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Sanità penitenziaria: "L'indignazione non basta, la riforma del 2008 deve essere applicata" PDF Stampa
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di Viviana Lanza


Il Riformista, 22 giugno 2020

 

Recuperare "una cultura del carcere" e investire per rimediare a una riforma della medicina penitenziaria "che è una riforma tradita, purtroppo violentata nello spirito più concreto di applicazione". Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria, già direttore del centro clinico di Pisa quando questo era un'eccellenza che veniva presa a modello anche a livello internazionale e presidente del Consiglio internazionale dei servizi medici penitenziari, accetta di commentare con Il Riformista un tema centrale e delicato come quello della salute in carcere.

"La riforma del 2008 prevedeva il passaggio totale delle competenze dal Ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale. Ed è stato allora che sono cominciati i problemi", spiega Ceraudo.

"Vi era la piena consapevolezza di trovarci di fronte a una riforma epocale, che avrebbe prodotto finalmente risultati importanti e significativi assicurando la tutela della salute della popolazione detenuta. Una tappa di civiltà attesa da anni, anche in aderenza alle direttive emanate ripetutamente dalla Comunità Europea".

E invece? "Invece dopo dodici anni registriamo con viva preoccupazione risultati fallimentari - dice con amarezza - La riforma della medicina penitenziaria, che era basata su principi molto seri, è fallita nel modo più assoluto. In tutte le regioni".

Puntando la lente sulla Campania, il professor Ceraudo osserva: "In una regione difficile e da prima linea come la Campania, con il presidente De Luca che ha dovuto fare le corse per ripianare i debiti della sanità, si è in condizioni di investire seriamente nella medicina penitenziaria?", si interroga. E dal tono si intuisce una risposta negativa.

"È crollato tutto - aggiunge - perché oggi gli operatori hanno paura, preferiscono una medicina difensiva a una medicina di opportunità e di iniziativa. In alcuni istituti mancano addirittura farmaci salvavita, talvolta persino il carburante per gli automezzi della polizia penitenziaria per accompagnare un detenuto in ospedale e alcuni centri clinici dell'amministrazione penitenziaria che dovevano gestire determinate quote di patologia medica sono andati in tilt".

Perché? Secondo Ceraudo, "non c'è stata la cultura del carcere da parte delle Asl e la sanità penitenziaria risulta gestita da gente che non ha mai messo piede nel carcere". "La cosa grave - osserva - è che i medici penitenziari, che avevano portato la medicina penitenziaria in una posizione ambita in tutto il mondo, ora sono in posizione marginale, non contano più nulla e la maggior parte ha sbattuto la porta ed è andata via. Attualmente c'è un turnover spaventoso perché in queste condizioni non vuole lavorare più nessuno".

Una soluzione c'è? "Bisogna necessariamente cambiare passo - afferma Ceraudo. D'altra parte registriamo un'amministrazione penitenziaria in grande affanno, arroccata a difendere oltre ogni limite il concetto esasperante della sicurezza senza cogliere l'occasione irripetibile della riforma per avviare un processo di modernizzazione e di riqualificazione delle proprie strutture".

Cultura del carcere e investimenti, ecco la proposta. "Di fronte al dramma carcere non basta l'indignazione a placare le inquietudini e le ansie della nostra coscienza, ma occorre agire concretamente. La riforma della medicina penitenziaria - aggiunge Ceraudo - per essere credibile deve essere realizzata con i medici e gli infermieri penitenziari e tanto meglio funzionerà quanto più sarà condivisa. La riforma deve essere applicata, indietro non si può tornare".

 

 

 

 

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