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In carcere ridotto il rischio di contagio Covid-19 PDF Stampa
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di Giovanni Negri


Il Sole 24 Ore, 11 settembre 2020

 

Negati gli arresti domiciliari all'accusato di mafia giovane e senza patologie. Non è servito all'accusato di associazione mafiosa, detenuto in via cautelare, sottolineare il rischio carcere in periodo Covid-19 per ottenere gli arresti domiciliari. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 25831 della Quinta sezione penale, depositata ieri, ha dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo tra l'altro che non esiste il pericolo di una violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo in merito alla tutela contro trattamenti inumani e degradanti nei confronti di chi si trova in una situazione di restrizione fisica in carcere nel tempo della pandemia.

La difesa aveva messo in evidenza come l'accusato del reato previsto dall'articolo 416 bis del Codice penale fosse detenuto nel carcere di Voghera, in una delle zone cioè a maggiore rischio Covid-19, ricordando le condizioni di promiscuità sostanziale in cui vivono tutte le persone lì incarcerate, la presenza di casi di contagio accertati fra i detenuti del reparto, compresolo stesso cappellano, poi deceduto.

La Corte ha respinto la richiesta di sostituzione della detenzione con gli arresti domiciliari, ricordando innanzitutto le valutazioni già critiche del riesame che aveva messo in luce l'assenza di documentazione sui casi di contagio segnalati, valorizzando invece la giovane età del detenuto e la mancanza di particolari e gravi patologie.

Per la Cassazione è solo "paradossale" la tesi difensiva per cui l'emergenza sanitaria renderebbe la permanenza in carcere di per sè pericolosa in modo insostenibile per qualsiasi detenuto, a prescindere da età o stato di salute o anche dalle concrete condizioni di carcerazione perchè queste sarebbero comunque incompatibili con le condizioni di distanziamento che il sovraffollamento cronico degli istituti di detenzione impedisce. Di più, la Corte dà merito al Governo di avere messo in campo tutte le misure possibili per fronteggiare la pandemia sia in termini generali, con il lockdown nazionale, sia nelle carceri con le misure indirizzate a favorire gli arresti domiciliari per i detenuti con non più di 18 mesi di pena residua ancora da scontare. Inoltre, per la sentenza a riprova dell'attenzione dello Stato ci sono anche le polemiche scoppiate proprio per la collocazione agli arresti domiciliari di molti detenuti in presenza di concreti pericoli per la loro salute. E a riprova della bontà delle scelte fatte dal Governo, ci sono i nmeri che attestano una significativa minore diffusione del contagio nelle carceri, rispetto a ospedali e residenze anziani.

 

 

 

 

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