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Non c'è posto per tutti: perché i giovani con problemi psichici rimangono senza cure PDF Stampa
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di Tiziana De Giorgio


La Repubblica, 14 aprile 2021

 

Si arriva anche a due anni di attesa per cominciare un percorso. Viaggio tra i medici delle strutture pubbliche: "Siamo pochi, il Covid ha moltiplicato le richieste di aiuto ma non ce la facciamo".

Le bucava con i denti, anche di notte, a furia di masticarle. È stato prima di perdere le parole, di chiudersi nel silenzio. Poi c'è Teresa, sedicenne: solo lei sa da quanto nascondesse le braccia. Una dottoressa, giorni fa, le ha chiesto di spogliarsi per visitarla.

Ed ecco i tagli che si era inflitta: più di cento ricami di solitudine, sofferenza e anni di abusi disegnati sulla pelle. Nina invece ne aveva due prima di essere operata al Niguarda. Profondi, sul volto, ad allungare con una lama gli angoli del sorriso fino alle guance in una perpetua smorfia. "Per somigliare al Joker", aveva immaginato qualcuno all'inizio. Non era così.

Sono le vittime invisibili del Covid (i nomi sono di fantasia, le storie no), bambini e adolescenti con un disagio psichico che si stanno moltiplicando: questo periodo di privazioni e isolamento è stato dirompente, specialmente per chi era già fragile. Gli accessi al pronto soccorso sono aumentati, le richieste di ricovero pure, con tutte le infinite difficoltà dovute alla carenza di posti. "Ci si chiede mai, però, dove vengono curati dopo l'intervento di urgenza? È a noi che li affidano. Ma non abbiamo abbastanza forze per tutti".

È una denuncia esausta, ma di chi non si rassegna, quella che arriva dalle unità territoriali di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza. Medici, psicologi, logopedisti, psicomotricisti che lavorano in queste strutture pubbliche per la tutela della salute mentale chiamate "Uonpia". A Milano sono 16, sparse nei quartieri. Hanno il compito di prendere il carico chi ha meno di 18 anni che viene dimesso dagli ospedali. Di seguire i minori su indicazione dei pediatri di famiglia per disturbi del comportamento, del linguaggio, dell'apprendimento. Ma anche di prestare cura a bambini e adolescenti inviati dal Tribunale dei minori. Piccoli abusati, maltrattati, che devono avere un supporto prolungato, intenso, per riuscire a stare meglio. Questi centri sono arrivati ad avere una sofferenza di personale così grande negli ultimi anni che bisogna lavorare da acrobati anche solo per seguire i casi più urgenti.

"Così ci sono bambini e famiglie che per iniziare un percorso possono rimanere in lista d'attesa anche due anni. Una situazione drammatica, ancora più insostenibile dall'arrivo del Covid, sulla quale non si può più tacere". A parlare è Paola Orofino, neuropsichiatra infantile, ex giudice onorario della corte di Appello di Milano, membro della Società psicoanalitica italiana. È la responsabile della sede Uonpia di via Sanzio. Sono sette quelle gestite dall'Asst Fatebenefratelli-Sacco, dove i dati in mano a Pierangelo Veggiotti, direttore della Neurologia Pediatrica, dicono che le proiezioni sulle cartelle aperte solo nei primi mesi del 2021 - perché è con la seconda ondata che il disagio dei più piccoli si è mostrato con tutta la sua forza - vedrebbero almeno 500 pazienti in più a fine anno. Tantissimi, se consideriamo che nel 2020 erano state 1.083 i pazienti presi in carico. Ma già oggi la richiesta è enorme, sono più di 700 i bambini in lista d'attesa. E il telefono squilla di continuo. Qui come nelle altre realtà territoriali di Milano e non solo. Nei centri del Niguarda, come in quelli del Policlinico o del San Paolo.

"Ora è la madre disperata perché il figlio ha smesso di mangiare - racconta la dottoressa Orofino -. Ora è la collega del pronto soccorso che chiede l'appuntamento per il primo colloquio dopo la dimissione, per la ragazza che ha tentato il suicidio. Ora è l'assistente sociale che chiede la presa in carico del minore per l'indagine in corso, ma anche il decreto urgente per l'inserimento di un adolescente in comunità". Un'emergenza che la pandemia ha solo reso più imponente. "E allora perché negli anni queste strutture che un tempo erano piene di psicologi, psicoterapeuti, psicoanalisti si sono svuotate? Quelli che ci sono ce la mettono tutta, spesso aiutati da tirocinanti volenterosi. Ma siamo in pochi e non possiamo moltiplicarci".

