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Il diritto all'istruzione in carcere PDF Stampa
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di Massimo Congiu


dirittiglobali.it, 21 ottobre 2020

 

Non sottolineeremo mai abbastanza il valore dell'istruzione come veicolo di crescita ed emancipazione culturale e sociale. Questo è vero in generale e assume un significato particolare negli ambienti svantaggiati, nei contesti di emarginazione e negli istituti di pena. La tematica è molto ampia e complessa, e questo articolo intende concentrarsi sull'ultimo dei punti menzionati.

Una raccomandazione del Consiglio d'Europa, risalente al 2006, pone l'accento sull'importanza dell'istruzione in carcere come mezzo di riabilitazione ai fini del reinserimento sociale dei detenuti. In particolare, da allora, figure e istituzioni attente alla realtà carceraria hanno più volte posto la questione delle possibilità di studio per i ristretti, per una società migliore.

La situazione in Europa, sotto questo profilo, mostra delle differenze rilevanti tra caso e caso; ma c'è da dire che l'orientamento generale è favorevole a garantire il diritto allo studio nei penitenziari attraverso l'insegnamento a distanza. La strada è senz'altro quella tracciata dal Consiglio d'Europa, sul piano concettuale, sta di fatto che non di rado manca una certa attenzione a questo aspetto con la conseguenza che i fondi a disposizione di tale ambito non sono sempre sufficienti, anzi. Da ciò si capisce che il necessario impegno per dare maggiore uniformità europea a questo percorso di civiltà deve essere incrementato.

Nel Vecchio Continente la Spagna sembra rappresentare un modello virtuoso da questo punto di vista. E l'Italia? Allo stato attuale delle cose, nel nostro paese il diritto allo studio è garantito in 75 istituti di pena su 190. Da dati aggiornati al 31 dicembre del 2019 risulta che 27 università sono attive in questo senso e consentono di studiare a 841 detenuti, 476 dei quali presso i poli. L'università che conta il maggior numero di iscritti è Bologna con 74 studenti, dieci dei quali di sesso femminile; segue la Federico II di Napoli, che poco più di due anni fa ha istituito, presso il Centro Penitenziario "Pasquale Mandato" del capoluogo partenopeo, un polo universitario regionale con risultati incoraggianti.

In Campania, su una popolazione detenuta di 6.428 persone, si contano 514 diplomati, 69 laureati, 40 persone prive di titolo di studio e 282 analfabeti. Come accennato in precedenza, l'iniziativa del polo universitario regionale per i detenuti della Campania sta dando buoni risultati: il primo anno accademico ha accolto le domande di iscrizione di circa 50 detenuti, nell'anno accademico 2019-2020 ci sono state 57 iscrizioni mentre per il prossimo le istanze di immatricolazione sono 54. Insomma, l'interesse c'è.

Questo è apparso evidente dalle testimonianze di alcuni detenuti studenti intervenuti brevemente al seminario svoltosi lo scorso 2 ottobre su questo argomento al centro penitenziario in cui è stato istituito il polo. Si è trattato di un incontro voluto dal Garante regionale dei detenuti campani, Samuele Ciambriello, che nel suo intervento ha fornito le cifre riprese in questo articolo e segnalato le criticità esistenti nell'ambito in questione. Tra di esse, la già citata insufficienza dei mezzi economici, la pesantezza della burocrazia e di meccanismi che rendono tutt'altro che agevole l'inserimento delle detenute in questo percorso. Ma forse il nodo cruciale è che la didattica in carcere viene ancora vissuta come un "di più", un qualcosa di esterno alla realtà della detenzione.

Il sottosegretario di Stato alla Giustizia Andrea Giorgis e il ministro dell'Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi hanno, nelle conclusioni a loro affidate, garantito un impegno concreto per il miglioramento della situazione. Cosa necessaria perché queste iniziative virtuose possano estendersi e fornire stimoli anche altrove. In Italia, come nel resto d'Europa, la situazione è caratterizzata da differenze territoriali che nel nostro caso vedono un'assenza di iscritti in Molise, Puglia, Basilicata, Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Valle d'Aosta.

Sono senz'altro necessari investimenti in strutture e personale, ma forse occorre partire da un investimento in termini culturali che sensibilizzi alla tematica e porti un giorno a fare dell'istruzione in carcere una prassi normale, un diritto foriero di crescita non solo per i detenuti, ma per tutta la società. È una sfida da raccogliere.

 

 

 

 

 

 

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