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Quel "grido di dolore" del presidente Mattarella e la crisi della giustizia PDF Stampa
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di Vincenzo M. Siniscalchi


Il Mattino, 26 giugno 2020

 

Il sobrio ed incisivo discorso del presidente Mattarella in occasione della cerimonia commemorativa di magistrati assassinati da terrorismo e mafie negli anni ottanta ha l'indiscutibile pregio della chiarezza. È un "grido di dolore" che esprime la sofferta constatazione della crisi che investe l'organo di autogoverno della magistratura con la "perdita di credibilità dell'Ordine giudiziario".

Non è più solo un problema in altri termini, di comportamenti riconducibili ad uno scadimento etico di singoli, ma quello più generale di una grave ricaduta negativa nella considerazione della società italiana a danno della autorevolezza e del prestigio della magistratura nel comune sentire della società democratica.

I rilievi del presidente della Repubblica, (che, come è noto, nel nostro sistema costituzionale del Csm è anche presidente), fanno ancora una volta risaltare in capo al presidente Mattarella la funzione di garante dei valori di autonomia e di indipendenza della magistratura, valori che appaiono clamorosamente offuscati proprio nella trattazione delle pratiche di autogoverno che il Csm svolge in forma primaria. Si addensano ombre sulle pratiche relative alle nomine di uffici direttivi nonché, nella articolazione delle Commissioni, con tutta la serie di provvedimenti autorizzativi in materia di trasferimenti e questioni rilevantissime in materia di decisioni relative ai cosiddetti "fuori ruolo".

Va detto che questi gravi problemi non si evidenziano solo per quanto emerge da inchieste giudiziarie o disciplinari, ma si chiede, ormai, di affrontare questi problemi (che trovano correttivi nei ricorsi alla giustizia amministrativa) in un tessuto più chiaro e più stringente di regole dal punto di vista etico e giuridico. In altri termini il "male assoluto" sarebbe l'aggiramento delle regole di valutazione a danno della trasparenza dei giudizi.

I giudizi valutativi, rischiano di subire le torsioni derivanti dai patti interni tra gruppi di potere per scavalcare la obiettività del giudizio sulle carriere dei magistrati. Penso che ricorrere addirittura ad una riforma costituzionale, come pur si sostiene, significherebbe solo ricorrere ad un gattopardesco mutamento genetico. Se di torsioni etiche e comportamentali si tratta ritengo l'intervento correttivo vada contenuto in una attivazione maggiore della competenza della Sezione disciplinare e della Prima commissione consiliare del Csm.

Se poi bisogna intervenire nella formazione dei poteri correntizi certamente la ipotesi bizzarra del "sorteggio" non appare consona al privilegio da accordare comunque a metodi di elezione democratica. Quella che viene definita "degenerazione correntizia" è frutto di accordi che tendono a superare anche le valutazioni che promanano dai vistosi fascicoli che consentono una onesta e trasparente scelta di voto per gli incarichi direttivi e semi-direttivi come per le designazioni alla Scuola superiore della magistratura o all'importante funzione di magistrati di collegamento dall'Estero.

Nel mortificante dibattito in corso si intravede comunque qualche segnale positivo. Ad esempio: non si può pensare che la "degenerazione" debba travolgere la funzione dell'associazionismo giudiziario. La storia delle varie componenti della Anm è la storia di un dibattito democratico che ha prodotto nel corso dei decenni rilevanti risultati culturali e sociali, ha sviluppato nei congressi delle Associazioni una moderna struttura articolata in un dibattito fatto di studio, di convegni, di proposte.

Un dibattito che, francamente, non può essere confuso con la modestia etica delle inquietanti "spartizioni" di incarichi e controlli mirati delle nomine stesse che pur sono emerse in questo periodo. Travolgere i risultati positivi di questo lavoro di studio e di esperienza con il pretesto della caccia al "correntismo deteriore" significa aprire la porta alla improvvisazione ed alla politicizzazione più confusa. Fondamentale è potenziare con normative stringenti la difesa istituzionale del Csm, a tutela piena e libera dalla autonomia ed indipendenza della magistratura. E tuttavia non può darsi all'intervento del Capo dello Stato il valore di un richiamo limitato alla crisi del Csm.

La perdita di autorevolezza e di prestigio che si segnala da più indicatori è riferibile ad una crisi che investe l'intero ordinamento giudiziario ed alla sostanziale inerzia che paralizza l'attività della giurisdizione. Chi legge le cronache delle rivolte nelle carceri, e, peggio, delle morti di detenuti, chi segue i dibattiti televisivi che accompagnano le scarcerazioni dei "boss", chi entra in una: aula giudiziaria penale ed assiste al continuo susseguirsi del rinvio dei processi a tempi lunghissimi, per fare solo qualche esempio, attribuisce la caduta della credibilità dell'Ordinamento alla crisi innegabile delle istituzioni giudiziarie della quale nessuno si occupa e sulla quale dovremo fare il punto per comprendere che non tutto è ascrivibile al "correntismo".

Piuttosto, ci troviamo di fronte ad una Giustizia che non può più dirsi amministrata "in nome del popolo italiano" se è vero che nel popolo italiano si diffonde un evidente sentimento di sfiducia sull'andamento della giustizia, una sorta di scadimento irreversibile di quello che dovrebbe essere un pilastro della democrazia repubblicana.

 

 

 

 

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