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L'attrazione fatale per la forca PDF Stampa
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di Sergio D'Elia*


Il Riformista, 21 ottobre 2020

 

Il 37 per cento di italiani favorevoli alla pena di morte è anche poca cosa, considerato il regime giudiziario e penitenziario, politico e mediatico che negli ultimi trent'anni si è mangiato lo Stato di diritto, lo Stato democratico e lo stato di coscienza e umanità. Urlano vendetta appena viene commesso un delitto, occupano la scena giudiziaria e mediatica. Avvelenano i pozzi a cui si abbevera la pubblica opinione. "In galera!", rispondono se un boss malato viene scarcerato. Per loro chi è stato mafioso lo è per sempre. E quasi nessuno osa contraddirle.

Che senso ha oggi un sondaggio sulla pena di morte? Sondaggi e referendum non dovrebbero mai essere fatti su questioni che richiamano principi e valori universalmente acquisiti, a partire dalla sacra triade dei diritti umani fondamentali: il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona.

Meno che mai vanno proposti in condizioni di assoluta negazione di dibattito pubblico, di un confronto serio e approfondito sulle possibili alternative al sistema delle pene. Un popolo privato del diritto umano alla conoscenza, non ha nessun potere cognitivo e di indirizzo, e di cambiare la natura di un potere letteralmente reazionario e il disordine che si è costituito contro la legge e il diritto. Cosa poteva emergere da un sondaggio sulla pena di morte nel nostro Paese?

Il 37 per cento di favorevoli è anche poca cosa, considerato lo stato delle cose che ha preso forma nella durata di un regime giudiziario e penitenziario, politico e mediatico che negli ultimi trent'anni si è mangiato lo Stato di diritto, lo Stato democratico e lo stato di coscienza e umanità del nostro Paese e del popolo italiano. Un sondaggio sulla tortura non avrebbe avuto esiti molto diversi.

Viviamo in un Paese dove esistono ancora edifici costruiti per la pena mentale e corporale, votati all'odio, alla violenza e alla sofferenza. E in questi "istituti di pena", proprio così continuiamo a chiamarli, ci sono "sezioni riservate" alla pratica della tortura - per carità, "democratica" - del 41bis, un regime strutturalmente portato a infliggere dolore al fine di estorcere confessioni o collaborazioni o allo scopo puro e semplice di punire. Fuori dai tribunali e nelle piazze antistanti questi luoghi di pena, le Erinni si affollano e urlano frasi terribili: "chi sbaglia paga", "chi ha ucciso dev'essere ucciso", "certezza della pena". Ovviamente della pena di morte, della morte per pena, della pena fino alla morte.

A volte il mito racconta storie fuori dal tempo che però vivono e insegnano ancora molto in ogni luogo e oltre ogni tempo. Le tragedie, i testi classici - ha acutamente notato Marta Cartabia in una straordinaria lectio magistralis - "ci conducono in un mondo senza tempo che parla a ogni tempo". Così, accade che le Erinni della tragedia greca continuino a popolare il nostro tempo e la nostra vita. Nella farsa italiana, queste mostruose figure obnubilate dal buio della notte e della mente urlano vendetta non appena viene commesso un delitto, occupano subito il centro della scena politica e giudiziaria, avvelenano l'acqua dei pozzi dove si abbevera la pubblica opinione. Nei tribunali, nelle piazze e nelle arene mediatiche, le Erinni del nostro tempo, prive di argomenti e sorde all'ascolto, mormorano accuse, sibilano condanne, maledicono persone, invocano e imprecano finché giustizia non è stata fatta.

Quando un magistrato di sorveglianza decide, in scienza e coscienza, di scarcerare un boss per gravi motivi di salute, si sente solo il loro cupo e maledicente mormorio: "in galera, in galera". Pochi si levano a difendere la legge fondamentale che considera sacro il diritto alla salute di ogni individuo. Quando le Erinni della Certezza della Pena e del Fine Pena Mai maledicono le sentenze delle alte corti d'Italia e d'Europa, pochi alzano la voce a difesa dell'articolo 27 della Costituzione, supremo presidio della flessibilità della pena come forma e sostanza di sua civiltà, dolcezza e umanità. Quando due boss della mafia, vecchi e malati, incapaci di qualsiasi intendimento e volontà, sono sul punto di morire in una cella del 41 bis, la furia delle Erinni ammonisce che "uno, se è stato mafioso, lo è per sempre" e diffida il potere da un pur minimo gesto di umana pietà. Pochi osano obiettare che in tal modo la giustizia, privata della misericordia, non guadagna, ma perde tutta la sua forza. Non mi meraviglia, quindi, che l'analfabetismo costituzionale della "certezza della pena" trovi eco nel favore popolare a una pena, l'unica certa, quella di morte e quella fino alla morte.

Voglio credere a un finale lieto di questa storia. Che, come nella tragedia greca, illuminate dall'argomentare di Atena, dea della sapienza, da dee afasiche della maledizione le Erinni mutino in Eumenidi, beate costruttrici di pace in una città più ordinata e armonica. Il nostro Nessuno tocchi Caino vale anche per le Erinni del nostro tempo e della nostra società, quando nel modo di pensare ad Abele diventino esse stesse Caino.

Allora, che nessuno le colpisca se le dovesse incontrare. Nessuno tocchi Travaglio, Nessuno tocchi Gratteri, Nessuno tocchi Davigo. Anche per loro, come per Caino, è possibile che accada, grazie all'errare, di divenire costruttori di città, portatori di nuovo ordine e vera armonia. Di passare - come insegna Marta Cartabia - dalla maledizione al logos: da testimoni e vittime di una aberrante logica della vendetta nella quale, come in un assurdo gioco di specchi, l'odio contempla l'odio, la violenza la violenza e il dolore il dolore, a testimoni e attori di una idea e ragione di giustizia che non punisce ma ripara, non discarica ma recupera, non odia ma perdona.

 

*Associazione "Nessuno Tocchi Caino"

 

 

 

 

 

 

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