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Il governo ora affronti la questione carceraria PDF Stampa
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di Giovanni Fiandaca


Il Foglio, 22 febbraio 2021

 

A Via Arenula servirebbe un viceministro solo per le carceri. Contro la demagogia punitiva. Il nuovo esecutivo accende speranze anche per il settore della giustizia penale. Cose da fare.

La prospettiva del nuovo esecutivo Draghi come governo di competenti accende speranze anche per lo specifico settore della giustizia penale. Un settore che - com' è noto ed è stato ribadito nelle recenti cerimonie d'apertura dell'anno giudiziario - soffre di così gravi e multiformi patologie, da richiedere in teoria una strategia integrata di interventi chirurgici e di terapie troppo complessa e sofisticata per poter essere anche soltanto concepita da un Guardasigilli grillino intriso di rozza demagogia populista come l'uscente Alfonso Bonafede.

Per di più, chi scrive ritiene da tempo che i mali da curare trascendano l'ambito delle consuete doglianze relative alla eccessiva lentezza dei processi, alla enorme quantità di reati che inflaziona la macchina giudiziaria, alle carenze di personale e alle insufficienze di risorse materiali e umane che provocano il malfunzionamento degli uffici giudiziari (cui si aggiungono i perduranti contrasti di vedute e le vivaci polemiche in tema di prescrizione ecc.).

Al di là di tutti questi problemi reali, che la pandemia ha in non piccola misura finito con l'aggravare, a mio giudizio esistono infatti e persistono - come ho già scritto su queste colonne (cfr. ad esempio il Foglio del 22 dicembre 2020 e del 5 febbraio 2021) - alcuni nodi di fondo che hanno a che fare con i modelli di cultura giudiziaria e più in generale di cultura penale oggi predominanti, rispettivamente, sia in larghi settori della magistratura sia nella pubblica opinione: modelli che sembrano cioè inclinare verso un tendenziale sbilanciamento in senso iper-punitivista, e che andrebbero auspicabilmente riequilibrati non solo in nome dei princìpi del costituzionalismo garantista ma anche per fugare una fuorviante illusione: cioè l'illusione che la repressione penale possa fungere da rimedio risolutivo contro i più gravi mali sociali di turno.

Ben avvertendone gli effetti distorsivi, ha messo più di una volta in guardia da questa illusione persino Papa Francesco nelle sue espliciti prese di posizione contro la demagogia punitiva. Non a caso, lo stesso papa Francesco ha più volte richiamato l'attenzione dei politici anche sulla questione carceraria, che è quella di solito più trascurata nei dibattiti correnti sui problemi della giustizia ma, al tempo stesso, quella che ha fatto affiorare nel modo più esplicito il volto truce e le pulsioni aggressive del peggiore populismo penale nostrano: "Lasciamoli marcire in carcere!" è il noto slogan che fino a poco tempo fa ha infettato la comunicazione politica per veicolare il messaggio di una pena carceraria regressivamente ritornata ad assumere la funzione, anche simbolica, di una implacabile vendetta ritorsiva.

Ma, purtroppo, la strumentalizzazione politica della questione criminale in chiave di consenso elettorale è una tentazione storicamente ricorrente, che ben precede l'avvento del populismo di marca grillina e/o sovranista. E, anche a prescindere da forme di conclamata strumentalizzazione, l'allarme criminalità e le conseguenti scelte in materia di delitti e pene hanno, nel corso degli ultimi decenni, sempre più condizionato il dibattito politico generale, entrando comunque a far parte dei temi più determinanti e divisivi in termini di consenso (e ciò rispetto a pressoché tutti gli schieramenti, di destra, sinistra o centro).

Proprio la "politicità" conflittuale delle opzioni relative al settore penale - tanto più elevata nel nostro paese a causa della ancora maggiore centralità politica che tale settore ha finito da noi, a torto o a ragione, con l'assumere - ha finora impedito che le linee ispiratrici delle riforme in materia fossero per lo più frutto, piuttosto che di confusi e mediocri compromessi, di razionali e chiari disegni concepiti sulla base di saperi e competenze tecniche all'altezza dei problemi da affrontare.

Guardando più da vicino alla questione penitenziaria, è noto come essa sia di recente tornata alla ribalta a causa della emergenza sanitaria da rischio contagio-Covid, la quale ha indotto - sia pure con intermittenza e con l'ennesima esplosione di contrasti e accese polemiche tra fronti contrapposti, anche interni alla magistratura (si allude, com'è intuibile, alle enfatizzate reazioni di allarme subito seguite al presunto grande numero di scarcerazioni di boss mafiosi ammalati e, perciò, più esposti ai potenziali effetti letali di un'infezione) - a riaccendere i riflettori sui persistenti problemi e sulle persistenti esigenze inevase del pianeta carcere: il concreto rischio di contagi diffusi a tutt'oggi deriva, infatti, dal riemerso sovraffollamento, dalle tipiche condizioni di vita carceraria e dalla stessa conformazione strutturale di alcune vecchie prigioni con spazi molto angusti, nonché dalla situazione igienica non sempre a norma, che impediscono un sufficiente distanziamento sociale e l'adozione di tutti gli altri dispositivi di prevenzione più facilmente accessibili alle persone in libertà.

