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"Polizie, sicurezza e insicurezze", il nuovo (irriverente) libro di Salvatore Palidda PDF Stampa
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di Lorenza Pleuteri


osservatoriodiritti.it, 14 aprile 2021

 

Polizia e democrazia, controllati e controllori, ordine e libertà: il nuovo libro di Salvatore Palidda edito da Meltemi linee - "Polizie, sicurezza e insicurezze" - prova a dare alcune risposte. Che non piaceranno a tutti. Può esistere una polizia democratica? Può esserci uno Stato giusto se persiste il dominio di pochi a danno di molti? Che cosa sono diventati oggi agenti, carabinieri, finanzieri, vigili urbani? In che modo governano il disordine? E chi li controlla? Salvatore Palidda, sociologo di lungo corso e per anni docente universitario a Milano e Genova, formula e propone all'attenzione queste e altre domande, provando a rispondere. Lo fa con le 296 pagine del saggio "Polizie, sicurezza e insicurezze", edito da Meltemi linee, un libro spiazzante, duro, non scontato, a tratti urticante, ipercritico, radicale. Opinabile e divisivo. Indigesto, probabilmente, per chi appartiene agli apparati radiografati, per i vertici di amministrazioni e corpi chiamati in causa, per i referenti politici e pure per parte della opinione pubblica.

La copertina, con due scatti-simbolo, è un assaggio del contenuto. La prima foto mostra due poliziotti che vegliano su alcuni cittadini, prima dell'era Covid. La seconda istantanea, sovrastante, immortala una scena di scontri urbani, con agenti in assetto antiguerriglia. Riassume lo stesso autore: "In questo libro, pubblicato più di vent'anni dopo "Polizia postmoderna" (un cult, per studiosi e addetti ai lavori, ndr), cerco di descrivere l'attuale situazione delle polizie in Italia e mi soffermo in particolare sulle loro pratiche. In sintesi, c'è una coesistenza perpetua della gestione pacifica e della gestione violenta del governo della sicurezza". "Non a caso - è sempre il punto di vista di Palidda - Michel Foucault scriveva: "La polizia è un colpo di Stato permanente". Si tratta della modalità operativa adottata da sempre. Tuttavia oggi mi sembra risultare ancora più evidente che in passato, proprio perché l'"animo sicuritario" pervade una buona parte della popolazione e si traduce nella militanza dei cittadini zelanti".

La tesi che Palidda offre alla discussione - sorreggendola con ricostruzioni storiche, richiami alla cronaca, informazioni, analisi, statistiche - è dichiarata: "Le polizie di oggi non sono più il braccio armato del potere politico nazionale. Sono diventate, in misura sempre più rilevante, lo strumento di regolazione economica e sociale a livello locale al servizio degli attori che più contano. Uno strumento che discrimina tra gli illegalismi tollerati e quelli repressi, tra il popolo che sta dalla parte delle polizie e quello considerato come fastidioso o anche nemico".

Tradotto in esempi: sempre secondo il sociologo, "ci si accanisce contro poveri, marginali, stranieri e autori di reati da strada o di sopravvivenza, molto meno contro padroncini e caporali delle economie sommerse, evasori fiscali, responsabili di disastri sanitari e ambientali, corruttori e corrotti, chi causa malattie professionali e infortuni sul lavoro".

Eppure, rimarca Palidda, "le economie sommerse in Italia responsabili di oltre il 32% del Pil e di circa otto milioni di lavoratori che oscillano fra precariato, semi-precariato e nero totale. Questo numero esorbitante di illeciti sarebbe impensabile e impossibile se non vi fosse la tolleranza e la connivenza da parte delle polizie, delle autorità locali e nazionali rispetto ai molteplici illegalismi perpetrati dagli attori sociali di queste economie. Le vittime sono ridotte all'impossibilità di difendersi proprio perché prive di protezione e anzi spesso perseguitate se osano ribellarsi".

Un capitolo del volume prende in esame la riforma della polizia di Stato, arrivata alla boa dei 40 anni, e il contesto storico e politico che l'ha accompagnata. Un altro scandaglia le tabelle riepilogative di reati perseguiti e di risposte operative date. I numeri sulla "produttività" di uomini e donne in divisa (denunce e arresti, indicatori che Palidda smonta) vengono accompagnati dai dati che raccontano l'esito ultimo di eclatanti operazioni, attività da strada, pattuglioni, pressing contro i "soliti sospetti": le alte percentuali di archiviazione dei fascicoli penali aperti in base a manette e inchieste.

Prima che priorità e istanze fossero stravolte dalla pandemia da Covid-19, periodicamente si invocavano più divise per strada, tolleranza zero e pugno di ferro, videocamere ovunque, cani antidroga nelle scuole, ronde. Ce n'era e ce ne è bisogno? Palidda, per dire come la pensa, traccia il quadro di scelte, costi, organizzazione, forze e mezzi in campo, paradossi. Sostiene: "Uno Stato di diritto effettivamente democratico dovrebbe investire molto di più nella pubblica istruzione e in servizi sociali efficienti e adeguatamente preparati, anziché su polizie e dispositivi tecnologici che peraltro non servono alla prevenzione, bensì alla repressione, e non sempre".

