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Noi e il virus. La libertà di obbedire PDF Stampa
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di Luigi Manconi


La Repubblica, 3 aprile 2021

 

Vaccinarsi per Mario Draghi? Inocularsi il siero per i valenti Massimo Galli e Alberto Zangrillo? Ovvero, in ragione di un rito sociale e di una procedura sanitaria di affidamento all'autorità dello Stato e della scienza. Certo, nel profondo dell'individuo, la motivazione più forte poggia sulla valutazione del proprio personale interesse: se, dunque, il vaccino o qualsiasi altra terapia, faccia il mio bene oppure mi arrechi un danno.

È intorno a questi processi emotivi e mentali che si forma il consenso, o si manifesta il dissenso, a proposito delle strategie pubbliche contro il coronavirus. Natalino Irti, maestro di diritto civile, ha pubblicato un libro molto bello, "Viaggio tra gli obbedienti" (edito da La Nave di Teseo). È una sorta di diario dell'anno della pandemia dove l'autore, analizzando i rapporti interpersonali e le regole monastiche, le prescrizioni sanitarie e gli ordini militari, suggerisce argomenti per rispondere alla domanda: "perché obbedire?".

Irti, non dà una risposta netta, perché, così scrive "la domanda, nasce e rimane, all'interno della coscienza individuale", ma indica un percorso. Ciascuno di noi - di fronte all'inimmaginabile e all'inconoscibile del virus - si trova preso tra la tentazione di abbandonarsi a chi più sa e più può e quella di rompere le righe, saltare la fila, violare il coprifuoco.

In termini di psicologia sociale, tutto ciò si è manifestato attraverso una serie di comportamenti considerati come espressione dell'eterno e irriformabile carattere nazionale: sempre oscillante tra capacità di abnegazione e trasgressione individualistica, tra senso di responsabilità e moto anarcoide, tra coscienza civile e dileggio anti - istituzionale.

Nelle diverse forme di disubbidienza si avverte o una irriducibile renitenza umorale o - quando motivate da considerazioni giuridiche o filosofiche - l'affermazione dell'assoluta e irrinunciabile necessità del dubbio, come fondamento del pensiero critico. Opzioni degne del massimo rispetto quando non lesive dei diritti altrui e del bene pubblico, ma che sembrano sottovalutare le dimensioni della pandemia e i suoi tragici effetti per la collettività.

Eppure nella stragrande maggioranza gli italiani hanno osservato le regole, anche quando risultavano contraddittorie o cervellotiche. C'è una ragione di fondo, raramente dichiarata, eppure intensamente avvertita. Tutti gli Stati, in qualunque tempo e qualunque forma assumano, si basano su un vincolo primario: lo scambio tra protezione e ubbidienza.

Lo Stato garantisce la tutela dell'incolumità fisica e psichica dei cittadini e questi promettono l'osservanza delle regole. Su questo scambio si fonda la legittimazione giuridica e morale dell'autorità statale, la vita delle istituzioni e la stabilità dell'organizzazione sociale. Non è necessario compulsare Thomas Hobbes: basta un manualetto di scienza politica e l'esperienza quotidiana di ognuno. La possibilità di riconoscerci in una comunità, nelle sue leggi e nei suoi istituti, dipende direttamente dalla consapevolezza di essere protetti.

L'aver delegato il monopolio legittimo della forza agli apparati dello Stato giustifica l'affidamento a un'autorità in grado di difenderci dai nemici interni ed esterni. In altre parole, di fronte a una minaccia, chiediamo allo Stato di proteggerci da essa. È quanto accade, ancor più, in presenza della più insidiosa e inquietante delle minacce: il morbo.

Questo perché, la posta in gioco è costituita - e per tutti - da una questione di vita o di morte. È qui che, come scrive Irti, l'ubbidienza richiama una "regola che calando dal di fuori e dal di sopra, assume la vita dentro di sé e conferisce la forma del diritto".

È allora che l'ubbidienza chiama in causa "scelte tragiche" vaccinarsi o meno è, in realtà, la più semplice - che interpellano ciascuno di noi: ed è sempre allora che lavarsi coscienziosamente le mani diventa un atto di coscienza e, allo stesso tempo, un atto politico. La scelta di ubbidire, tuttavia, esige una precondizione: il riconoscimento e il rispetto rigoroso di quel diritto alla conoscenza, cui dedicò la sua ultima battaglia Marco Pannella.

Decreti della Presidenza del Consiglio dei ministri e prescrizioni sanitarie, divieti e obblighi, interdizioni e limiti, blocchi e chiusure, acquistano un senso - almeno un minimo senso - e producono ubbidienza, solo se accompagnati da un'adeguata informazione.

E Dio solo sa quanto essa sia stata assente o carente in questi lunghi mesi. L'informazione potrà essere contestata e contraddetta, e messa radicalmente in discussione, ma deve essere sempre offerta al cittadino cui si chiede responsabilità e lealtà. Solo in tal caso "l'individuo potrebbe riacquistare la libertà di obbedire, la libertà dell'ascolto e della personale decisione". (Ancora Irti).

 

 

 

 

 

 

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