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Bambini in carcere con le madri: liberi solo a sei anni PDF Stampa
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di Laura Fazzini

 

osservatoriodiritti.it, 14 gennaio 2021

 

Le associazioni chiedono urgenti correzioni alla legge che permette ai bambini di restare in carcere con le mamme fino a 6 anni d'età. L'accesso alle case famiglia protette è troppo limitato, mentre gli istituti a custodia attenuata sono troppo usati. E a rimetterci sono i bambini, privati della libertà nel loro percorso di crescita.

Diverse associazioni che si occupano di carcere domandano di cambiare la legge 62 del 2011: nata con l'intenzione di far uscire i bambini dagli Istituti di pena femminili promuovendo sei Istituti a custodia attenuata per madri (Icam), la norma ha finito per raddoppiare la carcerazione dei più piccoli, che possono stare in queste strutture fino a 6 anni d'età, contro i 3 previsti in precedenza.

La legge 62 del 2011, infatti, sostituiva alcuni articoli del codice penitenziario e del codice di procedura penale, dedicati alla vita intramuraria delle madri e dei figli. Lo scopo era quello di spingere per gli arresti domiciliari e la creazione di case famiglia protette, dove alloggiare le detenute con figli e vedere il carcere come estrema ratio. Una legge voluta anche da alcune associazioni del terzo settore. Ma nonostante le premesse e i principi che l'hanno positivamente ispirata, la norma sembra contenere alcune storture. Non elimina la carcerazione dei bambini, come detto, perché si fa un ricorso frequente agli Istituti a custodia attenuata per madri, dimenticando che si tratta comunque di una forma di detenzione. E allungando così di fatto l'età fino a 6 anni d'età.

E l'accesso alle case famiglia protette è molto limitato, perché gli oneri di spesa finora non sono stati a carico dallo Stato. "La nostra prima richiesta è quella che sia il ministero della Giustizia a pagare per le casa famiglia", dice a Osservatorio Diritti Gustavo Imbellone, dell'associazione A Roma insieme. Cosa che dovrebbe comunque avvenire già da quest'anno, visto che un emendamento all'ultima legge di bilancio prevede uno stanziamento per il 2021, 2022 e 2023.

Nella sezione femminile del carcere di Rebibbia esiste un nido dove vivono circa 6 bambini all'anno. "Un secondo punto a sfavore di questa legge è il percorso che questi piccoli carcerati devono fare dentro le mura. Chiediamo con forza che escano per andare a vedere spazi senza sbarre", continua Imbellone.

"L'accompagnamento dei bambini all'esterno non dev'essere solo costituito dal volontariato, ci vuole un servizio che venga istituzionalizzato dal ministero, perché se i volontari rimangono a stretto contatto con bambini e madri, poi non possono essere esclusi da qualsiasi riflessione sui loro bisogni, mentre l'istituzione potrebbe non volerne accogliere il pensiero. È quello che è successo a noi. Il conflitto tra istituzioni e volontariato esiste, purtroppo. A volte le istituzioni vogliono solo usare il volontariato".

Aggiunge Carla Forcolin, che per oltre 15 anni ha gestito decine di volontari necessari a portare i bimbi del carcere nelle scuole dell'infanzia di Venezia: "È giusto che l'accompagnamento dei bambini alla scuola dell'infanzia sia fatto a cura del ministero, perché se il compito di finanziare gli accompagnatori ricade sui Comuni, non appena questi sono in difficoltà economica lo accantonano. Noi dovevamo prima fare autofinanziamento per poi pagare gli accompagnatori. Diverso era nei festivi, quando bastavano davvero solo i volontari".

Da tempo, a causa del nuovo coronavirus, non si portano più i bambini a scuola e nemmeno a spasso. L'aiuto che dava loro il volontariato è per ora sospeso. In questo periodo di epidemia si

Carla Forcolin, insegnante, punto di riferimento a Venezia per il grande mondo della solidarietà ai minori più sfortunati, ha pubblicato recentemente il libro "Uscire dal carcere a sei anni". "I primi mesi di vita devono essere passati accanto alla madre, ma già stare in carcere con la madre per tre anni, senza certezza di frequentare un asilo nido, era troppo, per me.

Più i bambini crescono e più soffrono dentro. Si chiedono se sono cattivi per essere costretti a vivere in carcere o se è cattiva la loro madre. Per questo abbiamo chiesto di modificare nella legge 62/11. Il diritto alla libertà non deve essere in antitesi con quello dello stare con le madri, i bambini devono essere spinti a vivere una vita fuori dal carcere dall'età di tre anni al massimo. Vivranno con la famiglia della madre, del padre o costruendo rapporti stabili con adulti che si offrano come punti di riferimento, a meno che non si utilizzi l'affidamento diurno", dice.

"Questo istituto (l'affidamento diurno, ndr) - continua l'insegnante - potrebbe essere molto utile, facendo star fuori di giorno i bambini, che sarebbero non solo accompagnati a scuola sempre dalla stessa persona, ma farebbero una vita molto simile a quella dei coetanei e di sera, o durante le malattie, starebbero con la mamma. Non perderebbero il rapporto con lei, che potrebbe lavorare e studiare a sua volta, e vivrebbero una vita ricca di esperienze e stimoli".

Il deputato Paolo Siani (Pd), insieme a un gruppo di parlamentari della maggioranza e sostenuto da diverse realtà del terzo settore, tra cui Cittadinanzattiva, A Roma Insieme, Terre des Hommes, La Gabbianella e Acat, si è fatto promotore di un emendamento per ottenere dalla legge di bilancio fondi per l'uscita dei bambini dal carcere in supporto delle case famiglia. Il 19 dicembre è stato approvato l'emendamento, che prevede la destinazione di un milione e mezzo di euro per finanziare le case famiglia protette tra il 2021 e il 2023. Dice Paolo Siani: "Ho visitato personalmente l'Icam di Avellino e una casa famiglia protetta di Roma. Sono due mondi completamente diversi: il primo è un carcere, il secondo è il luogo adatto a far crescere un bambino quando rimane con la madre detenuta", commenta. Il lavoro politico ora è arrivare in commissione Giustizia per modificare gli altri punti della legge utilizzando le proposte delle associazioni.

Un percorso ancora lungo, che viene monitorato anche da Terre des Hommes. Per Federica Giannotta, responsabile per l'ong dei progetti italiani, "il diritto supremo che manca a questi bimbi è il diritto alla libertà in generale. Crescono con obblighi e divieti, senza avere la possibilità di sperimentare pienamente quella dimensione di libertà e crescita completa, che solo fuori dal carcere è possibile vivere. Occorre quindi che si dia priorità a questo, sia adeguando il piano normativo che oggi disciplina la presenza dei bimbi in carcere, sia investendo con risorse funzionali a permettere che il territorio in cui risiede un bimbo incarcerato possa attivarsi per rendere la sua vicinanza alla sua mamma il meno traumatico possibile".

 

 

 

 

 

 

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