Poi punta il dito contro la pluralità di corpi civili e militari presenti nel nostro Paese, evidenziando sovrapposizioni, irrazionalità, doppioni, spreco di risorse. "In Italia si contano 645 operatori di polizia ogni 100 mila abitanti (compresi vigili urbani, senza includere guardie costiere, personale dei servizi segreti, polizie private), contro i 566 della Francia, i 527 della Spagna, i 397 del Regno Unito, i 302 della Germania".

Un ulteriore concetto su cui Palidda batte è la "distrazione di massa", quella che a suo parere porta ad additare migranti, rom e marginali come i nemici della società, con le polizie che non sfuggono a queste dinamiche. "Le cosiddette paure - argomenta il sociologo - sono attribuite persino alla sola presenza di questi presunti nemici, a maggior ragione quando provano a ribellarsi alle condizioni di neo-schiavitù. E le polizie - tranne gli operatori non fascisti né razzisti che talvolta sfuggono ai condizionamenti dai vertici - agiscono come per dimostrare che il trattamento violento è riservato solo ai foresti, ai marginali, agli intollerabili e ai sovversivi. C'è un'evidente somiglianza tra gli atteggiamenti e i comportamenti di caporali, padroncini e tanti comuni cittadini che schiavizzano i lavoratori più deboli (immigrati e italiani) e quelli di quegli operatori di polizia che ogni tanto finiscono nella cronaca nera per violenze, corruzione, appropriazione indebita e altri reati ai danni di immigrati, rom e in genere a persone emarginate".

Abusi e violenze: le vittime della polizia - L'elenco dei casi su cui riflettere è impressionante. Si va dalla "macelleria messicana" del G8 di Genova allo scandalo della caserma dei carabinieri di Piacenza, passando per vittime di abusi e pestaggi e spari, da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, da Gabriele Sandri a decine di altri ragazzi e uomini che in pochi ricordano e che Palidda elenca per nome (per alcuni la magistratura ha riconosciuto responsabilità penali, per altri le ha escluse, come fu per Carlo Giuliani, ndr). Il capitolo in cui si citano i morti è quello su "devianza e criminalità nei ranghi della polizia", pagine in cui si affrontano temi delicati e spinosi come tortura, corruzione, impunità, lassismo, mancanza di un organo di controllo. Certo, anche i servitori dello Stato hanno pagato un elevatissimo tributo di sangue. Un cimitero pieno di croci e di medaglie al valore. Ma pure qui le considerazioni del sociologo possono fare male e sembrare irrispettose.

"Alcuni pretendono di dire che le polizie hanno avuto più vittime di quante se ne siano registrate in conseguenza del loro operato. I morti sul lavoro nei ranghi delle polizie sono molti di meno ogni anno che in altre categorie, ad esempio gli edili". E ce n'è anche per i sindacati di categoria e il progetto "Città sicure" dell'Emilia Romagna, pesantemente criticati.

Nel volume, sbilanciato sugli aspetti oscuri ed opachi del sistema, Palidda accende qualche faro di luce. Ammette che la maggioranza della popolazione sembra essere soddisfatta dalle polizie italiane. Dedica un passaggio a Roberto Mancini, "il poliziotto investigatore che scoprì i terribili crimini della terra dei fuochi e morì a causa contatto del ravvicinato con rifiuti tossici e nocivi".

Sottolinea l'importanza della riforma e della smilitarizzazione della polizia di Stato, auspicando che seguano la stessa strada carabinieri e finanza, come l'Europa vorrebbe. Valuta positivamente il ricambio generazionale, così come l'inserimento delle donne e l'aumentata percentuale femminile nei ruoli dirigenziali. A capo del ministero dell'Interno c'è una prefetta, Luciana Lamorgese, sopravvissuta al cambio di governo.

Covid e speranza di cambiamento - Resta aperta una domanda, consegnata a futuri libri: la pandemia da coronavirus cambierà in profondità e con effetti di medio e lungo termine il concetto di sicurezza e la mission delle polizie? I reati da strada sono diminuiti, gli omicidi volontari hanno toccato i minimi storici, non si è registrato un boom di femminicidi. Sono aumentate le frodi informatiche e i casi di autoriciclaggio di denaro sporco, la quantità di droga sequestrata è dimezzata. Hanno perso la vita centinaia di medici e infermieri. Si può ipotizzare che aumenteranno i reati legati all'approvvigionamento di presidi sanitari e di vaccini, le contraffazioni, le frodi, gli appalti truccati, l'usura, condizioni di lavoro pericolose?

Nel saggio di Palidda, dando conto di quello che è stato pubblicizzato da dati ufficiali, si rileva: nei periodi di lockdown le "divise" sono state schierate per perseguire chi violava le misure anti contagio in vie e piazza e per sanzionare le infrazioni di ristoratori, baristi, commercianti. Si chiede l'autore, statistiche alla mano: "Era necessario istigare la paura di essere controllati e denunciati? Non sarebbe stato più proficuo migliorare la comunicazione e fare informazione sanitaria in modo più efficace?".

 

 

 

 

 

 

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