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Le contraddizioni dell'Italia sulle riammissioni dei migranti PDF Stampa
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di Annalisa Cuzzocrea e Fabio Tonacci

 

La Repubblica, 7 gennaio 2021

 

Nei moduli fatti firmare alla frontiera con la Slovenia scompare la richiesta di asilo. Tutta l'ambiguità del Viminale a proposito di quanto sta accadendo sul confine italo-sloveno è contenuta in due righe sgrammaticate del modulo di riammissione. Quel pezzo di carta che hanno fatto firmare ad Osman nella caserma di polizia del valico Fernetti (Trieste) prima di essere riportato in Slovenia e spacciato - sostiene il 22enne pachistano nell'intervista a Repubblica del 5 gennaio - per una domanda di asilo.

Ufficialmente la posizione del ministero dell'Interno è questa: le riammissioni per chi viene rintracciato entro i dieci chilometri dalla frontiera o entro le 24 ore dall'ingresso si possono fare anche nei confronti dei richiedenti asilo. Nel modulo da compilare con le generalità dopo l'attraversamento irregolare e da mostrare alle autorità slovene, però, si legge: "I cittadini (spazio vuoto) che non risulta nella richiesta in quanto richiedente asilo in (spazio vuoto) hanno reso dichiarazioni spontanee...". Perché quest'ansia di attestare una circostanza non per forza vera, ossia che quella persona o quelle persone da rimandare indietro abbiano già depositato la domanda di protezione internazionale altrove?

L'accordo del 1996: no riammissioni per i rifugiati - La storia è intricata, nasce da accordi risalenti al 1996 quando la Slovenia non era neanche nell'Unione e la rotta balcanica non esisteva, si presta a interpretazioni giuridiche non univoche, va sbrogliata. Partendo dai fatti.

Quest'anno i numeri delle riammissioni nei settori triestino e goriziano sono esplosi. Nel secondo semestre del 2019 non superavano le cento unità. Lo scorso maggio, su precisa direttiva del Viminale e su spinta del governatore leghista Massimiliano Fedriga, hanno cominciato ad aumentare fino a superare quota 1.300 nell'arco del 2020.

E questo nonostante sia ormai documentata la prassi del cosiddetto respingimento a catena: i poliziotti sloveni consegnano i migranti riammessi dall'Italia ai croati, i croati li riportano - spesso con violenze e soprusi - nei boschi della Bosnia. Ossia fuori dal perimetro dell'Unione. Eppure l'accordo del 1996 prevede che l'obbligo di riammissione non sussista per "i cittadini di stati terzi ai quali la parte contraente (quindi Italia o Slovenia, ndr) ha riconosciuto lo status di rifugiato in applicazione della convenzione di Ginevra". La questione, dunque, si complica ancor di più.

Cosa dicono le associazioni pro-migranti - Dice Gianfranco Schiavone, presidente del triestino Consorzio italiano di solidarietà: "Il riconoscimento dello status di rifugiato è un diritto soggettivo che lo straniero chiede appunto di accertare. Quindi il divieto di riammissione vale anche per i richiedenti. Aggiungo che le normative italiana ed europea prevedono che in nessun caso possano essere respinte o riammesse delle persone verso uno Stato dove possono subire trattamenti inumani o essere sottoposti al respingimento a catena". Dello stesso avviso il deputato di +Europa Riccardo Magi: "Il governo italiano ha una grave responsabilità: contribuisce attraverso le riammissioni informali in Slovenia a realizzare questa violazione sistematica dei diritti umani e del diritto europeo".

Un'altra anomalia - Lo scorso luglio il ministero dell'Interno, per bocca del sottosegretario Achille Variati e rispondendo a un'interrogazione parlamentare di Magi, ha ribadito che le riammissioni informali "si applicano anche qualora sia manifestata l'intenzione di richiedere protezione internazionale, ad eccezione delle categorie vulnerabili (come donne e bambini, ndr) e dei soggetti che risultino registrati nel sistema Eurodac avendo già presentato richiesta di protezione internazionale in altri Paesi membri".

Ecco un'altra anomalia: l'accordo del 1996, dice il Viminale, non si applica a chi ha presentato la domanda altrove, poi nel famoso modulo si specifica che si è riammessi in Slovenia proprio per quel motivo. Il modulo è stato reso pubblico grazie all'accesso agli atti fatto dal deputato del Pd Matteo Orfini, che al ministero ha richiesto la copia anche del protocollo operativo siglato tra le polizie italiana e slovena e della direttiva del Governo del maggio scorso.

"Poca trasparenza, pronto a un esposto in procura" - Ma il Gabinetto del ministro ha opposto ragioni di riservatezza, sostenendo che si tratti di documenti non ostensibili. "Trovo già allucinante dover fare un accesso agli atti al mio governo - dice il deputato - ma trovo ancor più allucinante che su una vicenda così palesemente illegittima e illegale il ministero risponda negando la trasparenza. Spero, e mi permetto di dire esigo, che la ministra Lamorgese e il Capo della polizia chiariscano quanto sta accadendo e rendano trasparenti gli atti che hanno secretato.

Qualora questo non dovesse avvenire immediatamente non solo farò ricorso avvalendomi degli strumenti del sindacato ispettivo, ma non escludo un esposto in procura". E nel merito della questione, Orfini rincara: "C'è un elemento incredibilmente grave: che l'Europa, considerandosi fortezza, chiuda i suoi accessi con un meccanismo che produce abusi, violenze, torture e barbarie come quelle riportate da Repubblica. Chiudendo le frontiere si attuano respingimenti illegali. Chi viene respinto subisce una sorte simile a chi tenta di attraversare il Mediterraneo".

 

 

 

 

 

 

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