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Il caso Sofri e i frutti avvelenati dell'albero del pentitismo PDF Stampa
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di Leonardo Sciascia*

 

Il Dubbio, 14 gennaio 2021

 

Quando ho sentito dell'arresto di Adriano Sofri, ho subito pensato: se è davvero colpevole, appena davanti al giudice confesserà. E non che il fatto che non abbia confessato assuma per me piena convinzione di innocenza: ma è un elemento di intuizione, di impressione, cui altri più razionali, si aggiungono.

Io non ho conosciuto Sofri negli anni ruggenti intorno al Sessantotto. L'ho conosciuto dieci anni dopo. E mi è parso, di fronte alla vita, di fronte ai libri, nei rapporti umani, un uomo 'religioso'. Davvero era tanto diverso prima? Non riesco a crederlo. Io ho avuto un amico, che è stato anche amico di Vitaliano Brancati e di cui Brancati, dandogli altro nome, parla in un racconto, che per la sua idea e il suo sentimento della rivoluzione, specialmente negli anni del fascismo, avrebbe incendiato il mondo, ma non c'era persona, comunque la pensasse, che non fosse degna del suo rispetto.

Così mi pare Sofri, per carattere oltre che per delusione ideologica e per le riflessioni su quella delusione: e posso immaginare le sue intemperanze di un tempo, ma tra le intemperanze e l'omicidio e per giunta, a freddo, commissionato ad altri c'è una gran differenza. Se è suo, lo stesso articolo pubblicato da ' Lotta continua' all'indomani dell'assassinio di Calabresi e che può sembrare di rivendicazione, a me pare risponda a degli astratti canoni rivoluzionari e mi pare, anche, che segni oggi un punto per la difesa piuttosto che per l'accusa. Nel senso della domanda che dobbiamo pur porci: possibile che Sofri e i suoi più vicini, se dalla loro decisione fosse venuto l'assassinio di Calabresi, siano stati tanto sciocchi da attirare subito l'attenzione della polizia sul loro gruppuscolo?

So, per come l'istruttoria viene istruendosi, qual è la risposta: avevano bisogno di segnalarsi come guida dell'intero movimento, e da eroi quasi assumersi la paternità di quel delitto. Ma, ritenendo che non fossero sciocchi nemmeno allora, nel furore rivoluzionario, per me regge l'ipotesi di segno opposto: che erano sicuri la polizia non potesse trovar traccia tra loro dell'organizzazione di quel delitto, e per il semplice fatto che era stato da altri organizzato e consumato; e non potendo dunque essere accusati di omicidio, potevano permettersi di incorrere nell'apologia di reato: irrisoria imputazione, e specialmente in quel momento. E nasceva, l'apologia, bisogna riconoscerlo, da una ' provocazione' dello Stato che non solo toccava i rivoluzionari, ma la gran parte degli italiani. Ancora oggi, quale verità abbiamo sulla morte dell'anarchico Pinelli se non quella che ciascuno e tutti ci siamo costruita facilmente, e con più o meno gravi varianti a carico di coloro che lo interrogavano? Pinelli non ha resistito alle torture morali e psichiche, e si è buttato giù dalla finestra: variante la più leggera. O non ha resistito alle torture fisiche, cogliendo il momento di distrazione degli astanti per buttarsi giù. O alle torture non ha resistito, morendo, ed è stato buttato giù. Ipotesi, quest'ultima, che trova riscontro di probabilità nel più recente e accertato caso verificatosi negli uffici di polizia palermitani.

Ed è da ribadire che un delitto cosi consumato 'dentro' le istituzioni è incommensurabilmente più grave di qualsiasi delitto consumato 'fuori'. (Alberto Savinio diceva: 'Avverto gli imbecilli che le loro proteste cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza'. Ma si possono dire soltanto imbecilli coloro che disapproveranno questa mia affermazione?) E comunque: non è il momento di dire la verità sulla morte di Pinelli, restituendo onore alla memoria di Calabresi se, com'è stato detto, non c'entrava?

