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Otto marzo, la rivoluzione delle ragazze negli anni Settanta PDF Stampa
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di Natalia Aspesi


La Repubblica, 8 marzo 2021

 

Cinquant'anni di battaglie contro le diseguaglianze. Una cavalcata gioiosa iniziata all'insegna del coraggio. I femminismi furono tanti, ognuno con i suoi testi.

Quando le ragazze si risvegliarono, ed erano i primi anni 70, il nemico da combattere era una potente astrazione, il capitalismo, di cui il patriarcato era una delle colonne indispensabili. O viceversa. Il nemico non era il maschio, lui stesso vittima delle costruzioni invincibili del potere, maschile o femminile che fosse. Anzi i giovani uomini erano gli alleati, quelli con cui insieme si doveva distruggere il mondo dei padri: era una rivoluzione che si accodava a quella grandiosa dei lavoratori contro i padroni, che nasceva soprattutto nel privilegio delle università, della consapevolezza culturale, era un movimento di élite quanto mai rumoroso iniziato insieme, ragazzi e ragazze, alla ricerca di quel famoso mondo migliore, la chimera che stiamo ancora cercando, per altre strade, con altre mete e per ora pessimi risultati.

Ma se sei un maschio, pur volonteroso di uguaglianza, e sei nato da una madre più patriarca del padre, sbagli inesorabilmente: avevano, i ragazzi di quegli anni luminosi, un bel riunirsi e fare autocoscienza, a dichiararsi colpevoli di maschilismo, a imparare a piangere, addirittura a sottomettersi alla pericolosa ingiunzione delle compagne di toglier loro la verginità, che era per le ragazze la prima liberazione indispensabile per sottrarsi alla legge della sudditanza. Era più forte di loro, dei ragazzi pur innocenti di maschilismo cosciente e, mentre scrivevano comunicati del tutto incomprensibili e purtroppo sempre più sanguinari, alle adorate compagne di lotta riservavano l'uso quasi domestico del ciclostile. Si scocciarono, le ragazze che ne sapevano più del diavolo e dei compagni barbuti e riccioloni, si ribellarono, se ne andarono, tutte femmine, a inventarsi il femminismo del momento, non certo il primo del secolo: ma non si è donne e intellettuali e di sinistra per niente, e infatti i femminismi furono subito tanti, ognuno con la sua idea di liberazione e i suoi testi e le sue leader. Del resto le catene davvero erano troppe, e ancora oggi non tutti i lucchetti sono saltati. Io ero già in là con gli anni per unirmi a loro, non mi avrebbero accettata, però le seguivo come cronista, talvolta con entusiasmo talvolta con ironia. Il bisogno di liberazione era immenso, ma non ancora rivolto ai singoli uomini. L'uomo non era il nemico, anzi far l'amore faceva parte della rivoluzione, dell'essere finalmente nuova e libera: via dalla famiglia (si leggeva molto "La morte della famiglia" di David Cooper), dalle vecchie regole punitive, persino via dai romanzi rosa che pur scritti esclusivamente da donne, erano di un maschilismo efferato.

Ci si impegnava sul serio, in modo radicale, a esplorare le ragioni del sesso, e se per esempio il corpo dei volonterosi compagni era tutto lì, esposto, e di meccanica primitiva, cosa nascondeva il corpo femminile, che aspetto aveva quella sua parte misteriosa, regno di ogni peccato e vergogna, che nessuno aveva osato ritrarre tranne, si diceva, un certo ottocentesco Courbet il cui quadro peccaminoso era però tenuto nascosto in qualche caveau? Una delle azioni liberatorie fu proprio quello delle giovani eroine che, sedute a terra in cerchio, si misero uno specchio tra le gambe per acculturarsi su cosa voleva dire essere femmina. Le più coraggiose, preso atto di questa origine del mondo, arrivarono a spiegarne i meccanismi ai compagni d'amore e no, che ne sapevano quasi niente. Spiace dirlo, ma quella solenne cerimonia oggi la si vede, ridicolizzata, su TikTok, con ragazzine che si fanno un selfie sotto la gonna e si spaventano. Le ragazze che amavano le ragazze ebbero il coraggio di baciarsi in pubblico, e a un certo punto si formò un gruppo di estremiste della politica femminista, che pur essendo placidamente etero, si imposero almeno per un po' la pratica lesbica, non sempre con grande profitto. In quegli anni meravigliosi di coraggio, davanti alle donne si estendeva una immensa prateria, una infinita foresta, inesplorata: prima di tutto la necessità di scoprire se stesse, le sconosciute che il patriarcato aveva travestito secondo le sue necessità, come in "La fabbrica delle mogli" di Ira Levin; e poi la loro storia taciuta lungo i secoli, il presente da ribaltare, il futuro da costruire. La passione aveva attraversato tutto il mondo occidentale, il femminismo non aveva una sola patria, era universale.

A Milano arrivavano dagli Stati Uniti l'arrabbiata Kate Millett per parlare del suo libro "La politica del sesso", dall'Inghilterra la fascinosa Germaine Greer con "L'eunuco femmina", in Francia Simone de Beauvoir che più di vent'anni prima aveva scritto "Il secondo sesso", il testo fondamentale del femminismo, firmava il "Manifesto delle 343", assieme a una folla di donne che dichiaravano di aver abortito e quindi commesso un crimine: in Italia la grandiosa Carla Lonzi scriveva "Sputiamo su Hegel" e io avendolo proposto al mio giornale di allora, Il Giorno, rischiai il licenziamento.

In California una mostra storica faceva scoprire l'esistenza delle grandi artiste sino ad allora ignorate in quanto donne, Artemisia Gentileschi, Elisabeth-Louise Vigée-Le Brun, Rosalba Carriera e le altre centinaia. A Verona nasceva Diotima, il gruppo di filosofe che, rivendicando una filosofia al femminile, mandarono in bestia le barbute celebrità del ramo; a Padova si combatteva per il salario al lavoro domestico e i comunisti si disperarono, decine di giovani donne scrivevano testi spesso meravigliosi, sempre colti, un patrimonio per chi avesse oggi la bizzarra idea di informarsi di cosa fosse il femminismo trionfante di allora: se non altro per confrontarlo a quello, pur rispettabile ovvio, di adesso, che ha scelto soprattutto il ruolo della vittima più che quello della combattente.

Eppure ci sarebbe ancora molto da conquistare, da pretendere, da ottenere, nel lavoro, nelle carriere, nel potere che sarà una brutta cosa ma è indispensabile, non tanto per la cosiddetta parità di genere che oggi è diventata troppo vasta, quanto per un autentico equilibrio del mondo. Prima che gli uomini si stanchino di sentirsi colpevoli di ogni maschilità e dicano basta cara ancelle, vi aspetta Gilead, la teocrazia totalitaria, ecco per voi la tonaca anche alta moda.

 

 

 

 

 

 

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