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La guerra dei puri e duri PDF Stampa
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di Giuseppe Sottile


Il Foglio, 24 ottobre 2020

 

Quoque tu. Al Csm anche Di Matteo ha votato per la defenestrazione di Davigo. Uno scontro fra giustizialisti. Qualcuno, spingendosi oltre il confine della retorica, ha evocato Bruto, le Idi di Marzo e l'agguato a Giulio Cesare, nel 44 avanti Cristo.

Paragone esagerato e forse anche inopportuno. Perché nell'ultimo atto del dramma che ha spinto il Consiglio superiore della magistratura a decretare la defenestrazione, per raggiunti limiti di età, del reverendissimo Piercamillo Davigo non c'è stato alcun agguato e non c'è stato nemmeno un complotto. È successo semplicemente che al momento della votazione ciascuno dei consiglieri, laico togato poco importa, ha messo sul piatto le proprie paure, i propri sentimenti, i propri rancori, la propria coscienza.

Nel momento in cui la credibilità di Palazzo dei Marescialli precipitava verso il fondo senza mai toccare il fondo era fin troppo prevedibile che la corrente di Area, quella dei progressisti, non trovasse né il coraggio di voltare le spalle al Santissimo Fustigatore né la forza di neutralizzare il pollice verso del vicepresidente David Ermini, quasi certamente sintonizzato con il Quirinale, e dei vertici della Cassazione: infatti tre di loro si sono astenuti.

Ed era altrettanto prevedibile che la corrente di Magistratura Indipendente, quella del renziano Cosimo Ferri, e la corrente di Unicost, quella del reprobo Luca Palamara, pareggiassero i conti con l'ex "doctor subtilis" di Mani pulite che, come membro della "Disciplinare", era già pronto a sfoderare la spada dell'inquisizione per colpire tutti i magistrati sorpresi dal trojan a traccheggiare, con Palamara, sulle nomine prossime venture del Csm.

Non era prevedibile invece che si schierasse contro Davigo il più puro e il più duro dei magistrati coraggiosi: quel Nino Di Matteo, palermitano, che è stato pubblico ministero nel processo della Trattativa; che da Palermo è passato alla Procura nazionale antimafia e che è stato eletto al Consiglio superiore da indipendente ma con l'appoggio pubblico e determinante di Autonomia e Indipendenza: manco a dirlo, la corrente fondata tre anni fa proprio da Davigo dopo la rottura dei rapporti con Magistratura Indipendente.

Chi avrebbe mai immaginato che la fronda di Nino Di Matteo diventasse quasi determinante per mettere fuori gioco, fin dal 20 ottobre - giorno del suo settantesimo compleanno e del suo obbligato pensionamento - il magistrato Davigo, idolo e simbolo dei giustizialisti più intolleranti e più forcaioli? Chi avrebbe mai immaginato un titanico scontro tra il puro e duro della Trattativa e il puro e duro di Mani pulite; tra il puro e duro che va in televisione, da Massimo Giletti, per attaccare a testa bassa il ministro della Giustizia e il puro e duro che va in televisione, da Giovanni Floris, per predicare urbi et orbi il suo particolarissimo vangelo sulla presunzione d'innocenza, sulla prescrizione e su altre quisquilie del cosiddetto stato di diritto?

Non lo avrebbe immaginato nessuno. Invece il sipario si è strappato e ha mostrato al popolo incantato dei fedelissimi e degli spettatori che sul palcoscenico della purezza si giocano guerre sotterranee con lo stesso stile di quelle che si combattono silenziosamente dentro i palazzi della politica.

Per capire l'asprezza del conflitto, del resto, bastava leggere l'attacco che Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano ed estimatore di Piercamillo Davigo, ha sferrato a stretto giro di posta nei confronti di Di Matteo. Lo ha inserito nel girone malvagio dei voltagabbana e ha picchiato duro con parole che somigliano più a una scomunica che non a una sentenza.

