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Rifiutati dalle banche, gli italiani impegnano i gioielli di famiglia. E prolifera l'usura PDF Stampa
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di Federico Formica


La Repubblica, 7 marzo 2021

 

Il rapporto del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca) parla di una situazione in rapido peggioramento a causa della crisi pandemica. Chi non riesce a ottenere prestiti si rivolge ad altri canali. Messi ai margini da banche e finanziarie, sono molti gli italiani che impegnano i propri averi al banco dei pegni o dal compro oro per avere liquidità immediata o, peggio, finiscono nelle mani degli usurai. L'ultimo rapporto del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca) fa il punto sull'indebitamento degli italiani delineando un quadro preoccupante.

Non perché il fenomeno sia nuovo - tutt'altro - ma perché quella di Cnca è l'istantanea della situazione pre-Covid che "probabilmente, con la pandemia, andrà ad acuirsi ancora di più" commenta Filippo Torrigiani, consulente del Cnca e della commissione parlamentare antimafia. Il dossier denuncia, utilizzando anche altre fonti di dati, come stia proliferando il mercato creditizio della disperazione, con ottimi profitti per chi presta. In modo legale o no.

Pegni. Nati intorno al 1400, i banchi dei pegni oggi sono regolati in modo ferreo e devono essere approvati dalla Banca d'Italia. In sostanza erogano finanziamenti a breve termine in cambio di beni mobili come oro, argento, mobili di valore, opere d'arte, gioielli, orologi e altro ancora. Quello che non molti sanno, spiega il rapporto, è che queste attività sono di proprietà "di circa una quarantina di banche tra le quali Unicredit, gruppo Monte dei Paschi di Siena, Intesa San Paolo, Carige, Banco Bpm, tanto per citarne alcune". I dati di Assopegno dicono che ogni anno sono tra le 270.000 e le 300.000 le persone che si rivolgono a questi istituti, per un volume d'affari complessivo di circa 800 milioni di euro e un prestito medio erogato di circa mille euro.

Si parla, dunque, di cifre basse che si chiedono per varie necessità: "Spese inattese o impreviste, rette universitarie, ristrutturazioni edili, inizio di nuove attività lavorative". Per molti, sottolinea il Cnca, è l'ultima spiaggia. E la crisi dovuta alla pandemia, con posti di lavoro persi, sussidi arrivati in ritardo (o non arrivati affatto) ha aumentato il numero delle persone che, "con sguardi disillusi in fila composta davanti alle filiali del credito, attendono il loro turno, accomunate da storie simili segnate da difficoltà e disperazione" scrive il Cnca

Compro oro. Di fatto questi esercizi commerciali funzionano in modo molto simile al banco dei pegni, ma le garanzie per il cliente sono molto inferiori. Aprire questo genere di attività è infatti molto semplice: "È sufficiente aprire una partita iva, presentare la documentazione di inizio attività agli uffici comunali di competenza, iscriversi al registro delle imprese e avere a disposizione un locale di 20 metri quadri", spiega il rapporto. Se è vero che il boom dei compro oro è passato, il numero degli esercizi per il commercio di preziosi è cresciuto dai 24.877 del 2018 ai 29.511 del 2019. L'aumento non è però attribuibile solo ai compro oro, perché in questa categoria rientrano anche le gioiellerie.

Proprio perché ci sono meno garanzie, è più facile che il cliente di queste attività incappi in qualche fregatura. Per questo il Cnca ha fornito alcuni consigli utili per arrivare preparati all'appuntamento: andare allo sportello solo una volta saputa qual è la quotazione dell'oro usato in quel momento. Solo così ci si può fare un'idea di quanto renderebbe la vendita dei gioielli; un'altra cosa da fare per evitare valutazioni ingiuste e quella di pesare i monili: "I compro oro offrono ai clienti un prezzo inferiore rispetto a quello che gli stessi hanno calcolato sulla base del valore dell'oro puro che è determinato dai mercati: questo perché altrimenti non otterrebbero un certo guadagno" spiega Cnca.

Usura. Infine il capitolo più doloroso: i prestiti concessi a tassi usurari, che nel migliore dei casi superano del 50% le soglie massime ammesse dalla Banca d'Italia. I dati Eurispes dicono che per gli usurai questo è un periodo di grandi affari. Nel 2020 almeno un italiano su dieci - l'11,9% - si è rivolto al credito illegale: le cifre sono in aumento rispetto al 2019 (10,1%) e al 2018 (7,8%). Non è facile ottenere dati precisi su un fenomeno nascosto, per sua natura, nell'ombra: i dati di Sos impresa stimavano, a fine 2017, un volume d'affari di circa 24 miliardi di euro. È facile ipotizzare che la cifra sia aumentata. Le leggi ci sono e prevedono tutele forti per le vittime: la 108 del 1996 prevede che, nel momento in cui viene accertata l'usura, debba essere restituito quanto pagato, compresi gli interessi sia legali che usurai, oltre il risarcimento del danno patrimoniale e morale per le perdite subite e i mancati guadagni. Nonostante ciò, denuncia Cnca, le denunce dal 1996 al 2016 sono crollate da 1436 a 408 "e non certamente a causa della decrescita del fenomeno".

 

 

 

 

 

 

 

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