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Servono con urgenza istituzioni credibili PDF Stampa
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di Ornella Favero*


Ristretti Orizzonti, 1 agosto 2020

 

Istituzioni che "scendano dal piedistallo" e non abbiano paura di "sviluppare forme di giustizia, di potere e di relazione più orizzontali possibile".

Leggo con desolazione la nuova circolare del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria che ha come oggetto "Aggressioni al personale, linee di intervento". Non c'è uno straccio di riflessione su quello che sta succedendo, nelle carceri, ma anche nella società.

Allora voglio provare io, volontaria in un luogo, il carcere, in cui i volontari contano pochissimo e dipendono per tutto dall'amministrazione penitenziaria, a portare qualche riflessione diversa. Sono rientrata in carcere dopo quattro mesi di assenza per la pandemia e ho trovato tante persone detenute arrabbiate con il mondo, negative in tutto, piene di recriminazioni nei confronti dei magistrati, degli operatori, dei politici. Una prima riflessione che ho fatto è che un percorso di rieducazione dovrebbe significare ripensare alla responsabilità, saper analizzare le proprie scelte, anche quelle più profondamente sbagliate, mettersi in discussione, ma alle persone detenute spesso viene richiesto soprattutto di ammettere i propri reati, di fare la "revisione critica" e di farla come si aspetta che tu la faccia chi ti ha condannato e chi poi ti fa scontare la pena. Ma come si fa a chiedere alle persone detenute di essere responsabili, quando i primi a non farlo a volte sono proprio quelli che lo pretendono da te? Oggi ci sono parti consistenti delle istituzioni, penso a certi dirigenti dell'Amministrazione penitenziaria, a magistrati, a esponenti delle forze dell'Ordine, che non sanno accettare una critica, che si sentono su un livello superiore, e perfino di fronte a responsabilità gravissime di molti soggetti istituzionali non sanno far altro che tirar fuori la spiegazione delle "mele marce".

Io con una parte consistente delle istituzioni oggi sono arrabbiata: sono una cittadina, esponente di quella società civile che ha deciso di entrare in carcere e lavorare con gruppi di detenuti per fare informazione e per contribuire a un compito che mi sembra fondamentale, quello di ridurre i danni prodotti dal carcere, e quindi operare perché da lì non escano persone peggiori, più pericolose per la società stessa. Avendo a che fare con persone che le Istituzioni spesso non le riconoscevano, che ritenevano di essere in guerra con lo Stato e che quelli erano i loro nemici, mi impegno ogni giorno per far ragionare le persone detenute, e farle smettere di generalizzare, attaccando intere "categorie", i magistrati, i poliziotti, i giornalisti, e dimenticandosi che loro stesse non vogliono essere qualificate come categorie, i delinquenti, i "mafiosi".

Un detenuto della mia redazione ha provato a commentare quella circolare. Io gli ho chiesto se vuole che pubblichi il suo commento, e l'ho fatto con la consapevolezza che lo potrebbe danneggiare, perché l'istituzione carcere, che pure risponde a un Ordinamento che dice che "il trattamento penitenziario si conforma a modelli che favoriscono l'autonomia, la responsabilità, la socializzazione e l'integrazione", in realtà a volte accetta "a denti stretti" che il detenuto abbia un pensiero autonomo, una capacità critica. Però Giuliano le sue riflessioni le ha fatte, e secondo me, oserò fare una affermazione forte, i due nuovi Capi del DAP farebbero bene a leggerle.

E a leggere anche quello che Adolfo Ceretti, criminologo, grande esperto di Giustizia riparativa, scrive nella sua autobiografia "Il diavolo mi accarezza i capelli": "Da parte mia si trattava di accettare la scommessa di posizionarmi dentro le istituzioni, pur nella consapevolezza (...) della violenza che le istituzioni contengono ed esprimono.

Io per primo abitavo questa violenza, e tuttora la abito, ed è una contraddizione che da sempre mi provoca angoscia. Ma cerco di risolverla provando a sviluppare forme di giustizia, di potere e di relazione più orizzontali possibile. Vorrei dire che questo è il modo in cui combatto la mia battaglia quotidiana, in cui gioco la scommessa che allora decisi di accettare: questo è il senso della mia ricerca, del mio lavoro: la costruzione, per quanto mi è dato, di una giustizia "mite", che nella mia vita ha preso le forme della Giustizia riparativa, nella quale mi impegno da più di vent'anni".

 

 

 

 

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