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Giustizia, è l'ora di una vera riforma PDF Stampa
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di Giuliano Pisapia


Corriere della Sera, 23 giugno 2020

 

"Inostri cittadini hanno diritto a poter contare sulla certezza del diritto e sulla prevedibilità della sua applicazione rispetto ai loro comportamenti": caro direttore, è questo uno dei messaggi chiave dell'intervento del Presidente della Repubblica tenuto il 18 giugno. La riforma della giustizia è non solo urgente, ma indifferibile; non è urgente perché ci viene sollecitata da qualcuno, ma perché non è più possibile procedere con una babele legislativa rivelatasi farraginosa, complicata, inconcludente per non dire spesso contraddittoria.

Il costo molto limitato di una riforma complessiva della giustizia dovrebbe generare - tanto più se si tiene conto delle somme ingenti che potrebbero arrivarci dall'Europa - l'attenzione del legislatore superando minuetti non più giustificabili. I vantaggi sarebbero innegabili. Una giustizia che funzioni rappresenta uno dei cardini della nostra convivenza civile ed è una garanzia per i diritti individuali e collettivi. Non solo ma è anche uno dei presupposti per la credibilità internazionale del nostro Paese: troppo spesso chi intende investire in Italia si blocca a causa di un sistema giudiziario incapace di garantire tempi certi ed esiti prevedibili. Né si può ignorare che i fondi del Recovery Fund ci arriveranno solo se ci saranno riforme credibili ed efficaci.

I ritardi del sistema giudiziario costano al Paese 2,5 punti di Pil, come ricorda uno studio Cer Eures. La ricerca evidenzia come si potrebbe avere un recupero di 40 miliardi se la nostra giustizia civile viaggiasse alla stessa velocità di quella tedesca. 40 miliardi sono una cifra monstre superiore a quella di qualsiasi manovra di finanza pubblica.

E ancora, l'osservatorio dei Conti pubblici guidato dal professor Carlo Cottarelli mette in luce come siano 2.949 giorni (8 anni e 29 giorni) i tempi necessari in Italia per una sentenza definitiva in sede civile procedimento civile giunto al terzo grado di giudizio. E negli altri Stati? 1.216 in Francia, 976 in Spagna e 799 in Germania. L'Italia è ultima per i tempi di giudizio di ultima istanza, penultima dopo la Grecia per il secondo grado.

Oggi occorre porre al centro della riforma complessiva della giustizia un forte intervento di depenalizzazione trasformando in sanzioni amministrative e pecuniarie molte fattispecie che ora prevedono la reclusione. È provato come siano più temute e più efficaci per i fatti non gravi sanzioni amministrative, pecuniarie, pene interdittive e prescrittive che pene carcerarie soltanto teoriche.

Punto fondante di una vera riforma deve essere l'abbandono della logica "panpenalistica" il cui fallimento è davanti agli occhi di tutti. Con coraggio bisogna imboccare un reale percorso volto a favorire il reinserimento lavorativo e sociale del detenuto. Solo così - ce lo confermano i dati e la realtà quotidiana - si può abbattere la recidiva e si ottiene quella sicurezza sociale che i cittadini giustamente reclamano. I tribunali del Paese sono stritolati da milioni di cause per reati di modesta entità: si pensi al reato di clandestinità che è una assurdità giuridica che riempie le Procure di fascicoli senza nessuna incidenza nel contrasto della criminalità.

Servono riti alternativi più efficaci e celeri, al dibattimento vadano solo i processi su fatti controversi o di reale gravità. Una estensione dei riti alternativi e del patteggiamento sono fondamentali per processi più celeri, diminuzione della carcerazione preventiva e più rapido risarcimento del danno alle vittime di reati.

La prescrizione come prevista dalla riforma Bonafede non risolve alcun problema, al contrario li amplifica; la prescrizione è solo una piccola parte di un mosaico che dovrebbe essere composto da una vera riforma del sistema giustizia. Al momento il progetto di cambiamento più volte annunciato è avvolto da nebbia fittissima. È stato proposto di aumentare i giudici monocratici per rendere più rapidi i processi; può essere una soluzione che però adotterei solo in primo grado e non in appello. Il giudizio di merito definitivo non può essere preso da una sola persona.

La giustizia civile è arrivata al capolinea; occorre una maggiore specializzazione dei tribunali con più sezioni dedicate alle imprese o al diritto del lavoro. Il processo telematico deve essere incrementato e ancora più promosso. La tecnologia - come in tutti gli ambiti professionali - si rivela, oggi più che mai, un alleato prezioso anche e soprattutto per i tribunali. Per questo occorre favorire la digitalizzazione eliminando le perdite di tempo e i costi derivanti da migliaia di atti cartacei. Nel giudizio civile sarebbe utile rendere stabile la possibilità delle udienze in videoconferenza, come è avvenuto in questo periodo di emergenza, tenendo ovviamente conto della tipologia del processo.

Altro tema delicato, quello della Giustizia amministrativa. C'è chi propone l'eliminazione del Tar. Non è una soluzione anche se corrisponde al vero che ci sono troppi ricorsi infondati che bloccano la realizzazione di piccole e grandi opere. Anche su questo un intervento legislativo non è più procrastinabile. Si sta molto discutendo della riforma del Csm; ridurre le circoscrizioni e potersi candidare senza l'indicazione delle correnti sarebbe certamente un passo avanti. Le correnti hanno avuto un ruolo di discussione all'interno della magistratura, ma la degenerazione è evidente, e non da oggi. Il Csm deve però essere libero di nominare in autonomia i vertici delle sedi giudiziarie, qualunque sia il sistema della sua elezione, anche se non credo che la soluzione possa essere il sorteggio. La differenza la farà sempre la correttezza delle persone chiamate a decidere. Il governo, il Parlamento, la maggioranza di governo - ma anche l'opposizione più responsabile - hanno oggi un'occasione irripetibile. Sarebbe un errore grave sprecarla; è tempo perché si realizzi quella "buona politica" tanto attesa dai cittadini e dall'intero Paese. Senza la necessità di dire che "ce lo chiede l'Europa".

 

 

 

 

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