L'anno del Covid ha visto lievitare le richieste d'aiuto per i piccolissimi. "Bambini sotto i tre anni, generalmente maschi, con gravi disturbi del linguaggio e della comunicazione, con sospetti disturbi che spesso riguardano la sfera autistica, una bolla che sta esplodendo", racconta Paola Vizziello, segretaria regionale della Società di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza responsabile del servizio per le malattie rare del neuro-sviluppo che fa parte del polo territoriale di via Pace, uno dei tre del Policlinico. Fra i più grandi, invece, ecco i problemi legati al ritiro sociale che premono. "E poi i disturbi del sonno, dell'alimentazione". Per non parlare dei quadri depressivi. Dei tentati suicidi. Dei casi di "self cutting". Un malessere che cresce senza far rumore, con le sue dita da ragno che arrivano ovunque. Una curva in salita non solo in termini puramente numerici e che va ben oltre il capoluogo lombardo. "Non solo osserviamo un aumento quantitativo delle richieste ma anche una maggiore gravità delle stesse", conferma Martina Mensi, neuropsichiatra del Mondino di Pavia, dove i casi di autolesionismo e tentato suicidio sono cresciuti del 50 per cento nel 2021, così come i ricoveri per gli adolescenti in grave difficoltà psicologica. E gli invii dal pronto soccorso al reparto di neuropsichiatria infantile sono raddoppiati.

Anche per trovare un posto nelle comunità, la situazione è oltre il limite. Lo racconta Anna Bassetti, del centro diurno Aliante. "E le richieste non solo sono in aumento ma richiedono interventi veloci per sollevare le famiglie da situazioni ingestibili". E se già con i casi più urgenti, che hanno vie prioritarie, le unità pubbliche territoriali fanno fatica, figuriamoci gli altri. "I bambini con una diagnosi di autismo possono aspettare anche più di 24 mesi prima di essere seguiti, non so se ci si rende conto di cosa significhi questo tempo per un bambino in età evolutiva", chiede Orofino.

Lo stesso vale per tutti coloro che hanno disturbi più lievi: "Ci sono ragazzini che se presi in tempo, con un adeguato sostegno ai genitori, potrebbero risolverli in un periodo relativamente breve", spiega Sandra Quercioli, responsabile della Uonpia di Quarto Oggiaro. "E invece finiamo per vederli come casi gravi. Perché il tempo che passa dalla richiesta è troppo e i problemi finiscono per diventare più complessi".

Così, come sempre, chi se lo può permettere si rivolge al privato. Sono le famiglie più deboli a rimanere fuori. E alla disperazione dei genitori, assicura Quercioli, non ci si può abituare. Qualche settimana fa un papà ha trovato la sua mail personale. Le ha scritto una lettera. Breve, ma di quelle che non ci si dimentica. "Si appellava al mio buon cuore perché il suo bimbo venisse preso, perché lo aiutassimo. E invece sono stata costretta a rispondere di portare pazienza, che bisognava aspettare, che c'erano tanti altri bambini in attesa come lui. Ma come si fa?". Un problema legato al personale che non basta, che non c'è più. Spolpato dai tagli regionali, dalle mancate sostituzioni. "Ma anche dai posti nelle scuole di specializzazione in neuropsichiatria infantile per anni dati con il contagocce - precisa Veggiotti, che è anche direttore della scuola di specialità della Statale - per le quali solo da poco la Lombardia ha incrementato sensibilmente il numero di posti. Ci vuole tempo, però, per formarli". E a fronte di numero consistente di specialisti che vanno in pensione, "se ci sono altre richieste spesso preferiscono andare altrove, non nei servizi territoriali".

C'è però anche un tema di spazi, di strutture: ci sono unità operative dove gli operatori, nonostante siano pochi, devono fare i turni per avere una stanza dove lavorare con i bambini. E così, hai voglia a smaltire le richieste. "Mi sono reso conto che la situazione logistica e ambientale è drammatica, non degna di una città come Milano", prosegue Veggiotti. È lui a mostrarci la sede di via Sant'Erlembardo, vicino viale Monza, dove si fatica a trovare anche solo l'indicazione per gli ambulatori. Chi ci lavora fa il possibile per renderlo accogliente. Ma resta così triste e inospitale, così diverso da quei reparti di pediatria che siamo abituati a vedere negli ospedali, colorati e a misura di bambini e famiglie. "Scriverò anche al sindaco - scuote la testa il medico - perché così non si può continuare". È stato visitato qui il diciassettenne che, insieme alla fidanzata, a gennaio, si era tagliato il volto dalla bocca alle guance. Si erano sfregiati a vicenda.

La ragazza, dopo essere stata dimessa dal Niguarda, era stata inviata all'unità territoriale che si trova sempre in via Ippocrate. "Una storia che ha colpito tutti, anche me", ammette Margherita Contri, dell'ambulatorio adolescenti, che l'ha ascoltata dopo l'emergenza. "Non aveva grossi pregressi. Ma nella quarantena, con un distacco dalla realtà e dai compagni, aveva perseguito insieme al fidanzato questo sogno assurdo, di somigliare a un personaggio dei cartoni giapponesi, non al Joker. Il confinamento, la mancanza di contatti sociali, avevano alimentato il suo rifugiarsi in un mondo parallelo di fantasia". È lei l'unico medico di questo centro. Fino a pochi anni fa erano in tre. "Siamo in affanno, lo siamo sempre stati. Ma per gestire quest'onda che cresce, oggi più che mai, abbiamo bisogno di risorse, di persone". Ed è già tardi.

 

 

 

 

 

 

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