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Il vaccino non è unica emergenza degli istituti penitenziari PDF Stampa
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di Viviana Lanza

 

Il Riformista, 7 gennaio 2021

 

In questi mesi il tema del piano vaccinale contro la pandemia da Covid-19 è argomento centrale. Ma il mondo del carcere sembra essere stato finora escluso dall'attenzione politica, nonostante a livello nazionale rappresenti una popolazione di circa 100mila persone, fra detenuti e personale che lavora all'interno degli istituti di pena. Nelle ultime settimane c'è stata una sollecitazione da parte dei Radicali, dell'Unione Camere Penali Italiane, e a Napoli da parte dei garanti dei detenuti, degli avvocati della Camera penale e della Onlus Carcere possibile.

Con la delibera del 18 dicembre anche l'Ordine degli avvocati di Napoli, quindi l'organismo che rappresenta l'intera avvocatura napoletana, ha deciso di farsi promotore di un'iniziativa per la tutela del diritto alla salute di tutti, anche di chi è in cella. E alla Presidenza del Consiglio dei ministri, ai Ministeri di Salute e Giustizia e al Garante nazionale delle persone sottoposte a misure restrittive della liberà personale è stata avanzata una richiesta in tal senso. "Il Foro napoletano, condividendo la scelta di somministrare il vaccino alle categorie di soggetti più esposti a rischi, chiede alle istituzioni di tener conto della drammatica situazione delle carceri italiane dove la sovrappopolazione rende impossibile il rispetto del distanziamento".

"La delibera in questione - spiega il vicepresidente dell'Ordine degli avvocati napoletani, Gabriele Esposito - rappresenta ancora una volta il ruolo fondamentale che l'avvocato svolge nel sociale esprimendo vicinanza alle categorie più deboli e bisognose di assistenza e, soprattutto, nei confronti di coloro che non possiedono strumenti per difendersi adeguatamente dalla pandemia ma che, anzi, per le condizioni in cui vivono risultano obbligatoriamente esposti a maggiori rischi".

Attualmente si è solo prevista la priorità per gli agenti penitenziari in quanto lavoratori che operano in uno dei settori essenziali, ma non c'è un piano vaccinale per le carceri. Eppure in carcere i rischi sono alti. Pensiamo alle celle, quelle che in alcuni casi arrivano a ospitare anche dieci detenuti: come si fa a parlare di distanziamento? Pensiamo agli spazi riservati alla cosiddetta ora d'aria: come si fa a garantire il rispetto di tutte le misure di prevenzione?

Il sovraffollamento pesa come un macigno su questa emergenza. Enormi sono stati gli sforzi compiuti da chi lavora all'interno delle carceri, in questi mesi, per contenere i contagi. Le amministrazioni penitenziarie hanno riconosciuto anche l'impegno dei detenuti stessi a rispettare le regole anti-Covid, seppure con tutti i limiti logistici e di mezzi che c'erano. Ma i rischi, dicevamo, restano alti. E allora perché nel piano di vaccinazione non si è considerato fra le priorità anche il mondo del carcere? L'interrogativo resta con il punto di domanda.

Il deputato Riccardo Magi ha sollecitato il Governo a considerare tale priorità, gli avvocati penalisti napoletani hanno posto la questione paragonando gli istituiti di pena alle Rsa, luoghi cioè dove è impossibile mantenere il distanziamento fisico e dove la popolazione ospitata è in larga parte affetta da varie e gravi patologie. L'avvocato Riccardo Polidoro, responsabile dell'Osservatorio Carcere dell'Unione camere penali italiane, ha analizzato, proprio dalle colonne di questo giornale, le motivazioni alla base della richiesta di un piano vaccinale anche per i detenuti e per tutti coloro che lavorano negli istituti di pena. Il mondo del carcere non è un mondo chiuso all'esterno: basti pensare soltanto a tutti coloro che per lavoro entrano ed escono ogni giorno dalle strutture penitenziarie, non è un luogo dove la pandemia è l'unica emergenza da gestire, perché il sovraffollamento, le carenze igieniche e sanitarie, le criticità legate all'edilizia penitenziaria e alla penuria di risorse sono problemi da sempre.

 

 

 

 

 

 

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