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"SanPa" amorosa e crudele ti salva dall'arte spericolata di mettersi nei guai PDF Stampa
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di Luigi Ciotti


La Stampa, 6 marzo 2021

 

"Sanpa, madre amorosa e crudele", di abio Cantelli Anibaldi (Editore Giunti). Nel tunnel della tossicodipendenza. Dall'adolescenza inquieta all'incontro con Muccioli, il diario di un ragazzo uscito dalla droga in anni epici Un libro sulla dimensione avventurosa di una comunità, il suo essere laboratorio di relazioni e pratiche. Ricordo bene il giorno in cui Fabio mi portò il suo libro, quando uscì la prima volta 25 anni fa. Me lo porse con aria emozionata, imbarazzata, quasi volesse chiedere scusa. Temeva che i riferimenti alle vicende di San Patrignano potessero creare fastidi a me o al Gruppo Abele, dove lavorava ormai da qualche mese.

Il testo mi riservò molte sorprese, come credo che ne regalerà ai nuovi lettori. Perché è un libro che parla di droga, certo, e di un percorso umano appassionante quanto travagliato. Ma è soprattutto un piccolo, ragionato e ragionevole trattato sull'arte di mettersi nei guai. Fabio in quest'arte è stato maestro, e lo stesso direbbe probabilmente di me. È forse in questa comune propensione ai guai che ci siamo anzi riconosciuti simili, costruendo un legame stretto e duraturo.

Lui i primi se li è andati a cercare nell'adolescenza, come capita a tanti, non però con la tipica leggerezza dell'età, bensì con un livello di consapevolezza incredibile, frutto della capacità fin da giovanissimo di ascoltarsi, interpretarsi e infine abbandonarsi con spericolata fiducia agli impulsi della vita. Emerge del resto dal libro che si è anche sempre assunto la responsabilità dei guai che combinava, incluso il disastroso rapporto con le droghe. Non si è mai nascosto né vittimizzato. Perciò, credo, ha vissuto con particolare amarezza il venir meno di questo atteggiamento di responsabilità e trasparenza proprio da parte di chi lo aveva accompagnato fuori dagli anni bui della dipendenza: la comunità.

L'avvento delle comunità terapeutiche per persone tossicodipendenti fu un'esperienza pionieristica e avventurosa, a cui, insieme al Gruppo Abele, ebbi la fortuna di partecipare. In quel momento aiutare chi era nei guai con la droga significava mettersi a propria volta nei guai. E non solo perché non esistevano "metodi" né terapie riconosciute, ma perché accogliere un tossicodipendente senza denunciarlo voleva dire, per la legge di allora, diventare complici di un reato. Affrontammo il problema quando nel 1973 fondammo a Torino il primo centro droga in Italia, con la collaborazione di giovani medici e farmacisti, e l'anno dopo una fra le primissime comunità, a Murisengo nell'alessandrino. Nel 1975 la nostra mobilitazione "morire di fame, non di droga", con dibattiti pubblici e uno sciopero della fame, catalizzò attenzione in tutto il Paese, contribuendo in modo decisivo all'approvazione di una nuova legge, non più punitiva ma centrata sui percorsi di prevenzione e cura.

Non è vero che in quegli anni l'unica alternativa alla solitudine delle famiglie era San Patrignano. C'erano tanti soggetti del pubblico e del privato sociale che si mettevano in gioco, segmenti di Chiesa, percorsi animati da idee spesso diverse, ma che avevano appunto in comune la disponibilità a "mettersi nei guai", esponendosi all'incontro con questi ragazzi visti da molti come "lo scarto" della società, accogliendoli senza giudizi e senza promesse, se non quella di tenerli legati alla vita finché non fossero tornati capaci di vivere in maniera autonoma e autentica.

Fabio ce lo spiega con profondità e con grazia, confutando i luoghi comuni: chi usa droga non cerca la morte, ma la vita. Vuole vivere al di sopra delle miserie dell'esistenza umana, e si illude di trovare nelle sostanze la scorciatoia per la felicità. Neppure è vero che la droga sia sempre legata a situazioni di marginalità sociale: quanti figli della borghesia abbiamo accolto, che prima di ritrovarsi per strada a sbattersi per una dose, avevano incontrato la strada come fatica esistenziale, povertà affettiva e smarrimento.

Io non ho condiviso tante scelte di San Patrignano, a cominciare da certe forme di costrizione e violenza, e ho contestato con fermezza le norme repressive ispirate a quel modello di comunità. Tuttavia di fronte alle pagine di Fabio, e di fronte a lui come amico e collaboratore prezioso, non posso che constatare l'impotenza dei dogmi davanti all'irriducibile varietà di situazioni in cui si manifesta la vita. Non posso che dire: per fortuna c'era anche San Patrignano, per fortuna anche Vincenzo Muccioli si è accollato la sua quota di storie da accompagnare... e la sua non piccola quota di guai.

Il libro piacerà ai lettori giovani, perché racconta bene l'epica di quegli anni: la dimensione avventurosa della comunità, il suo essere laboratorio di relazioni e pratiche che, nell'incertezza del momento, sembravano giustificare azzardi dei quali solo col tempo si è colta la natura ambigua.

Oggi quell'epica si è persa, anche se il consumo di droghe non è certo scomparso. Le mafie hanno colto i cambiamenti di contesto e adeguato il mercato: gli stupefacenti si trovano ovunque a prezzi irrisori. Il consumo si è così normalizzato, burocratizzato, è diventato una declinazione fra le tante del consumismo, mentre vediamo crescere altre forme di dipendenza, come quelle dal gioco o dal web. Meno morti, meno crimini violenti, meno allarme sociale. La stessa sofferenza ma non la stessa urgenza ahimè, per tanti, di tirarsi fuori dai guai...

A burocratizzarsi è stato anche il mondo dell'impegno e della cura. Anche noi abbiamo in parte perso quella capacità di "metterci nei guai" che è stata la nostra ricchezza, la nostra forza profetica. Anche noi siamo sommersi dai protocolli, dalla coazione a ripetere "buone pratiche" che quando va bene tamponano il male dei singoli, raramente sono capaci di graffiare la realtà e promuovere il cambiamento sociale. E se non sempre riusciamo a dare risposte al disagio che ci viene incontro, è perché non sappiamo più farci le domande giuste, quelle scomode, quelle che ti obbligano a sperimentare perché la risposta te la insegna soltanto la strada.

Spero di avere ancora tanta strada da fare insieme a Fabio, e a chi come lui non ha mai smesso di rischiare, di lasciarsi provocare e sorprendere dalla vita. La seconda vita offerta a questo libro ne è un esempio. Oggi come allora, vorrei dirgli: non preoccuparti, non sarà un bel libro a procurarci grane! O forse sì, perché i libri migliori sono quelli che mettono nei guai chi li legge, e chi li scrive.

 

 

 

 

 

 

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