operatori penitenziari, sanitari, amministrativi, educativo-pedagogici", sottolinea De Caro, che spiega come anche in questa fase di riduzione delle visite esterne "il carcere non possa essere considerato un luogo isolato".

 

 

 

 

 

 

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