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Iran. La provocazione di Teheran: "Arrestate Trump per omicidio" PDF Stampa
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di Stefano Stefanini


La Stampa, 30 giugno 2020

 

La giustizia iraniana è lenta ma implacabile. Sono passati quasi sei mesi dall'uccisione di Qassem Soleimani. Il presidente degli Stati Uniti non ha fatto mistero di aver dato l'ordine; se ne è vantato. I mandati di arresto emessi ieri dalla procura di Teheran contro Donald Trump, e una trentina di complici, sono in ritardo di un centinaio di giorni.

Perché aspettare? Non certo per rispetto del codice di procedura penale iraniano noto piuttosto per procedimenti istruttori sbrigativi. Tra l'altro, iraniani e americani si erano scambiati qualche missile e dichiarati più o meno in pareggio. Né gli uni né gli altri danno molto peso alle giurisdizioni internazionali.

La partita sembrava relativamente chiusa, in attesa della prossima crisi. L'Iran la riapre - a parole, visto che i mandati non avranno alcun seguito operativo - per due motivi: ritornare al centro dell'attualità internazionale e, perché no, dare una mano alla rielezione di Donald Trump. Ci sono sicuramente altre ragioni legate alle alchimie interne e ai giochi di potere di Teheran. Solo la Corea del Nord lo batte in opacità.

I mandati possono forse servire a ravvivare il consenso interno, rinsaldare la fedeltà e spirito di corpo delle Guardie Rivoluzionarie, far dimenticare la pesante devastazione di vite umane causata da coronavirus, non far pensare alla triste situazione economica. Insomma sono un gesto che fa comodo all'interno dove c'è sempre bisogno di mobilitazione. Ma ci sono anche le molle internazionali dietro l'iniziativa di Teheran. La prima è la sindrome dell'abbandono.

Tra Covid, protesta Black Lives Matter, recessione, Cina, l'Iran è finito quasi nel dimenticatoio. Se ne parla troppo poco, mentre l'essere in prima pagina è funzionale a un regime che si è arrogato un ruolo di rottura di equilibri. Petrolio e gas? Ce n'è fin troppo in giro. Il patto nucleare? L'Iran ha dato qualche scossone ma non è pronto a violarlo apertamente. Ed è stanco di aspettare gli europei. D'altro canto ha disperatamente bisogno di attenzione internazionale.

Ieri l'ha brevemente riacquistata. I mandati naturalmente innalzano di un paio di gradini la statura di Donald Trump in America sul piano della sicurezza nazionale dove sta perdendo colpi fra libro di Bolton e rivelazioni d'inerzia nel rispondere alle connivenze fra servizi russi e talebani in Afghanistan. Improvvisamente, a quattro mesi, da una rielezione non più scontata, il presidente americano riceve una boccata d'ossigeno dall'acerrimo nemico iraniano.

Al regime di Teheran Trump alla Casa Bianca fa comodo: giustifica l'aggressività iraniana nel Golfo (gli amici del mio nemico sono i miei nemici) e aiuta a tenere viva la mobilitazione interna. Questo del resto è il Dna della rivoluzione iraniana. Nel gennaio del 1980 Teheran liberò gli ostaggi americani. Alla Casa Bianca era appena entrato Ronald Reagan. Se li avessero liberati tre mesi prima forse ci sarebbe stato ancora Jimmy Carter.

 

 

 

 

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