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Battisti, il giudice Salvini e la Costituzione che va rispettata sempre PDF Stampa
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di Valter Vecellio

 

Il Dubbio, 18 settembre 2020

 

Chissà: qualche saltapicchio ora dirà che si è sodali di un terrorista la cui chiave di cella merita solo di essere gettata via. Accusa che, si sommerà ad altre: quando poteva accadere d'essere di volta in volta rubricati come "sfascia-famiglie", "assassini abortisti", "vigliacchi nemici dello Stato"; "fascisti" nei giorni pari, "brigatisti rossi" in quelli dispari, e la domenica complici della mafia; anche questa finirà archiviata nella cartellina "Thompson": dal nome dell'impareggiabile personaggio raccontato da Flaubert, paradigma dell'umana imbecillità.

La contumelia e l'offesa non impedirà di sottoscrivere parola per parola, punteggiatura e spaziature comprese, l'intervento di Guido Salvini (Battisti, il carcere e la storia del terrorismo sconfitto, Il Dubbio 17 settembre). Qualche saltapicchio sciorinerà la logora litania che Battisti è un triste figuro, un assassino di cui non ci si deve dar pena, perché è giusto, anzi doveroso, che soffra e patisca, come lui ha fatto soffrire: giusti patimenti a parzialissimo risarcimento del riso e delle beffe in cui si è esibito per anni. Si verrà descritti come appartenenti al "giro" delle terrazze: frequentatori di luoghi modaioli tipo Capalbio o Portofino, simili a quei radical- chic ben descritti da Tom Wolfe: una coppa di champagne millesimato in mano, Leonard Bernstein minori, a procombere di lotta di classe e rivoluzione col cachemire. Pazienza.

Il caso Battisti, dunque: non c'è molto altro da aggiungere a quanto scrive Salvini: "Indifendibile... il suo tentativo di dipingersi, per sottrarsi all'estradizione dal Brasile, come un innocente condannato dopo processi ingiusti e un perseguitato politico era risibile e poteva al più soddisfare gli intellettuali poco informati che lo avevano protetto".

Come sia, si pone una questione che non si può eludere con il sospiro: "È il solito Salvini...", e uno scuoter di testa: "I familiari delle vittime hanno avuto finalmente piena giustizia. Tutti i componenti dei PAC sono stati condannati e nessun responsabile di quegli omicidi è oggi più latitante. Soprattutto quello in cui Battisti credeva e propagandava con le armi è stato sconfitto, questo è il messaggio che viene dal vento della Storia. È giusto che Battisti debba espiare, anche senza sconti, la pena che per tanti anni ha evitato. Ma forse sarebbe meglio trattarlo come un detenuto qualsiasi, anche per non parlarne più. Forse è meglio per tutti".

Ecco il punto. Quelle di Salvini sono affermazioni "normali", di puro buon senso; ma anche coi tempi che corrono, coraggiose, audaci; che per di più le faccia un magistrato in servizio effettivo, acquista il sapore della sorpresa gradita (ma non certo nell'ambiente dove Salvini opera e vive: impennate di questo tipo, richiedono spalle larghe, e si rischia l'isolamento). In sostanza si viene esortati a ragionare sulla Costituzione: legge suprema che tutte le altre sovrasta. La Costituzione magari non è adeguata, va aggiornata, non risponde alle attuali esigenze; ma fino a quando non viene modificata, va applicata, e non ipocritamente aggirata, fingendo che quanto prescrive non ci sia. Tanto più che i Padri Costituenti hanno avuto cura di redigerla in italiano cristallino, limpido; che non si presta ad equivoci o interpretazioni di basso conio.

Ci sono due articoli che in questo caso fanno da stella polare. Il primo, l'articolo 27: "La responsabilità penale è personale. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, e devono tendere alla rieducazione del condannato".

Il secondo articolo riguarda la salute, il 32: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge".

Dunque: umanità delle pene da una parte, con intento rieducativo; tutela della salute dall'altro, e massimamente quando si tratta di persona che, privata della libertà, automaticamente vede lo Stato e le sue articolazioni responsabili della sua salute e incolumità fisica e/ o psichica. Sono le regole basilari di uno Stato di diritto. Occorre davvero ripeterlo che uno Stato di diritto che voglia essere tale, deve valere per tutti, Caino compreso, anzi, soprattutto per i Caini; e che solo se le "regole" si applicano per Caino anche Abele ha la ragionevole speranza di poter dormire qualche sonno tranquillo?

È questo che Salvini ci rammemora, con il suo intervento; è augurabile che la sua voce, all'interno della magistratura non resti isolata, e altri suoi colleghi nutrano e vivifichino la riflessione con le loro. C'è poi un'altra questione, sfiorata: quella del 41bis: concepito perché detenuti particolarmente pericolosi e affiliati a cosche delinquenziali organizzate non possano comunicare con l'esterno e continuare a programmare azioni criminose. Intento lodevole, anche se lo strumento è discutibile. Magistrati con il sorriso sulle labbra, ma che non hanno alcuna intenzione di scherzare, dicono che il 41bis non viene applicato per indurre il detenuto a "collaborare"; ma se "collabora" il 41bis viene revocato. Questa pratica - tecnicamente parlando - è una forma di tortura.

Già diciotto anni fa Maurizio Turco e Sergio D'Elia realizzarono "Tortura democratica. Inchiesta su la comunità del 41bis reale" (Marsilio editore). Un'inchiesta che sicuramente va aggiornata, ma rimane una base preziosa per avviare una riflessione e un dibattito che - un vero peccato - finora sono stati molto ristretti e semi clandestini.

 

 

 

 

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