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"Malato e punito due volte: papà è un condannato a morte" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 23 giugno 2020

 

"È entrato in carcere quando aveva 24 anni, ora ne ha 60". Parla la figlia di Vincenzo Stranieri, recluso dal 1984 e internato dal 2016. "Il mio è un padre condannato a morte, non parla più perché per il tumore alla laringe gli hanno tolto le corde vocali, rifiuta da mangiare, si sta lasciando morire. Sono 4 anni che non riesco più a vederlo, perché lui stesso non vuole più vedermi".

Sono le parole strazianti di Anna, figlia di Vincenzo Stranieri, recluso ininterrottamente al 41bis dal 1992, anno nel quale fu istituito il carcere duro. Anna lo fa intervenendo durante il consiglio direttivo dell'associazione radicale Nessuno Tocchi Caino. Quando ha varcato per la prima volta le porte di un carcere, l'11 febbraio del 1975, Stranieri non aveva ancora quindici anni.

La sua vita è stata segnata all'età di ventiquattro anni quando, nel giugno del 1984, le porte del carcere si sono chiuse dietro di lui senza più riaprirsi. Quando entrò in carcere, la figlia Anna aveva solo cinque anni. Eppure Vincenzo Stranieri, il "boss di Manduria", che per la magistratura è stato il numero due della Sacra Corona Unita, non è un ergastolano, non ha condanne per omicidio, eppure ha già totalizzato - tra reati fuori (dall'associazione mafiosa al sequestro di persona) e quelli dentro (per almeno sei volte ha distrutto la sua cella) - una pena complessiva di 36 anni di carcere. Anni e anni di 41bis gli hanno causato anche problemi di tipo psichiatrico.

"Questa mia testimonianza - spiega Anna intervenendo in diretta al direttivo di Nessuno Tocchi Caino - può essere paragonata a quello di una figlia alla quale oramai lo Stato ha ammazzato il padre, perché dopo decenni di isolamento al 41bis un padre normale non potrò più riaverlo. Se dovessero liberarlo non potrà vivere da me, perché a causa dei suoi problemi fisici e psichici dovrà essere ricoverato, come spero, in una struttura adeguata".

Teoricamente la sua pena sarebbe dovuta finire il 16 maggio del 2016, ma invece di farlo uscire dal carcere gli è stata applicata una misura di sicurezza detentiva che lo costringe a stare chiuso in una casa agricola e sempre in regime di 41bis. Sì, perché da noi esiste la figura degli internati. Ufficialmente non scontano una pena detentiva, perché hanno già pagato il loro conto con la giustizia. Per questo motivo, nel glossario del diritto penitenziario, tali figure vengono definite "internati", per distinguerli dai "detenuti".

In sintesi, sono i reclusi che, dopo aver scontato una pena, non vengono liberati perché considerati pericolosi. L'internamento è una misura che risale al codice fascista Rocco, non a caso diversi giuristi lo definiscono "reperto di archeologia giuridica".

Reperto che ha anche una definizione ben precisa, "il doppio binario", ovvero un doppio sistema sanzionatorio caratterizzato dalla compresenza di due categorie di sanzioni distinte per funzioni e disciplina: le pene, ancorate alla colpevolezza del soggetto per il fatto di reato e commisurate in base della gravità di quest'ultimo, e le misure di sicurezza, imperniate sul concetto di pericolosità sociale dell'autore del reato e di durata indeterminata.

La Corte Europa ci bacchettò su questo punto specifico. Sentenziò che non si può giustificare l'applicazione di una misura di sicurezza detentiva solo in ragione della funzione preventiva dalla stessa svolta, se poi di fatto la sua esecuzione non si differenzia da quella di una pena.

Proprio perché anche le misure di sicurezza hanno carattere afflittivo, è necessario assicurare che la differenza di funzioni tra pene e misure di sicurezza si traduca anche in differenti modalità esecutive, così da garantire i supporti riabilitativi e risocializzativi necessari a consentire al soggetto di interrompere quanto prima l'esecuzione della misura.

Ma Vincenzo Stranieri è uno di quei casi che sconfessano la finalità di questa misura che, ribadiamo, esegue sempre in 41bis. È ridotto ad una larva umana, senza aver mai usufruito di un affidamento terapeutico, senza nessuna attività risocializzante. Quale pericolosità sociale può avere un soggetto che è entrato in carcere quando aveva 24 anni, ora ne ha 60, ed è malato terminale e pure con una grave patologia psichiatrica?

Ma qui si pone anche la questione del 41bis. Ha avuto senso per lui visto che nasce per evitare che un boss dia ordini alla propria organizzazione criminale e che, di fatto, lo ha portato, negli ultimi anni, a perdere il lume della ragione? Anna Stranieri parla di tortura, anzi paragona il 41bis alla pena di morte. Non si può darle torto.

 

 

 

 

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