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Serve più Italia in Libia PDF Stampa
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di Marta Dassù


La Repubblica, 23 giugno 2020

 

Chiudersi dentro i confini di casa o semplicemente dentro i confini è parte della sindrome Covid. Anche dopo la fine del lockdown. È un'attitudine mentale che, dicono gli psicologi, sembra destinata a continuare a lungo. Con le sue conseguenze economiche e sociali ma anche con effetti geopolitici: chi ha voglia, nel mondo di Covid, di occuparsi di politica estera? Chi pensa, nel mondo di Covid, che convenga investire sulla difesa militare invece che sulla spesa sanitaria?

La politica estera e di difesa sembra così candidata a diventare una vittima secondaria del virus. Il punto è che non possiamo permettercelo. Prendiamo come caso di studio la Libia. La tentazione di rimuovere il problema è molto forte. Nessuno sembra essersi accorto, un mese fa, che i missili sparati dalle milizie del Maresciallo Haftar nel centro di Tripoli cadevano a pochi metri dalla sede dell'ambasciata italiana, l'unica sede diplomatica europea rimasta aperta durante i mesi più duri della strana guerra di Libia.

E mentre noi ascoltavamo i dibattiti dei virologi, senza ascoltare invece le richieste di aiuto di Tripoli, il presidente del governo riconosciuto dall'Onu, al-Serraj, decideva che l'Italia non era un alleato affidabile e che a Tripoli conveniva accettare l'aiuto militare della Turchia. Risultato: l'uomo solo apparentemente forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, ha dovuto battere in ritirata, la Tripolitania è ormai sostanzialmente controllata da Ankara (con il sostegno finanziario del Qatar) e la Cirenaica resta sotto l'influenza della Russia e dell'Egitto, paese confinante con un ruolo-chiave.

Si profila così una divisione della Libia, già peraltro divisa, in aree di influenza: una spartizione di fatto fra potenze regionali, alcune di loro con ambizioni neo-imperiali. La Turchia pattuglia le coste con le sue navi, stringe accordi sull'energia del Mediterraneo orientale e pareggiai conti con la storia. Espulsa per mano italiana dalla Libia ne11911, sta facendo un grande ritorno, ideologicamente venduto da Recep Erdogan come la difesa della Fratellanza musulmana dai regimi schierati sull'altro fronte della guerra: Egitto ed Emirati Arabi Uniti, assieme a una Russia che, dopo la vittoria di Siria, si conferma in modo opportunistico come potenza mediterranea.

Voi direte: So what? E allora? E allora il problema è che abbiamo forti interessi in gioco. Ricordiamoli molto rapidamente. Primo, gli interessi energetici gestiti da Eni, l'unica compagnia petrolifera europea ad avere un contratto con la Noc, la compagnia libica, per la distribuzione dell'energia nel Paese. Fino a questo momento siamo riusciti bene o male a difenderli; ma diventerà sempre più difficile con l'Italia fuori dai giochi.

E la tensione si sta allargando alle nuove risorse del Mediterraneo orientale. Secondo, l'interesse al controllo dei flussi migratori, tema che tornerà ad esplodere con il sovraccarico di Covid: il ruolo acquisito dalla Turchia sulle coste libiche implica che finiremo per lasciare ad Ankara non solo la gestione dei flussi migratori dall'Anatolia ma anche dal Nord Africa. Vedremo a che prezzo. Terzo, lo scenario di una nuova competizione fra Nato e Russia spostata verso il Nord Africa, di cui l'Italia sarebbe il fronte. Nella guerra fredda del secolo scorso eravamo il fronte esposto verso Est, adesso lo siamo a Sud.

Se la base aerea di Al Jufra diventerà l'avamposto militare della Russia in Nord Africa, il perimetro difensivo dell'Italia diventerà a sua volta un posto davvero caldo, con le basi militari americane e Nato in Sicilia e con i russi sull'altra sponda del Mediterraneo. Come si vede, occuparsi di Libia non è un'eredità obbligata della storia e non è neanche una scelta; è una priorità ineludibile di politica estera. Esiste ancora uno spazio di reazione?

Risponderei di sì, perché lo scenario appena descritto è in via di formazione ma non è facile da costruire, come dimostrano le tensioni continue fra Ankara e Mosca e la difficoltà di controllare attori mobili (tribù e milizie) sul terreno. Partiamo da un dato sicuro, confermato dall'intervista di al-Serraj a Repubblica: interesse del governo di Tripoli è di bilanciare il peso della Turchia, sottraendosi a un abbraccio soffocante.

E questo, almeno potenzialmente, rimette in gioco l'Italia: la decisione di assistere Tripoli nello sminamento delle aree abbandonate dai miliziani di Haftar è una prima inversione di tendenza, per piccola che sia. Potrà seguire un'iniziativa diplomatica: il peso dell'Italia deve essere rafforzato, per contare, dal coinvolgimento dell'Europa, che per ora gestisce una missione scassata relativa all'embargo delle armi.

L'indebolimento del Maresciallo della Cirenaica potrà modificare i calcoli della Francia, che aveva scommesso sulla sua vittoria, rendendo possibile una convergenza europea durante la presidenza tedesca dell'Ue. Infine, la Russia potrebbe avere sbagliato i suoi calcoli, risvegliando l'interesse degli Stati Uniti per una Libia considerata "periferica".

I giochi non sono fatti. Tirando fuori la testa dalla sindrome Covid, vedremo nella Libia un banco di prova obbligato per l'Italia e per l'Unione "geopolitica" di cui parla Ursula von der Leyen. Per ora l'Europa è molto lontana dall'essere tale. Ma è un lusso da secolo scorso. La strana guerra di Libia è un campanello di allarme: o l'Italia e l'Europa riusciranno ad occuparsi dell'instabilità ai confini o scopriranno molto presto di non riuscire a difenderli.

 

 

 

 

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