Dopo avere ricordato che non c'era alcuna ragione perché il plenum del Csm deliberasse la decadenza di un suo membro tra i più intransigenti e più preparati, Travaglio scrive che Davigo è finito "nel mirino dei colleghi invidiosi della sua popolarità, della sua credibilità e del suo rigore morale". E spiega: "Tra quelli che ieri gli hanno votato contro con voltafaccia imbarazzanti, oltre a un inspiegabile e sconcertante Nino Di Matteo, ci sono i correntocrati della destra e della sinistra che per anni hanno inciuciato e fatto carriera con i vari Palamara" e che, tra un traccheggio e l'altro, hanno contribuito anche "a coprire i porti delle nebbie e delle sabbie".

Più duro di così il direttore del Fatto quotidiano non poteva essere. Ma Di Matteo non ha fatto una piega. Ha indossato ancora una volta i paramenti sacri del puro e del duro e ha sostenuto di avere scelto "con grande difficoltà umana, ma in piena coscienza". Dura lex sed lex, ha aggiunto. "La qualità di appartenente all'ordine giudiziario è imprescindibile per avere funzioni nell'autogoverno", ha detto. Se Davigo fosse rimasto in carica nel Consiglio superiore oltre il suo pensionamento, si sarebbe verificata - secondo l'ex pm della Trattativa - l'anomalia "di avere un tertium genus di consigliere, né togato né laico, che avrebbe alterato il rapporto tra la componente magistratuale e le altre in Consiglio e che sarebbe andato ad accrescere ingiustificatamente il numero dei non togati, violando anche lo spirito delle norme costituzionali sull'ordinamento della magistratura".

Basterà il latinorum di Di Matteo ad appannare i segnali di guerra che si levano dal meraviglioso mondo dei puri e duri? Probabilmente no. È da parecchi mesi che sotto la cenere cerimoniosa delle buone maniere cova il fuoco di un risentimento che appesantisce ogni giorno di più i rapporti tra Di Matteo e Alfonso Bonafede, ministro Guardasigilli, e che di rimando coinvolge, direttamente o indirettamente, i comprimari dell'uno e dell'altro fronte.

Tutto comincia, come si ricorderà, con la cosiddetta battaglia del Dap, chiamiamola così. Nel giugno del 2018, subito dopo la nomina al vertice di Via Arenula, Bonafede chiama l'ex pm della Trattativa e gli propone un incarico di eccezionale potere: il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Cioè un impero di 191 istituti carcerari, con un bilancio di due miliardi e settecento milioni di euro, con un esercito di 36 mila agenti di polizia penitenziaria e con una squadra speciale, i famigerati Gom, in grado di controllare e intercettare ciascuno dei 740 boss in regime di carcere duro e di gettare un occhio anche sugli altri 53 mila detenuti esposti, dal sovraffollamento, a ogni insofferenza, a ogni promiscuità e a ogni contagio.

Ma il ministro si rimangia la promessa nel giro di ventiquattr'ore e Di Matteo non assorbe il colpo facilmente. Chiamato a metà maggio di quest'anno a "Non è l'Arena", la trasmissione televisiva di Giletti, il magistrato più scortato d'Italia lancia pubblicamente il sospetto che il ministro grillino, impaurito dalle voci tenebrose provenienti dal carcere, fosse sceso sostanzialmente a patti con i padrini di Cosa nostra.

Un sospetto pesantissimo, infamante: Bonafede alla fine avrebbe ceduto alle ragioni della mafia, assegnando la massima responsabilità del Dap al pallido Francesco Basentini e sacrificando di conseguenza Di Matteo: sì, proprio lui, l'eroe dell'antimafia che Beppe Grillo in persona aveva indicato, nel pieno della campagna elettorale, come il candidato più idoneo a ricoprire addirittura la poltrona che poi Luigi Di Maio, capo politico dei Cinque stelle, preferirà affidare al suo fraternissimo amico Bonafede, dj in quel di Mazara del Vallo.

Il sodalizio mediatico tra Giletti e Di Matteo è poi andato oltre. E la campagna contro Bonafede, anche e soprattutto dopo la scarcerazione di alcuni boss al 41 bis, gravemente ammalati, ha assunto toni sempre più ruvidi e sempre più infuocati. Al punto da indignare non solo il ministro, che non ha più voluto mettere piede negli studi de La7, ma anche tutti gli uomini che hanno condiviso con lui, e in parte anche ispirato, le leggi contro la corruzione e contro la prescrizione. Norme talmente severe - basta ricordare l'invasività selvaggia del trojan nel sistema delle intercettazioni - da avere procurato al ministro di Giustizia l'appellativo secco e inequivocabile di "manettaro".

