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Governo Draghi: alla Giustizia una/un garantista, non una estimatrice di Alfredo Rocco PDF Stampa
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di Franco Corleone


L'Espresso, 7 febbraio 2021

 

La crisi terrificante e terrorizzante della politica ha costretto il Presidente Mattarella a chiedere al prof. Mario Draghi di formare un governo autorevole e con presenze di personalità di valore indiscusso.

Ora la discussione si attorciglia sulla natura del governo, politico o tecnico, manifestando ancor più la povertà concettuale dei contendenti. Il giudizio dovrà essere fondato su altro, sulla capacità di affrontare con rapidità ed efficacia i nodi aperte; prioritariamente, il piano vaccinale, la definizione del recovery fund e le ferite sociali.

Cominciano a circolare nomi e si fa anche quello di Paola Severino che è già stata ministro della Giustizia nel governo Monti, per un nuovo incarico.

A futura memoria riporto integralmente quanto avevo scritto nell'Introduzione del volume "Volti e maschere della pena", curato con il costituzionalista Andrea Pugiotto e pubblicato nel 2013 dalle edizioni Ediesse per la collana della Società della Ragione.

"In occasione della discussione al Senato sulla legge anticorruzione, in sede di replica il Guardasigilli Severino (ministro della Repubblica nata dalla Resistenza, come si diceva un tempo) non ha avuto remore nell'elogiare il codice penale vigente e il suo autore, Alfredo Rocco: "[ne] sono personalmente orgogliosa, perché è stato redatto da chi, essendo un tecnico e vivendo in un periodo estremamente negativo nella sua significatività, ha saputo mantenere la barra del timone dritta e costruire un codice valido tecnicamente, tant'è che ancora oggi, a decenni di distanza, è in vigore". Alfredo Rocco fu certamente un insigne giurista. Ma è stato anche un politico, direttore della rivista intitolata proprio "Politica", esponente del movimento nazionalista prima di aderire al fascismo, di cui divenne uno dei più influenti esponenti.

Il codice penale che porta il suo nome ha posto le fondamenta giuridiche su cui edificare lo Stato etico e la dittatura: basterebbe la lettura della biografia di Benito Mussolini, scritta da Renzo de Felice, per comprenderne il ruolo nel Regime.

Oppure rileggere le parole di Piero Gobetti, che nel suo libro "Rivoluzione Liberale" dipinge Alfredo Rocco come un "candido giurista inesperto di storia" e lo irride come teorico del sindacalismo nazionalista: "I sindacati di Rocco sono un'invenzione di carattere professionale, sono un semenzaio dei nuovi clienti".

Ancora più grave è che un ministro della Giustizia dimentichi (o ignori) che proprio ad Alfredo Rocco si deve il regolamento carcerario del 1931, che tracciò l'impronta teorica sulla funzione della pena propria del fascismo, e in cui abbandonava le raffinatezze dello studioso per assumere le vesti del crudele torturatore".

Sarebbe davvero paradossale che a novanta anni dall'entrata in vigore del Codice Rocco, invece di mettere nell'agenda della politica l'approvazione di un nuovo codice, utilizzando i lavori delle tante Commissioni che hanno negli anni prodotto testi riformatori (Pagliaro, Grosso, Nordio, Pisapia) si insediasse in via Arenula una tifosa dell'ideologo dello stato totalitario.

 

 

 

 

 

 

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