Lunedì 03 Agosto 2020
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*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia PDF Stampa
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Dove nasce la violenza in carcere,

 

di Giuliano Napoli, condannato all'ergastolo all'età di 22 anni

 

I detenuti sono violenti! Aggrediscono agenti di Polizia Penitenziaria, infermieri e chiunque si avvicini loro, come se fossero dei selvaggi senza controllo, senza nessun rispetto per le regole e per le persone che gli si avvicinano. DEVONO ESSERE PUNITI. Questo viene fuori, in estrema sintesi, dall'ultima circolare D.A.P. a firma del Capo e del Vice Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria di recente nomina, i due magistrati Antimafia Bernardo Petralia e Roberto Tartaglia. Forse è un bene che i vertici della direzione di un sistema complicato come quello delle carceri rivolgano una particolare attenzione agli eventi violenti, che di tanto in tanto scuotono le coscienze dell'opinione pubblica, ma che molto spesso, forse troppo, si diffondono all'interno degli istituti di pena da Nord a Sud, senza che se ne parli davvero seriamente.

Ricordiamo però anche i fatti di Santa Maria Capua Vetere e Torino (per il 2020, ma di fatti simili ce ne sono stati tanti negli anni), di questi eventi non si accenna nella circolare, ma mi sembra doveroso dare una visione più ampia del problema "violenza all'interno delle carceri" per permettere alla società civile di riflettere, e anche di provare a "immedesimarsi" in ambedue le parti, i detenuti a volte violenti e gli Agenti di polizia penitenziaria, anch'essi a volte violenti.

Tuttavia far ricadere sempre e comunque le responsabilità in negativo sui detenuti non mi sembra intellettualmente e moralmente corretto, si scivolerebbe nella banalità e si rischierebbe di far credere all'opinione pubblica che dal 1975, anno in cui venne riformato il carcere con la legge N. 354 sull'ordinamento penitenziario, non si è fatto nient'altro che alimentare quella rabbia, quella frustrazione che è già insita nelle persone che sono costrette a scontare una condanna con la privazione della libertà, ammettendo di fatto che il sistema ha completamente fallito sotto ogni punto di vista, soprattutto quello rieducativo previsto dalla Costituzione della Repubblica Italiana.

Non dimentichiamo che la Costituzione è quella carta che è nata anche dal dolore e dalla sofferenza di persone che il carcere lo hanno vissuto sulla propria pelle, è grazie anche a quelle persone se oggi molti stati riconoscono la Costituzione Italiana come una tra le più belle al mondo, vi invito ad ascoltare i monologhi sulla Costituzione di Roberto Benigni, è sempre molto importante comprendere di cosa si parla prima di dare giudizi frettolosi.

Ma a proposito della circolare, di seguito cercherò di spiegare dei fatti che ho visto, delle situazioni che ho vissuto e non sentito dire, come per esempio: la disperata corsa ad avere un lavoro nei vari istituti che ho conosciuto. Ci sono stati innumerevoli eventi violenti di persone detenute che chiedevano per mesi e mesi di poter avere un'occupazione, ma che sono rimaste inascoltate, senza risposte, poi dopo mesi e mesi di richieste, domandine, colloqui e molto altro, SENZA OTTENERE RISPOSTE, si sono rese protagoniste di azioni violente prima contro se stessi, con atti di autolesionismo, dopo con atteggiamenti violenti nei confronti del prossimo (agenti e chiunque rappresenti una istituzione). Il risultato che hanno spesso ottenuto dopo tutta questa prassi oramai stabilizzata nel sistema? Il LAVORO.

Altre situazioni simili si vengono a creare, per esempio, quando un detenuto sta male e a volte i medici non arrivano, allora a questo punto il detenuto spesso inizia a lamentarsi con forza, inutilmente poiché può anche capitare che qualche medico sia convinto che finge di star male, allora inizia a fare casino, distruggere la cella, rivolgersi con disprezzo nei confronti degli agenti per poi finire con l'ennesima aggressione, verbale o fisica che sia sempre di aggressione si tratta, ma dopo tutto questo il risultato qual è? Tutte le visite o le pastiglie di cui ha bisogno gli arrivano.

Un'altra situazione che può venirsi a creare e che ho visto molto spesso riguarda le telefonate, al detenuto vengono richieste innumerevoli documentazioni per essere autorizzato a sentire i propri cari, a volte impossibili da reperire, e così inizia il solito tran tran, richieste, domandine colloqui inutili per poi arrivare alle solite: discussioni altrettanto inutili, il tono di voce aumenta, gli animi si scaldano il detenuto dà in escandescenze, si taglia a volte, altre aggredisce ma subito dopo per calmarlo cosa si fa? Gli si dà la telefonata ed è tutto risolto.

A questo punto, dopo decenni che i detenuti hanno capito che è inutile continuare a fare richieste spesso inascoltate, dare spiegazioni che non vengono prese in considerazione, fare colloqui con chi non ha interesse per i loro problemi, si sono fatti "furbi" vanno subito al punto perché hanno visto che spesso l'unico modo per essere ascoltati è usare la violenza, dare in escandescenze, è anche per questo che nell'ultimo decennio i casi di violenza e autolesionismo sono aumentati. E non solo perché chi sta in carcere è CATTIVO E VIOLENTO A PRESCINDERE.

Spesso sento parlare di rieducazione, comportamento corretto, buona condotta e quant'altro, ma i ristretti non ci capiscono poi così tanto di questi discorsi, i loro problemi sono pratici e le soluzioni non possono essere affidate alla burocrazia, per il motivo che se il detenuto sta male, adesso, perché non può sentire la famiglia, perché non lavora e non può mantenersi e allo stesso tempo non riesce a dormire e sente il bisogno di ricorrere a psicofarmaci, tutto questo amplificato da quella rabbia e frustrazione a cui accennavo sopra, come si può pensare che una situazione del genere possa essere gestita con superficialità come capita molto spesso? Come si può pensare che l'indifferenza sia un bene? Come si può pensare che l'utilizzo di sistemi meramente repressivi, come il ricorso a sanzioni disciplinari sistematiche, sia la soluzione?

È vero che la violenza deve essere combattuta e non si può tollerare, ma se si fosse agito prima e con gli strumenti di cui l'amministrazione penitenziaria già dispone nel suo Ordinamento da oltre 40 anni, siamo davvero sicuri che oggi saremmo a parlare di un sistema dopo anni e anni ancora fossilizzato sulla repressione anche nell'esecuzione della pena, dopo aver arrestato, processato, condannato e imprigionato, mentre i paesi del Nord Europa parlano di mediazione, riparazione, inclusione, lavoro (a 360°) e si va verso la sperimentazione di pene completamente diverse da quelle che ancora oggi sono presenti nel nostro sistema? Penso che anche in Italia l'esecuzione penale dovrebbe cercare strumenti più intelligenti di quelli esclusivamente repressivi, la repressione non credo si concili con la rieducazione.

 

 

 

 

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