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Le donne in prigione si raccontano PDF Stampa
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di Nicoletta Martelletto


Giornale di Vicenza, 29 giugno 2020

 

Sole. Doppiamente sole nei mesi della pandemia. Sono le donne che non hanno potuto chiedere aiuto mentre in casa si consumava la violenza. Ma sono anche le donne in carcere, che per settimane non hanno potuto comunicare con l'esterno, ai margini di un evento epocale. Raccogliendo una doppia sfida, la giornalista televisiva Francesca Carollo, thienese, ha trasformato in un libro la loro sofferenza. Lo ha prodotto in proprio la onlus "Wall of Dolls", di cui Francesca è presidente, che combatte la violenza sulle donne con interventi, documentari e l'installazione del muro delle bambole.

Dopo aver girato per 4 mesi nel carcere di San Vittore a Milano, lo scorso anno il documentario "Donne in prigione", presentato alla Mostra del Cinema di Venezia con Jo Squillo e Giusy Versace, le storie che non sono entrare nel film si sono riversate sulla carta. Il libro viene inviato gratuitamente scrivendo a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. e sostiene il lavoro della onlus.

Francesca, quante storie ci sono dietro quelle sbarre?

Tantissime, avevo raccolto 80 ore di girato e ne ho usato davvero poco. Ho deciso nel periodo del lockdown di farne un testo perché ci sono vicende incredibili: la figlia del malavitoso; la nigeriana schiava per 3 anni in Libia, poi a Lampedusa, quindi finita a Milano nel giro della prostituzione; la ragazza che ha ucciso la sorella e tentato di ammazzare anche la madre; una bellissima spacciatrice internazionale che faceva imbottire i tronchi di legno di cocaina... vicende molto forti, che riconducono al perché queste donne commettono reati. Scavando nel loro passato, tutte sono state vittime di qualche violenza verbale, psicologica o fisica. Padri, fratelli o compagni le hanno picchiate. Questo non giustifica in nessun modo i loro reati, ma mette a nudo il limbo in cui si sono trovate. Ciascuna ha chiaro dove ha sbagliato, perché ha sbagliato, dovunque c'è l'assenza di famiglia o di aiuto.

Il libro doveva uscire per l'8 marzo con una casa editrice, la pandemia ha bloccato tutto ma queste stesse donne hanno cominciato a scriverle...

Dal carcere le loro lettere parlavano di isolamento totale. Il Covid-19 ha tagliato ogni legame, ogni incontro, zero telefonate. Nessuna sapeva cosa accadeva fuori, se i familiari stavano bene. In più il distanziamento in un carcere come San Vittore è impossibile, quindi si sommava la preoccupazione sulla salute, pochissimi i dispositivi di protezione. In fondo anche la mia vita, la nostra vita, era diventata un carcere in questi due mesi e mezzo, tutti abbiamo sperimentato cosa significa per davvero la privazione della libertà.

Lei scrive che il virus è stato un po' come un cecchino che colpisce senza pietà.

Una metafora per dire è stato un blocco violento quella della nostra vita in questi mesi e mi pareva giusto parlare del libro anche di questo. Quindi alle testimonianze si sono aggiunte le lettere e abbiamo deciso di far uscire il testo con la onlus come iniziativa culturale, per cambiare questa cultura terribile di sopraffazione. Durante il lockdown il 1522 (l'Help Line Violenza e Stalking numero voluto dalla presidenza del Consiglio dei Ministri, ndr) ha smesso di suonare. Noi stesse abbiamo cercato di portare via da casa una donna che ha chiesto aiuto ma non ci siamo riuscite. Una battaglia perduta. Il lavoro da fare è tantissimo.

Qualche battaglia l'avete vinta, Pinky è una delle vostre testimonial. La sua storia?

Parvinder Pinky Aoulakh di Brescia, data in sposa per accordi familiari ad un indiano che la picchiava anche incinta, dopo aver partorito l'atteso secondogenito maschio e ascoltato i genitori che le dicevano di sopportare, ha subito nel 2015 una aggressione col fuoco: lui non tollerava i suoi modi occidentali. È stata salvata dai vicini e fa conferenze con noi. La aiutiamo, così come altre donne sfregiate o aggredite in Calabria, facciamo rete con la Only The Brave Foundation di Rosso, piccole cose che i nostri donatori ci consentono.

 

 

 

 

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