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Milioni di vecchi e nuovi poveri: non possiamo abbandonarli PDF Stampa
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di Carlo Verdelli


Corriere della Sera, 6 marzo 2021

 

È indispensabile trovare il modo di dare coraggio alle persone in grave difficoltà, magari spiegando loro in quale modo sarà possibile riuscire a portarle in salvo. I numeri sono importanti, come e più delle parole. Ma scappano via. Capita di leggerli e poi dimenticarli, scaricando la mente, e qualche volta la coscienza, da quello che provano a dirci. Per esempio, un numero come questo: 5 milioni 600 mila. È la stima dell'Istat sui poveri assoluti in Italia, un milione in più di quanti fossero nel marzo scorso, quando il Covid era ancora una minaccia. Vuole dire che oggi quasi un italiano su dieci (il 9,4 % della popolazione) fatica moltissimo a fare fronte ai bisogni essenziali: mangiare, curarsi, coprirsi se è freddo.

Li vedi, gli ultimi arrivati nel girone dei retrocessi, cominciare a mettersi in fila nei posti dove ti danno un sacchetto di cibo gratis, tipo i centri organizzati dalla Caritas, o dei vestiti, delle medicine che ormai sono fuori dalla loro portata economica. Forse, o anzi certamente, provano anche vergogna a ritrovarsi lì, con la mano tesa, obbligati a chiedere, incapaci di procurarsi il minimo, scivolati quasi senza accorgersene sotto la soglia che li divide da quelli che arrancano ma ancora resistono: gli italiani del gradino appena sopra, classificati nella categoria della "povertà relativa". Una fascia in allargamento, tra i 7 e i 9 milioni di persone, dove la battaglia per una vita dignitosa è quotidiana e non sempre la si vince.

In trincea con loro, sia con i poveri "assoluti" sia con i "relativi", convivono anche 1 milione 346 mila tra bambini e ragazzi (209 mila in più dell'anno scorso), un altro numero che se lo vedi scritto magari non impressiona ma che trasformato in un'immagine corrisponde a 17 grandi stadi di calcio completamente esauriti, pieni fino all'orlo di minori che, tra l'altro, rischiano di non finire le scuole, nemmeno quelle dell'obbligo, candidati a un futuro senza futuro.

La pandemia ha accelerato brutalmente il processo di sganciamento dei vagoni di coda del treno Italia. Redditi decurtati, o già scomparsi, o in via di estinzione (quando a luglio terminerà il blocco dei licenziamenti). Salto in basso dal precariato alla disoccupazione. Gente che non riesce nemmeno a pagare le spese per seppellire i propri morti. Sempre più indigenti che si presentano ai servizi sociali per chiedere un aiuto: lavoratori irregolari, lavoratori in nero che non hanno percepito cassa integrazione né ristori, rider in fila per ritirare la busta con i viveri per sé, indossando lo zaino che da lì a poche ore conterrà il buon cibo da consegnare a chi può ordinarlo.

Vecchi e nuovi poveri che affollano le ultime carrozze, per i quali il governo Draghi ha appena stanziato un miliardo di euro. Ma non basteranno questi soldi per impedire che il convoglio si spezzi in due. E non basterà l'impegno forsennato delle associazioni non profit, cioè l'arcipelago delle buone azioni, che a vario titolo stanno facendo l'impossibile per alleviare il confinamento ai margini. Come non basterà sommare redditi di cittadinanza e di emergenza, per quanto finora salvifici ma inevitabilmente a tempo.

C'è una frase di Ermanno Olmi, regista degli umili e degli ultimi, più facile da ricordare di una cifra: "Bisognerebbe andare a scuola di povertà per contenere il disastro che la ricchezza sta producendo". Sommare alla ricchezza, intesa come bulimia di guadagno sterile, che cioè non produce né valore né frutti, i guasti profondi che sta scavando la pandemia, dà un'idea dell'emergenza che le stime dell'Istat hanno appena radiografato. Un'infezione sociale che sta interessando e affollando troppa Italia e troppi italiani. L'agenda delle priorità, in vista dei fondi sperabilmente in arrivo dall'Europa, dovrebbe includere un capitolo che ancora non c'è: "Progetto dignità: per non abbandonare una parte del Paese alla deriva". Il Sud certamente, ma ormai non solo. Anche la pandemia dell'indigenza ha rotto gli argini geografici, e non esistono più zone bianche.

Finché è una statistica, per quanto allarmante, la povertà indigna ma non impegna. Ma quando prende corpo e rischia di esondare, allora il problema non è più soltanto umanitario. Diventa (o non diventa) l'orizzonte delle scelte di un governo. Tenere insieme il treno Italia whatever it takes, a ogni costo, oppure accettare la perdita dei vagoni di coda, attutendo il distacco con misure tampone: tra un'opzione e l'altra, passa il confine dell'Italia che verrà.

Se prima o poi il capo del governo concedesse uno strappo alla sua regola del silenzio e decidesse di dire qualcosa in pubblico, guardando negli occhi questo Paese smarrito e spiegando la rotta che dovrebbe portarlo in salvo, i primi a essergliene grati sarebbero proprio quelli che la rotta temono di averla già persa, che si sentono abbandonati, che hanno smesso di crederci.

Sono un numero, 5 milioni 600 mila. Un numero enorme, composto di singoli addendi, e ogni addendo è un cittadino, con gambe, testa e cuore. La disperazione di questi tanti è, per ora, muta e invisibile. La terza ondata del coronavirus peggiorerà ulteriormente le aspettative che ancora nutrono dalla vita. Dare loro coraggio, farli sentire parte del piano, non è una buona azione. Non essere ignorati sarebbe un diritto.

 

 

 

 

 

 

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