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Treviso. Vivere in un carcere minorile al tempo del Covid PDF Stampa
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di Roberto Grigoletto

 

oggitreviso.it, 7 gennaio 2021

 

"Si patisce più che fuori la solitudine e l'isolamento". Il racconto di quest'anno nelle parole di don Otello Bisetto, cappellano dell'istituto penale minorile. Un "senso di carcere", proprio nel "senso" di avere un assaggio di come si possa vivere in prigione, lo abbiamo provato tutti nei mesi del primo lockdown, quello tra marzo e maggio. Si potrebbe pensare, per questo, che chi sta dentro sia attrezzato per quarantene e isolamento. E qui ci si sbaglia: la pandemia si è abbattuta sugli istituti penali con effetti ancor più deleteri dal punto di vista psicologico. Sui detenuti più giovani, soprattutto. Don Otello Bisetto è il cappellano dell'istituto penali minorenni di Treviso. Lo abbiamo incontrato oggi, nel giorno dell'Epifania, l'ultima festa del periodo natalizio.

 

Don Otello, tre anni di carcere (si fa pare dire), mesi di pandemia compresi: come li ha vissuti?

I ragazzi che arrivano in nell'Istituto penale minorile spesso hanno storie e vissuti diversi, origini e culture differenti, e non è facile per loro abituarsi al "regime" di un Istituto penitenziario. La mia presenza ha in qualche modo questo scopo: incontrare i ragazzi e parlare con loro; instaurare delle relazioni che favoriscano, per quanto possibile, un migliore inserimento dei ragazzi in un ambiente dove ci sono delle "limitazioni".

 

Di cosa parla più spesso con loro?

Parlare con loro è offrire una motivazione per "ricominciare", per trovare le energie affinché si impegnino nelle proposte di attività scolastiche ed extrascolastiche che puntualmente vengono organizzate nell'istituto minorile. Prima del Covid-19, venivano svolte molte iniziative con la partecipazione di molti gruppi di giovani che erano coinvolti nelle attività. Davano ai giovani detenuti una occasione di scambio e di svago, ma soprattutto gli stimoli giusti per ritrovare la strada per un reinserimento nella collettività.

 

Con l'arrivo del virus che cosa è cambiato?

È giunto alla vigilia del Carnevale 2020, proprio nel momento in cui stavamo preparando la festa con alcuni gruppi. Lo scompiglio è stato notevole. Di colpo si sono dovute adottare delle misure per impedire al virus di entrare in carcere.

 

Un isolamento nell'isolamento, possiamo definirlo così?

Nella prima fase del lockdown, a marzo e aprile), la scelta più importante è stata quella di limitare al massimo i contatti con l'esterno, impedendo l'accesso non soltanto ai volontari per le varie attività di animazione e integrazione, ma pure ai famigliari per i colloqui.

 

Anche la scuola all'interno del carcere è stata sospesa, dico bene?

La didattica garantita dagli insegnanti è stata interrotta come pure alcune attività dei laboratori che consentivano ai ragazzi di essere impegnati durante la giornata. Fortunatamente il minorile ha fatto in modo che fossero garantiti la didattica a distanza e i colloqui con i familiari.

 

Qual è stata la reazione dei giovani detenuti?

È stato un cambiamento che li ha destabilizzati. È il contatto con le persone ciò di cui hanno più bisogno. Osservandoli in questi mesi devo riconoscere che è stato veramente difficile per loro doversi accontentare dei pochi scambi che erano consentiti: il prof di educazione fisica, l'operatore del laboratorio artistico, la mediatrice culturale.

 

Un distacco ancora più grande dal mondo...

Ogni volta mi chiedevano quando sarebbero tornati i gruppi animatori delle attività ludico-ricreative; quando avrebbero potuto giocare ancora a calcio o anche incontrare le scolaresche del progetto "Voci".

 

E cosa rispondeva?

Non è stato sempre facile far capire loro la situazione generata dal Covid-19. Certamente la Pandemia ha fatto sentire in modo più deciso la sensazione di solitudine e separazione dal mondo e per i minori e giovani in carcere è stata una sofferenza che spesso hanno tentato di mascherare.

 

Come hanno affrontato i mesi del lockdown?

Si sono in qualche modo rassegnati ad accettare questa situazione anche se, qualche volta, la tensione era palpabile per la stanchezza di dover vivere in questa condizione di "isolamento". Grazie alla presenza di tante persone preparate (gli educatori, il medico, la psicologa, la Polizia Penitenziaria) il clima è sempre rimasto abbastanza tranquillo.

 

La parte più difficile?

Non è sempre facile far capire loro che il "tutto e subito" è solamente nella finzione dei videogiochi e dei film e che nella realtà le cose funzionano diversamente: pazienza! È un ambiente impegnativo il carcere minorile, i giovani sono spesso cresciuti in ambienti "difficili" e hanno una storia personale ingarbugliata.

 

Non deve essere facile l'approccio...

Cerco di offrire occasioni, anche se piccole, di dialogo di ascolto e di scambio. Il vissuto che si portano dietro fa assumere loro un atteggiamento arrogante e indifferente ma spesso si tratta di una "corazza" della quale si sono rivestiti per "proteggersi" e che non è sempre facile scalfire.

 

Cosa patiscono più di tutto?

Di sentirsi "normali" cioè capaci di vivere come delle persone che possono combinare qualcosa di buono e di bello per loro stessi e per la società che, in quanto detenuti, vedono come ostile e nemica. Noi tentiamo di "rappacificarli" con il mondo esterno.

 

E fuori dal carcere: cosa avverte nel comune sentire nei confronti dei detenuti negli istituti di pena?

Constato che la "società civile" ha bisogno di un cambio di mentalità riguardo al mondo carcerario. Durante questo tempo di pandemia ho visto anche dei giovani trasformarsi, diventare responsabili, accettare di compiere un percorso di "riparazione" profondo per affrontare meglio e seriamente il loro vissuto e preparare un avvenire. Dico sempre ai detenuti: "prima o poi fuori da qui ci dovete andare, perciò preparatevi a quel momento meglio che potete".

 

La ascoltano?

Alcuni ascoltano, ad altri sembra non interessi granché... certamente non mi stancherò di far presente che per me sono comunque persone (delle quali di fatto nemmeno conosco i reati commessi) e che una opportunità di "riscatto" non si deve negare a nessuno. Sta a ciascuno di loro mettersi in gioco. Se la desiderano, una mano da parte mia ci sarà sempre, per ripartire.

 

 

 

 

 

 

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