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Il pensionamento di Davigo illumina nuove patologie della magistratura PDF Stampa
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Di Luciano Capone


Il Foglio, 21 ottobre 2020

 

I supporter più sfegatati hanno annunciato la notizia con profondo dolore, come se fosse passato a miglior vita (e in effetti andare in pensione, in un certo lo senso lo è). Ma la "cacciata" di Piercamillo Davigo dal Csm in realtà è molto semplice: ha compiuto 70 anni, secondo la legge deve andare in pensione e quindi, non essendo più magistrato, la sua presenza sarebbe incompatibile con il ruolo di membro togato del Consiglio superiore della magistratura.

Rispetto a questo quadro molto chiaro, i commentatori di questioni giudiziarie che rappresentano le istanze giustizialiste e vedono nell'ex pm di Mani pulite il loro paladino hanno espresso sia prima e sia dopo la decisione finale del Csm, una serie di ragionamenti capziosi, di appigli e sofismi giuridici, cavilli e piercavilli, che davvero si fa fatica a comprendere.

Il più surreale è stato quello di Liana Milella, giornalista di Repubblica, che ha tentato di motivare la permanenza di Davigo nella magistratura e quindi nel Csm dopo la pensione con questo argomento: non è vero che un pensionato non è più magistrato, perché sul sito dell'Anm è prevista la possibilità di iscriversi nella "sezione autonoma dei magistrati a riposo".

E dunque, questo è il sofisticato ragionamento, "perché Davigo può restare nell'Anm pagando la sua quota, ma non può restare al Csm per rappresentare i suoi colleghi? Se è sempre magistrato per l'Anm, dev'esserlo anche per il Csm". C'è di sicuro un'enorme confusione tra un organo associativo, una specie di sindacato come l'Anm, e un organo costituzionale quale il Csm (e questa sovrapposizione di fatto è una patologia del sistema, responsabilità proprio della magistratura).

Se prima del giudizio si sono toccate punte di surrealismo, dopo si è scesi in un abisso lugubre. Marco Travaglio, ad esempio si è presentato proprio a lutto. E la scomparsa, metaforica s'intende, non sarebbe quella del singolo giudice ma proprio la morte della Giustizia: con Davigo se ne va dal Csm "il simbolo vivente dei valori costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura", il magistrato che "non tira indietro la gamba dinanzi alle pressioni e alle minacce del Potere di ogni tipo e colore".

Il pensionamento non sarebbe l'applicazione della legge, ma un "pretesto" usato dai "voltagabbana", quelli che hanno "inciuciato" con Palamara: alla fine, insomma, è stato "vomitato fuori dalla casta politico-togata che infesta il finto autogoverno".

Questa descrizione da cesaricidio stride un pochino con la realtà. Perché sulla decadenza di Davigo a livello istituzionale c'è stata un'ampia concordanza di vedute. L'Avvocatura dello stato, che dovrebbe difendere il Csm nel caso di contenzioso amministrativo (quindi anche per eventuali impugnazioni dovute alla permanenza di Davigo), in un parere ha affermato che è scontato che un magistrato che va in pensione non possa restare al Csm.

Dello stesso parere è stata la Commissione verifica titoli di Palazzo dei Marescialli. Infine, allo stesso modo, si è espresso il plenum del Csm con una larga maggioranza (13 voti a favore della decadenza - tra cui, ad esempio Nino Di Matteo, eletto da indipendente proprio nella corrente capeggiata da Davigo - 6 contrari e 5 astenuti). Stride, soprattutto, rispetto al giudizio solenne del plenum dell'organo di autogoverno della magistratura l'intenzione di Davigo, riportata dai giornali, di presentare un ricorso al Tar. Più che una specie di shakespeariano Giulio Cesare tradito, in questo caso la figura di Davigo ricorda il Totò del film "Il comandante", sicuramente noto a Travaglio, quello in cui il militare Antonio Cavalli dopo una vita nell'esercito culminata con la promozione a generale non riesce ad adattarsi alla vita da pensionato.

 

 

 

 

 

 

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