Tra i difensori di Bonafede, e delle sue leggi, i più appariscenti sono stati, manco a dirlo, Travaglio e Davigo. Il direttore del Fatto quotidiano non ha esitato a stroncare, con un giudizio sferzante, la trasmissione di Giletti e le forzature dei suoi ospiti, primo fra tutti Di Matteo, opportunamente assistito da una sua personalissima e sodale comitiva: dal sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, al sostituto procuratore antimafia Catello Maresca, dal procuratore aggiunto di Catania e membro del Csm, Sebastiano Ardita, all'ex procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, inventore e sceneggiatore dell'inchiesta sulla Trattativa. Mentre Piercamillo Davigo ha preferito mantenersi sulle generali. Non ha speso ufficialmente una parola a favore di Bonafede ma non ha speso una parola nemmeno a favore di Di Matteo. Che, verosimilmente, se l'aspettava.

Lunedì, nella sala Bachelet del Consiglio superiore della magistratura, si è consumata così una contrapposizione riconducibile comunque alla guerra del Dap. Quando il plenum è stato chiamato a votare sulla decadenza di Davigo - 13 a favore, 6 contro, 5 astenuti - il voto che ha fatto più rumore è stato quello del puro e duro Di Matteo. Un voto di coscienza non v'è dubbio. Ma la coscienza, si sa, non è una stanza vuota: comprende anche sentimenti, umori, malumori e risentimenti.

Che l'ex pubblico ministero della Trattativa - suo il merito, chiamiamolo così, di avere ottenuto la condanna in primo grado di alcuni uomini dello Stato accusati di avere tramato con i boss - non fosse un tipo sempre disponibile alla remissione dei peccati altrui si sa ormai da tempo. E per averne una conferma basta leggere il sito ufficiale della cosiddetta Confraternita della Trattativa, che puntualmente gli assegna ogni giorno da cinque a sette titoli in prima pagina e che altrettanto puntualmente bastona, si fa per dire, chiunque osi sollevare un dubbio, una perplessità o una polemica nei confronti del magistrato al quale il santone del simpatico giornaletto, con le sue stimmate, ha assegnato il primo e insindacabile posto nel piazzale degli eroi.

Il pestaggio non ha risparmiato nessuno: né il giornalista che ha avuto l'ardire di non genuflettersi davanti alla spettacolarizzazione di un processo basato essenzialmente sulle rivelazioni di un pataccaro come Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, trasformato frettolosamente in una "icona dell'antimafia"; né il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, bollato come bugiardo solo perché si era permesso di telefonare in diretta a Massimo Giletti per smentire pubblicamente un'affermazione dell'eroe.

Incredibile a dirsi, ma il fanatico furore della Confraternita ha investito persino Fiammetta Borsellino, la figlia del giudice assassinato ventotto anni fa a Palermo, colpevole di avere mostrato pubblicamente tutto il suo disappunto per come i magistrati di Caltanissetta, tra i quali c'era anche il giovane Nino Di Matteo, avallarono subito dopo la strage di via D'Amelio il depistaggio congegnato, più o meno volontariamente, da un gruppo di investigatori in combutta con un balordo, Vincenzo Scarantino, spacciato come il pentito di mafia più attendibile dell'universo mondo.

Tutti censurati, tutti bastonati, tutti richiamati all'ordine. Compresi, va da sé, Marco Travaglio e Alfonso Bonafede, il ministro manettaro che nel giugno di due anni fa, per la direzione del Dap, preferì puntare su Basentini, un magistrato quasi sconosciuto di Potenza, e non sul più duro e più puro cavallo di razza di cui l'ordinamento giudiziario potesse in quel momento disporre.

Se lo ricordi, Piercamillo Davigo. Anche se il Tar del Lazio, nelle cui mani ha rimesso le sue ultime speranze, gli concederà la possibilità di riprendersi il suo ruolo di consigliere del Csm, il Santissimo Fustigatore troverà sempre sulla sua strada un collega ancora più puro che cercherà sempre e comunque di epurarlo.

 

 

 

 

 

 

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