Non è possibile trovare, tra chi c'era, un 'pentito' che finalmente dica la verità? Ma tornando a Sofri, è da dire che casi come il suo sono di quelli che non solo si presentano ambigui nell'immediato, ma sono destinati, nell'opinione dei più, a restar tali; di interna contraddizione, di doppia verità. Perché non ai dati di fatto, alla concomitanza di indizi, al convergere di testimonianze più o meno dirette, la ricerca della verità può affidarsi e arrivare a una soluzione 'al di là di ogni dubbio', ma alle soggettive impressioni che si possono avere dal trovarsi di fronte agli accusati e all'accusatore, dall'averli conosciuti o, come sta accadendo ai giudici, dal conoscerli ora, dal dialogare con loro, dallo scrutarli.

Ed è dentro questo limite dell'averlo conosciuto, dello stimarlo, del crederlo incapace di aver ordinato un assassinio che è stata firmata, anche da me, una lettera che a Sofri sarà più di conforto che di aiuto. Non mai, come da qualche parte è stata intesa, in quanto affermazione di una equivalenza tra l'intellettualità e l'innocenza. Nemmeno lo spirito di corpo o di casta, di cui peraltro sono sprovvisto, può far stravedere fino a questo punto. Ci sono stati intellettuali capaci di delitti più ignobili ed efferati; e un intellettuale che volesse ignorarlo non sarebbe un intellettuale ma un cretino. Ed è inutile dire che si era ben lontani, con quella lettera, dal vagheggiare l'impunità o dall'invocare il ' perdonismo'. Si voleva e si vuole, soltanto e assolutamente, la giusta giustizia.

Da quel che il cosiddetto segreto istruttorio lascia affluire ai giornali, la condizione di Sofri e di altri due imputati sembra esser questa: c'è un quarto uomo che si autoaccusa e li accusa dell'omicidio Calabresi. Due mandanti, Sofri e Pietrostefani; due esecutori, Bompressi e Marino: e Marino è quello che si autoaccusa ed accusa. Ma dopo sedici anni, e nel vigore delle leggi che beneficano i pentiti. Altro sembra che non ci sia, a suffragare le accuse di Marino, se non la confidenza a polizia e magistratura di altri pentiti, che appartengono alla preistoria del pentitismo, che l'assassinio di Calabresi sia stata opera del gruppo di 'Lotta continua'.

E qui le domande si affollano: che riguardano il passato e il presente, la storia del terrorismo e la storia del 'perdonismo'. Ma per fermarci all'oggi: in che misura, una volta accertata, Marino pagherebbe la sua partecipazione al delitto? Quali sono stati i suoi rapporti con Sofri in questi sedici anni? Fino a che data gli si rivolse per avere qualche soccorso finanziario e da qual giorno ne fu deluso? Si rivolse anche a Pietrostefani? Quale la sua situazione economica e morale al momento in cui va ad autoaccusarsi e ad accusare, la sua situazione familiare, i suoi rapporti con la moglie particolarmente?

Ma il cittadino qualsiasi non ha, come invece ha il magistrato, né l'opportunità né i mezzi per aver risposta a queste e ad altre simili domande. Chi conosce Sofri e lo stima, si sente in diritto di avere l'opinione, fino a contraria e netta prova, che Marino sia un personaggio che ha trovato il suo autore nella legge sui pentiti. In quanto ai moventi psicologici che possono aver suscitato in lui la decisione di autoaccusarsi per accusare, tanti se ne possono trovare, a lume di esperienza di vita come di letteratura dal sentimento della gratitudine, per molti difficile e insostenibile e di cui spesso si scaricano con sentimento opposto, al rancore in cui non rare volte si mutano ammirazioni, devozioni e mitizzazioni; dal fissarsi nell'idea che il passato rivoluzionario sia stato di giovamento ai furbi e di danno a se stessi ingenui, alla voglia di giungere a una notorietà, a una forma di successo, per altre strade preclusa e da quella delle rivelazioni giudiziarie aperta. E così via. E non si dice che i moventi di Marino siano questi, ma questi possono essere stati, se crediamo nella estraneità di Sofri a quel delitto. L'albero del pentimento può dare, come ha dato, di questi frutti. Avremmo potuto sperare che i segni del 'prima ti arresto e poi cerco le prove', che anche in questo caso purtroppo si intravedono, i giudici riuscissero al più presto a dissolverli. Ma la comunicazione giudiziaria a Boato e ad altri allontana di molto questa speranza.

*Articolo pubblicato su L'Espresso del 28 agosto 1988

 

 

 

 

 

 

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