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Caratteristiche, valori e comportamenti dell'istituzione carceraria PDF Stampa
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di Carla Chiappini*


Ristretti Orizzonti, 7 marzo 2021

 

Quali dovrebbero essere le caratteristiche e i comportamenti di un'organizzazione a cui per dettato costituzionale viene assegnato il compito di "rieducare"?

In questi giorni compio vent'anni di impegno in carcere; un impegno in larghissima parte volontario e in qualche rara - ma molto piacevole - occasione anche retribuito.

Compio vent'anni, dunque, ed esco proprio dal primo istituto, da quello in cui ho cominciato nella primavera del 2001; tanti ricordi e tanti pensieri nella mia mente, pensieri anche molto intimi con qualche domanda su cui vorrei soffermarmi a partire da quell'art. 27 di cui cito il punto che tanto mi è caro: "...Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

Le pene (e non la pena al singolare), dunque, devono tendere alla rieducazione del condannato e, quindi, tutto il mondo dell'esecuzione penale in teoria dovrebbe farsi qualche domanda su cosa significhi essere soggetto a cui è deputata una questione seria e impegnativa come la "rieducazione". Non si tratta, evidentemente, soltanto di accogliere e ospitare attività di maggiore o minore contenuto pedagogico (magari verificando le competenze di chi le propone e le conduce) ma piuttosto di ripartire dall'origine e di chiedersi quali siano o quali dovrebbero essere le caratteristiche, i valori e i comportamenti di un'organizzazione a cui per dettato costituzionale viene assegnato il compito di "rieducare"?

Provo a individuare le prerogative che mi sembrano irrinunciabili e già mi chiedo quante volte mi è capitato di riscontrarle nelle persone o nelle organizzazioni che ho conosciuto nel ventennale cammino. La risposta purtroppo non è incoraggiante: poche, pochissime volte. Casi isolati. Rifletto su questi requisiti e li scrivo per provare a fare chiarezza anche dentro di me, per dire anche a me stessa quali sono le condizioni di una stimabile adultità. Fatti salvi, naturalmente, gli scivoloni e i limiti che tutti abbiamo.

La credibilità, innanzitutto; se l'istituzione fa un patto o una promessa con la persona detenuta o condannata o imputata deve essere in grado di tener fede a quel patto e a quella promessa. Senza se e senza ma. Applicando a sé stessa la severità che adopera con gli altri; non solo con chi si è macchiato di una condotta illegale ma anche con il volontariato e la società esterna che - con differenti ruoli - entra in carcere o si impegna nel sostenere le "misure di comunità".

La chiarezza o trasparenza che dir si voglia, che implica regole chiare e scritte (dove sono finiti i regolamenti di istituto?) e risposte puntuali, in tempi accettabili. In realtà la trasparenza rappresenta uno dei limiti più seri e preoccupanti delle istituzioni deputate - a vario titolo e con differenti ruoli - all'esecuzione delle pene. Regole molto fluide e imprecise che possono mutare a seconda del vento e tempi biblici per le risposte, attese snervanti che fanno salire l'ansia e la rabbia.

La maturità degli interventi disciplinari che abbiano - per quanto è possibile - un'attenzione focalizzata sulla proposta educativa e non siano soltanto risposte emotive. Questi, al momento, mi sembrano i pilastri della responsabilità e devo dire che su questi pilastri mi impegno a confrontare la mia attività umana e professionale nell'ambito della risposta penale che, per fortuna, è ben più ampia della sola detenzione. Mi sforzo, quindi, di essere severa anche con me stessa, di non compiacere le persone detenute o "messe alla prova" a cui dedico una significativa parte del mio tempo. Cerco relazioni chiare; rispettose ma chiare. Non mi impegno a pubblicare scritti inadeguati solo per assecondare le persone con cui lavoro, non mi piace trattare gli adulti come bambini ma, in realtà, mi sono sempre impegnata a essere chiara anche con i bambini. La compiacenza è senza dubbio meno faticosa ma mi sembra così poco rispettosa. Non si tratta, dunque, di fare semplicemente qualcosa ma di essere qualcos'altro. Sarebbe bello su questi temi poter aprire una riflessione profonda e onesta tra cittadini e istituzioni ma il confronto non sembra mai essere tra le priorità. E dunque riprendo il cammino...

*Giornalista, responsabile della redazione di Ristretti Parma

 

 

 

 

 

 

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