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Se la pandemia affossa gli "invisibili" PDF Stampa
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di Stefano Lepri


La Stampa, 7 marzo 2021

 

Per aiutare i nuovi poveri che la crisi da pandemia ha creato, non bisogna dare retta a chi piange miseria. Sembra strano, ma è così: come già alcuni hanno sottolineato, si trovano davvero in difficoltà gli "invisibili", quelli che non sanno farsi sentire. Ovvero chi non è protetto dalle corporazioni sempre pronte a rivendicare in cui l'Italia purtroppo si divide.

Nell'insieme, ovvero nella media, i sussidi, o "ristori", o "sostegni" erogati sono stati grosso modo sufficienti. Il potere complessivo d'acquisto delle famiglie è sceso poco; tanto è vero che alla riduzione dei consumi (-9,1% nel 2020) è corrisposto in buona parte un aumento dei depositi bancari. Recenti analisi mostrano che, sempre nella media, le imprese restano abbastanza solide. La catastrofe di fallimenti di aziende, il diluvio di licenziamenti prossimi venturi che qualcuno ha predetto sperabilmente non avverranno. Ciò nonostante ci sono molte persone che stanno davvero male: sia a causa di falle preesistenti del nostro sistema di assistenza (in altri Paesi il reddito delle famiglie è quasi invariato) sia a causa di caratteristiche impreviste, o non viste in tempo, della crisi.

Se ci dividiamo su quanto chiudere i ristoranti, sulle sciovie o sui cinema, se facciamo passare il condono di vecchie tasse come indennizzo alla pandemia, non risolveremo nulla. Ci sono alcune cose urgenti che per fortuna il governo già discute: sicurezza sociale per precari e per autonomi, migliore indennità di disoccupazione, garanzie di reddito più alte per le famiglie numerose. L'assistenza però non basta. Le aree di povertà indicano problemi profondi che è bene affrontare se vogliamo, una volta vaccinati, ripartire con più energia. Se a soffrire di più sono giovani, precari, donne, immigrati, e famiglie del Nord con un solo occupato che guadagna poco, abbiamo una lista di persone che, una volta sorrette, potranno dare un contributo importante.

Da troppi anni l'Italia scarica sui giovani quasi tutto il peso del proprio declino; e scoraggiandoli lo aggrava. Non solo un laureato al primo impiego guadagna il 70% meno che in Germania e il 30% meno che in Francia; la sua paga è del 15% inferiore a quella di un italiano nelle stesse condizioni 25 anni fa. Quelli che lo trovano, il posto fisso; perché il resto sono precari o disoccupati. I precari guadagnano ancora meno. Negli ultimi 12 mesi, quasi mezzo milione tra loro ha perso il posto, mentre i sindacati concentravano tutta l'energia nel far mantenere il blocco dei licenziamenti per gli occupati fissi. Quando lo ritroveranno, sarà necessario porsi il problema di una paga minima, ma ancor più di come evitare che l'impiego a termine resti sempre tale.

Quanto alle donne, Mario Draghi ha fatto una affermazione di peso: il Mezzogiorno diventerà migliore ("benessere, autodeterminazione, legalità, sicurezza") se vi aumenterà l'occupazione femminile. Apre un modo nuovo di guardare a che cosa si debba differenziare negli interventi su aree tanto diverse quanto il nostro Sud e il nostro Nord. Ancora: più asili nido soccorrerebbero da subito le famiglie numerose, aiuterebbero le madri a guadagnare, contribuirebbero a darci in futuro giovani più capaci di inserirsi nella società. E invece tocca stare a sentire gli insegnanti che rifiutano di prolungare l'anno scolastico per recuperare le lezioni perdute.

 

 

 

 

 

 

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