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La Bosnia abbandona i migranti nella neve, l'Unione europea promette gravi conseguenze PDF Stampa
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di Francesco Battistini

 

Corriere della Sera, 14 gennaio 2021

 

L'Organizzazione internazionale per i migranti parla di "catastrofe umanitaria", ma le colpe sono anche e soprattutto europee: tutti si voltano tutti dall'altra parte, lasciando Sarajevo da sola, come accadeva all'Italia di fronte alla Libia. "Non vogliamo un'altra Moria!". Nel mare bianco dei Balcani, quando cala il buio e si va anche a meno dieci, nemmeno il fiato resta ai pakistani e agli afgani che congelano a piedi nudi sul confine tra Bosnia e Croazia.

E bisogna risparmiarlo, il vapore che esce dalla gola, per scaldare le dita ghiacciate e passare la ventesima notte nel nulla degli aiuti e nel niente del futuro. "Non vogliamo un'altra Moria!", hanno gridato tutto il giorno, manganellati e anche di più dalla polizia croata: non vogliono restare a bivaccare qui com'era nel campo di Moria, sull'isola di Lesbo, i turchi alle spalle che li spingevano in mare e i greci di fronte che li respingevano indietro. "Non lasciateci morire...", sussurrano appena scende la sera, le forze che si cristallizzano e la voglia di protestare che si scioglie, esausta.

Qui è lo stesso imbuto della Grecia o di Lampedusa, con la differenza d'un gelo artico da "catastrofe umanitaria" (parole dell'Organizzazione internazionale per i migranti) e nessuno che dia una mano: duemila migranti della Rotta balcanica mollati soli, in boschi da lupi, senz'acqua, senza luce, senza cibo, senza stufe calde, senza una parola di conforto. Le proteste dell'Onu e dell'Ue hanno sortito un primo risultato, e lunedì sera 900 profughi sono stati finalmente soccorsi in novanta tende riscaldate del vecchio campo bosniaco di Lipa, incendiato prima di Natale: sei docce, materassi, coperte, pasti caldi, finalmente. Ma gli altri? Vagano. Aspettano. Tremano. Sperano.

S'è di nuovo rotta l'Europa, sulla Rotta dei Balcani. In quelle che l'Italia chiama con un eufemismo "riammissioni", e che non sono altro che i soliti respingimenti alla frontiera: "riammissioni" in Slovenia, dove a loro volta li fanno "riammettere" in Croazia, in Serbia, in Bosnia Erzegovina e così via, in un silenzioso e vergognoso scarica-migrante. L'Italia blocca tutti prima di Gorizia? La Slovenia ha già progettato un muro di 40 chilometri lungo la frontiera. Il lavoro più sporco è stato commissionato ai croati, ultimo dei Paesi Ue: le torture e le violenze della polizia sono la regola, circolano le immagini di corpi manganellati o peggio, con buona pace della solidarietà internazionale invocata solo dieci giorni dalla Croazia fa per i poveri terremotati e senzacasa di Petrinja.

Ma la patata bollente, o ghiacciata, resta in mano ai bosniaci. Che si sono rifiutati di stabilire un campo permanente a Lipa - per questo bruciato dagli immigrati disperati - e ora fronteggiano le proteste dei sindaci e della popolazione: da Bihac a Bradina e fino a Blazuj, dove il campo stavolta sarebbe stato incendiato dagli abitanti, nessun bosniaco vuole i rifugiati sotto casa. La Bosnia ha già accolto 16 mila disperati, 11 mila li ha bloccati al confine meridionale, 6.300 li sta sistemando in campi di fortuna, ma ce ne sono almeno due-tremila che bevono neve e mangiano muschio, indosso soltanto una coperta, ai piedi le infradito (quando va bene), donne e bambini abbandonati come cani randagi. Il web rilancia immagini terribili di filo spinato, facce smagrite, memorie di lager.

"Ora basta - tuona il sindaco di Bihac, Suhret Fazlic -, hanno sistemato un campo nella vecchia fabbrica di Bira, ma la gente non vuole qui nessuno! Non abbiamo ricevuto un euro di compensazione né da Sarajevo, né dall'Ue, né da tutti quelli che ci accusano di xenofobia". I soldi sono uno dei misteri di questa storia. Bruxelles ha versato 90 milioni alla Bosnia e ha sistemato Bira - come Josep Borrell, "ministro" degli Esteri europeo, ha ricordato in una telefonata al presidente bosniaco, Milorad Dodik - ma che fine hanno fatto? Servivano per l'accoglienza: sono finiti solo a rafforzare gendarmerie e dogane, mentre molti campi restano vuoti per non turbare la sensibilità di politici locali e di popolazioni furiose.

Circolano accuse e ipotesi, fra le ong sul territorio: gli strani appalti per il cibo ai campi profughi, gestiti da società vicine a ministri del governo, e il dubbio che la corruzione sia diffusa sulla pelle dei migranti come i segni lasciati dalle torture. "State attenti, vi giocate la reputazione", ha avvertito Borrell, minacciando "gravi conseguenze" per la Bosnia se continuerà a far morire la gente nella neve: se Sarajevo vuole entrare nell'Ue come Stato membro, non è questa la strada. Ma le colpe sono anche e soprattutto europee. Dal 22 dicembre, inizio della nuova emergenza, al solito si voltano tutti dall'altra parte. E lasciano la Bosnia da sola, come accadeva all'Italia di fronte alla Libia.

"L'Ue non può restare indifferente - protesta Pietro Bartolo, il medico che per trent'anni ha soccorso i naufraghi di Lampedusa e oggi è eurodeputato. Questa colpa resterà nella storia, come queste immagini di corpi congelati. Che fine hanno fatto i soldi che abbiamo dato a questi Paesi perché s'occupassero dei migranti? Ai Balcani c'è il confine europeo della disumanità. Ci sono violenze inconcepibili, la Croazia, l'Italia e la Slovenia non si comportano da Paesi europei: negare le domande d'asilo va contro ogni convenzione interazionale, questa è la vittoria di fascisti e populisti balcanici con la complicità di molti governi".

La solidarietà è scarsa, rispetto a quel che s'è visto nel Mediterraneo... "Perché per ora ci sono meno morti, nei Balcani. E perché i numeri sono inferiori. Ma i respingimenti sono più disumani. A Lampedusa non è stato quasi mai torto un capello, ai migranti: qui abbiamo prove di decine di torturati. Bisogna svegliare le coscienze!". Padre Alex Zanotelli ha annunciato uno sciopero della fame, in sostegno alle poche ong e alla Croce rossa che s'occupano di questa folla disperata. E il vescovo di Banja Luka, monsignor Franjo Komarica, ha voluto parlare al cuore dei suoi connazionali: "Bosniaci, tanti di voi hanno provato il pane amaro dei rifugiati e dei profughi di guerra. Oggi, molti di voi fanno i politici. Perché non capite?".

 

 

 

 

 

 

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