È proprio per questa ragione che il garante nazionale Mauro Palma e i garanti territoriali dei diritti dei detenuti hanno già rivolto più di un appello alle autorità politiche e sanitarie competenti affinché sia la popolazione detenuta, sia tutto il personale penitenziario vengano inseriti tra le categorie da considerare in via prioritaria nell'ambito della campagna vaccinale. A ciò si aggiungano le precedenti richieste, tra cui quella molto autorevole del nuovo presidente della Corte costituzionale Giancarlo Coraggio, rivolte al governo e al Parlamento di deliberare ulteriori provvedimenti deflattivi idonei a ridurre il più possibile il sovraffollamento.

Ma vi è di più. L'emergenza sanitaria ha indirettamente fatto riaffiorare i problemi del pianeta carcere anche in una prospettiva più ampia, avendone inevitabilmente determinato un ulteriore aggravamento. È questa l'angolazione prospettica ispiratrice di un appello-documento redato da più di 200 professori di discipline penalistiche, i quali - in adesione alla recente mobilitazione pacifica con sciopero della fame di Rita Bernardini insieme con Sandro Veronesi, Luigi Manconi e Roberto Saviano - hanno sottolineato l'esigenza di riprendere il cammino delle riforme finalizzate a un "carcere più umano".

Che vi sia oggi la necessità, per un verso, di tornare a ridurre il sovraffollamento, di migliorare le condizioni complessive di vita nelle carceri, di integrare il personale penitenziario ai vari livelli (dai poliziotti agli psicologi), di rilanciare i percorsi risocializzativi destinando risorse umane e materiali idonee a promuovere l'istruzione, i corsi di formazione e le opportunità lavorative anche intramurarie; e, per altro verso, di ampliare il ventaglio e i presupposti di accesso alle misure cosiddette alternative, prendendo una buona volta sul serio il principio della pena detentiva come extrema ratio, non lo sostengono soltanto alcune "anime belle" romanticamente legate all'ideale della tutela dei diritti umani degli stessi delinquenti.

L'esigenza di migliorare e riformare il sistema penitenziario nelle direzioni suddette, lungi dall'essere motivato da ingenuo "buonismo", tende al contrario a un obiettivo di concreta utilità sociale nell'interesse della generalità dei cittadini. Il perché lo spiegano, oltre alla maggior parte degli studiosi, qualificati esperti sul campo appartenenti sia alla magistratura di sorveglianza (si legga l'agile saggio "Vendetta pubblica. Il carcere in Italia", scritto dal giudice Marcello Bortolato insieme col giornalista Edoardo Vigna, Laterza 2020), sia alla stessa amministrazione penitenziaria (assai istruttivi, ad esempio, i recenti libri di esperienze professionali di due direttori di carcere di grande competenza, cioè "Il direttore" di Luigi Pagano, Zolfo 2020, e "Di cuore e di coraggio" di Giacinto Siciliano, Rizzoli 2020), i quali convergono nel condividere tre importanti assunti di massima così sintetizzabili: a) la pena detentiva è tuttora impiegata ben al di là dello stretto necessario, con la conseguenza che essa produce effetti ulteriormente desocializzanti e, per di più, disturbi psicologici di vario tipo su un numero rilevante di carcerati che avrebbero bisogno di misure di ben altra natura; b) un carcere più rispettoso della dignità umana e degli altri diritti costituzionali (istruzione, salute, lavoro ecc.) è un carcere che, nel contempo, rende anche potenzialmente più attraente e credibile l'offerta rieducativa; c) una maggiore disponibilità di sanzioni extra-detentive agevola il reinserimento sociale degli autori di reato, rendendo meno probabile la recidiva.

Uno sperabile ritorno di interesse politico verso l'universo della prigione non dovrebbe, però, tendere soltanto all'obiettivo di una riapertura dei cantieri riformistici. Nel contempo, e prima ancora, vi è un'esigenza di più razionale ed efficiente gestione amministrativa e di maggiore diffusione di buone prassi. È questa una esigenza che viene frequentemente segnalata dal personale degli istituti di pena, con il quale ho anch'io occasione di confrontarmi nella mia attuale esperienza di garante siciliano dei diritti dei detenuti. In effetti, non pochi direttori sono soliti mettere in evidenza - e pressoché tutti i garanti dei detenuti sono in grado di confermarlo - che il settore dell'esecuzione penale è talmente esteso, complesso e variegato da esigere un'attenzione politico-istituzionale non marginale ed episodica, ma a tempo pieno e costante: per cui è l'esperienza concreta a dimostrare che anche al migliore dei possibili ministri della Giustizia, proprio perché in ogni caso costretto a occuparsi di una pluralità di settori tutti più o meno complicati, risulterebbe di fatto impossibile dedicare all'universo carcerario tutte le cure e tutto il tempo che sarebbero in teoria necessari.

Così stando le cose, non sembri allora troppo azzardato, specie nell'imminente orizzonte di un nuovo governo di "competenti", prospettare un'idea che so nella sostanza condivisa quantomeno da una parte rilevante degli esperti della materia: l'idea cioè sarebbe quella di giungere a creare una figura simile a un viceministro appositamente destinato al settore specifico dell'esecuzione penale (sia intramuraria: Dap, sia esterna: Dgmc), dotato innanzitutto di una pregressa competenza in questo campo e, inoltre, posto in condizione di operare (con effettivo potere di indirizzo politico nei confronti dei comparti amministrativi di riferimento) in diretto collegamento con il presidente e il Consiglio dei ministri. È una idea troppo ambiziosa e innovativa e, perciò, poco realistica? Forse, vale la pena di prenderla in considerazione.

 

 

 

 

 

 

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