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Napoli. "Detenuti e agenti? Sono vittime. È il carcere a essere in crisi" PDF Stampa
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di Antonio Averaimo

 

Avvenire, 25 giugno 2020

 

Quando un detenuto evase dal carcere di Poggioreale, don Franco Esposito, cappellano del penitenziario più sovraffollato d'Italia divenuto simbolo di tutti i mali del sistema carcerario nazionale, usò parole provocatorie, che tornano in mente oggi rispetto ai fatti che nei giorni scorsi hanno scosso il carcere di Santa Maria Capua Vetere, in Campania.

Prima c'è stata la clamorosa protesta degli agenti della Polizia penitenziaria, poi la rivolta dei detenuti di un padiglione. Disordini che sono seguiti a quelli che hanno coinvolto il penitenziario casertano a marzo, agli esordi dell'emergenza Covid-19, e la relativa inchiesta della Procura su presunti maltrattamenti sui carcerati ad opera delle guardie.

"Non c'è da stupirsi delle rivolte dei mesi scorsi e di quella avvenuta recentemente nel carcere di Santa Maria - afferma il sacerdote, che è anche direttore del Centro di pastorale carceraria dell'arcidiocesi di Napoli. Nelle condizioni in cui versano, non si può immaginare che le carceri italiane abbiano un percorso sereno. A pagarne le conseguenze sono sia gli agenti di Polizia penitenziaria che i detenuti. Entrambe le categorie sono infatti vittime di un sistema che è in profonda crisi. Si pensi che, oltre ai tradizionali problemi del sovraffollamento e delle condizioni igieniche, da anni a Santa Maria vi è periodicamente quello della mancanza di acqua, tanto per rendere l'idea di quale sia la situazione...".

Secondo il cappellano, la scelta di sospendere le attività e i colloqui durante l'emergenza sanitaria ha fatto sì che gli eventi precipitassero, dando luogo alle tensioni che hanno attraversato negli ultimi mesi gli istituti di pena italiani.

"Nei mesi della pandemia i detenuti sono stati chiusi in cella, e sono venute a mancare anche le normali libertà loro concesse. Questo ha esacerbato gli animi, in un ambiente già normalmente teso come è quello dei penitenziari italiani. Gli atti di violenza non possono trovare alcuna giustificazione, ma deve essere chiaro che sono il frutto di un sistema che non funziona. Non sono sereni gli stessi agenti della polizia penitenziaria, che già svolgono un lavoro "disumano", come è quello di tenere carcerate le persone".

La soluzione andava cercata altrove, secondo don Franco. "Bisogna uscire dall'idea che il carcere sia la soluzione a tutto. Per esempio, avremmo potuto mandare a casa i detenuti che devono scontare ancora pochi anni, esclusi i boss mafiosi, alleggerendo la situazione. Sia chiaro che queste persone non sarebbero tornate libere, ma avrebbero scontato la pena diversamente".

Nel ragionamento del cappellano, il ricorso ai domiciliari e alle misure alternative al carcere non è solo una misura temporanea anti-Covid-19, ma la soluzione ai problemi strutturali del sistema carcerario italiano.

"La nostra Costituzione non parla di carcere, bensì di pena. Il carcere non è la soluzione, è il problema. Se 1'80 per cento dei detenuti torna a delinquere, vuol dire che il carcere ha fallito. Bisogna invece puntare sulle pene alternative, al termine delle quali la recidiva scende in maniera vertiginosa (intorno al 10 per cento), lasciando la detenzione solo per i boss mafiosi più pericolosi e altri criminali". Ma, per fare ciò, "bisogna uscire da un equivoco che dura da decenni, a cui l'opinione pubblica è stata abituata dai politici: la carcerazione come garanzia di ordine pubblico".

 

 

 

 

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