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Subito il vaccino nelle carceri PDF Stampa
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di Ornella Favero*

 

Ristretti Orizzonti, 14 gennaio 2021

 

Uno Stato, che sa riconoscere la condizione di estrema debolezza che stanno vivendo le persone che ha in custodia nelle sue carceri, e che ha il coraggio di non punirle ulteriormente, ma di curarle nel modo più scrupoloso e di proteggerle, è uno Stato più forte.

Ogni volta che, negli incontri di confronto tra le scuole e il carcere, sento qualche studente fare delle domande sulla vita detentiva, e sento qualche persona detenuta rispondere che alcuni aspetti della giornata di un detenuto, in fondo, sono un po' come fuori, penso che no, non è vero, non c'è niente nella vita da galera, neppure nella migliore delle galere, che assomigli alla vita libera.

E anche una delle regole penitenziarie europee che dice che "La vita in carcere deve essere il più vicino possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera". mi infastidisce per quanto è lontana dalla realtà. Questa distanza siderale che c'è fra il dentro e il fuori oggi è resa ancora più profonda dalla pandemia, che ha creato delle apparenti vicinanze, come quella di aver fatto sperimentare agli uomini liberi una piccola forma di isolamento, ma in realtà ha reso ancora più pesanti le diversità.

Scrivono la senatrice a vita Liliana Segre e il Garante Nazionale delle persone private della libertà personale Mauro Palma, in un appello che sottolinea la necessità di considerare l'ambiente carcerario come luogo di attenzione prioritaria nel sistema di vaccinazione che il nostro Paese sta predisponendo: "Il carcere è luogo strutturalmente chiuso, dove peraltro, dati i numeri attuali, la misura preventiva del distanziamento è impossibile e dove il tempo trascorso all'interno di un ambiente stretto e condiviso, quale è la camera di pernottamento, ricopre ampia parte della giornata, se non quasi la sua totalità.

La connotazione personale e sociale della popolazione detenuta rivela inoltre una particolare vulnerabilità dal punto di vista sanitario, dati i difficili percorsi di vita che molto spesso connotano coloro che giungono in carcere". Ecco, torna con forza il tema che quasi niente in carcere si può considerare "normale", e che pensare a una strategia della somministrazione del vaccino basata sulle regole della "società libera" sia indirettamente un modo per mettere pesantemente a rischio la vita di chi in carcere vive e di chi ci lavora.

È come quando si parla di salute, e si crede che negli Istituti di pena basterebbe rendere un po' più efficiente il sistema sanitario, i Centri clinici, il servizio di Guardia medica per evitare tante scarcerazioni per motivi di salute. No, non basta, in carcere si sommano fragilità su fragilità, in carcere i tempi di intervento sui problemi di salute sono spesso lentissimi, in carcere il tema della sicurezza schiaccia tutto, in carcere, quando c'è un problema di salute, ci si ritrova malati e in più lontani da ogni affetto e soli e spaventati.

Uno Stato che sa riconoscere la condizione di estrema debolezza che stanno vivendo le persone che ha in custodia nelle sue carceri e che ha il coraggio di non punirle ulteriormente, ma di curarle nel modo più scrupoloso e di proteggerle, è uno Stato più forte, a cui si rivolge anche la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia per chiedere che i detenuti, gli operatori penitenziari e tutti coloro che svolgono attività lavorative ed educative in carcere, vengano inseriti tra le categorie prioritarie nella vaccinazione contro il Covid 19. Per prevenire l'attacco del virus, ma anche per curare carceri rese sempre più simili a deserti, vuote di relazioni e di vitalità, e per rigenerare un clima di dialogo e di assunzione di responsabilità che aiuti e avvicini sempre più persone detenute a un percorso di rientro nella società.

Perché un carcere "cattivo", lontano dalla società e chiuso ogni giorno di più non aiuta nessuno, neppure le vittime. Da vittima, che ha vissuto l'orrore dell'uccisione del padre, Agnese Moro ci ricorda che "in realtà gli anni di carcere, il fatto che il carcere sia duro, non sono un risarcimento nei confronti del dolore delle vittime. Anzi io credo che il carcere sia il più grande ostacolo a una qualsiasi risoluzione o cura del dolore delle vittime, perché il carcere per antonomasia è l'emblema della lontananza: io ti isolo, ti allontano da me, e purtroppo invece più tu stai lontano dalle persone che ti hanno fatto del male, meno tu puoi guarire. (...) Non è la lontananza che ti può aiutare, paradossalmente l'unica cosa che ti può aiutare è la vicinanza con 'l'altro', con chi ti ha fatto del male. È quella vicinanza che fa tornare i mostri che hai nella testa delle persone reali". Le carceri devono allora essere vicine alla società, "aperte", umane.

Firmiamo la petizione rivolta al Ministro della Salute. "Covid19: subito il vaccino nelle carceri!": https://www.change.org/p/ministro-della-salute-subito-il-vaccino-covid19-nelle-carceri?redirect=false

 

*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia

 

 

 

 

 

 

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