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Carceri, sciopero senza buonsenso PDF Stampa
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di Piercamillo Davigo

 

Il Fatto Quotidiano, 7 gennaio 2021

 

Astensione a staffetta dal cibo. Chi sta proponendo questa forma di protesta non tiene conto delle cifre reali: non c'è nessun sovraffollamento e perciò alcun motivo di scarcerazioni o amnistie. Quando sento parlare di sciopero della fame, il pensiero corre a persone disposte a mettere a rischio la propria vita per difendere, in modo non violento, principi che ritengono fondamentali.

Il Mahatma Ghandi scelse la non violenza come metodo di lotta politica contro il dominio britannico in India, in coerenza con il suo insegnamento secondo il quale occhio per occhio rende tutto il mondo cieco. Altri, appartenenti a organizzazioni che avevano fatto uso della violenza (come l'I.R.A.), ricorsero allo sciopero della fame da detenuti, chiedendo lo status di prigionieri di guerra.

L'atteggiamento britannico fu molto diverso: nel caso di Ghandi, le autorità non volevano rischiare che morisse in carcere; alcuni detenuti irlandesi, a fronte dell'intransigenza inglese, a partire da Bobby Sands morirono in carcere. In entrambi i casi, si trattava di cose terribilmente serie. Non credo che lo sciopero della fame a staffetta possa essere paragonato a quelle tragedie del XX secolo e neppure credo che i valori in gioco siano paragonabili.

Come ci informa il Riformista del 2 dicembre 2020, nel caso dello sciopero della fame a staffetta, si protesta contro il sovraffollamento delle carceri, nel momento in cui il numero dei detenuti in Italia è il più basso da molti anni. In un'intervista, Sandro Veronesi spiega (ed è il titolo del pezzo) che il governo è troppo debole per far votare un'amnistia, "ma liberarli si può".

Premetto che sono d'accordo sul fatto che la civiltà di un Paese si misura anche da come vengono trattati i detenuti, ma sembra che la soluzione proposta sia quella di "liberarli". Quasi tutte le opinioni sono rispettabili, ma si dovrebbe pur tener conto dei dati di fatto e della coerenza. Cominciamo dai fatti: secondo i dati del ministero della Giustizia, al 31 dicembre 2020 nelle carceri italiane erano detenuti 53.364 uomini e 2.255 donne per un totale di 55.619 unità, a fronte di una capienza regolamentare di 50.562 posti.

Una nota ricorda però che i posti sono calcolati sulla base del criterio di 9 mq per il primo detenuto più 5 mq per gli altri (lo stesso per cui in Italia viene concessa l'abitabilità alle abitazioni civili; una superficie più elevata della media europea).

La popolazione italiana al 1° gennaio 2020 era di 60.317.000 persone, quindi la proporzione di detenuti sulla popolazione è di 92,2 ogni centomila persone. Nel Consiglio d'Europa (organizzazione più ampia dell'Unione europea, che conta 47 Stati) la media è di 123,7 ogni 100 mila abitanti. Quindi l'Italia non ha più detenuti di altri Paesi, ad esempio in Francia sono 103,5; in Gran Bretagna 142,4; in Spagna 126,7 sempre ogni 100.000 abitanti (fonte: Euronews).

Eppure, ragionando come se il numero di detenuti fosse una variabile indipendente, non si chiede (ammesso che il sovraffollamento ci sia e a tacere del fatto che in Italia esistono organizzazioni criminali di particolare virulenza, oltre a un elevato numero di detenuti stranieri che non si riescono a rimpatriare) l'aumento dei posti-carcere, ma di liberare i detenuti. Trovando altri modi se, essendo il governo debole (ma si dovrebbe parlare di maggioranza in Parlamento), non si può approvare un'amnistia. Qui veniamo alla mancanza di coerenza.

Quando fu approvato il codice di procedura penale oggi vigente, coloro che avevano perplessità su una normativa che rendendo in generale non utilizzabili gli elementi acquisiti nella fase delle indagini e imponendo la reiterazione delle prove in dibattimento, avrebbe determinato, nell'ipotesi migliore, la triplicazione della durata dei processi. La risposta dei sostenitori del codice fu che ci sarebbero stati pochi dibattimenti in quanto la maggior parte dei procedimenti sarebbero stati definiti con patteggiamento o rito abbreviato.

Citavano l'esempio degli Stati Uniti d'America dove solo il 4% dei procedimenti viene celebrato con il rito che si era voluto copiare. L'ovvia obiezione fu che in uno Stato dove, in cinquant'anni, c'erano stati 35 provvedimenti di amnistia e indulto, non si vedeva perché qualcuno dovesse patteggiare o chiedere il giudizio abbreviato, quando bastava aspettare per evitare ogni pena. Fu cambiata la Costituzione e introdotta una maggioranza qualificata per varare provvedimenti di clemenza (tuttavia alcuni provvedimenti di amnistia e indulto furono approvati).

I riti alternativi tuttavia non sono decollati. La percentuale di processi dibattimentali che si celebrarono con rito ordinario coprì nel 2008 il 90,6% dei casi mentre il 9,4% si svolsero con riti alternativi: 5,4% con rito abbreviato, 4% con patteggiamento (Fonte Astrid-online.it, ricerca dell'Unione Camere Penali ed Eurispes).

La ragione è che, alla luce della durata dei processi (conseguente al nuovo rito), da un lato la prescrizione ha sostituito l'amnistia (infatti i sostenitori dell'amnistia protestano anche contro la modifica della prescrizione) e che vi è la possibilità di differire l'esecuzione della pena a tempi migliori con impugnazioni in percentuali sconosciute in altri Stati.

Quando si copia qualcosa da altri sistemi, bisognerebbe valutare il contesto in cui quegli istituti sono inseriti: di fronte alla straordinaria (rispetto ai nostri parametri) severità dei giudici statunitensi e del loro ordinamento processuale, ben si comprende perché pochissimi scelgano di andare a processo con giuria. Per fare un esempio, Bernard Madoff, che realizzò una serie di truffe, negli Usa fu condannato a 150 anni di carcere, che sta scontando; in Italia, dato il numero di vittime da esaminare, avrebbe certamente beneficiato della prescrizione.

C'è chi sostiene che la pena non svolge in realtà alcuna effettiva deterrenza, per cui si potrebbe anche abolire il carcere, ma chiediamoci come mai, invece, la pena detentiva sia applicata in tutto il mondo. In ogni caso, la valutazione va effettuata per tipi di reato e di autori degli stessi: i colletti bianchi sono attenti al calcolo costi/benefici (ce ne sono pochissimi in carcere: 230 in Italia, 7.555 in Germania).

Più in generale, in un mondo dove le frontiere sono sempre più facilmente transitabili, il tasso di repressione concreta applicato in uno Stato non può essere troppo diverso da quello applicato in altri Stati, perché se è molto più alto si esporta criminalità, se è molto più basso si importa criminalità. Mi sembra puro buon senso. Potrei iniziare uno sciopero della fame a staffetta per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sul buon senso.

 

 

 

 

 

 

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