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Perché serve un altro Csm PDF Stampa
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di Luciano Violante


La Repubblica, 20 giugno 2020

 

Il Csm deve recuperare la credibilità ferita. Una rigorosa riforma è l'unica soluzione adeguata alle difficoltà; non intervenire mette a rischio la credibilità dell'intera magistratura. L'attuale assetto è anacronistico perché rispecchia la collocazione istituzionale e sociale della magistratura degli anni Cinquanta, quando fu approvata la legge istitutiva.

Quella magistratura era un corpo di funzionari pubblici con basse retribuzioni, forti controlli interni e altrettanto forti vincoli esterni; aveva come etica professionale la separazione dal mondo. Il Csm fu costituito da una legge de11958 come organo di alta amministrazione di questo corpo di funzionari. Nel corso dei decenni le cose sono radicalmente cambiate.

La magistratura si è progressivamente liberata da controlli e da vincoli; esercita forti poteri di intervento autonomo nella società, nell'economia e nella vita dei cittadini; è diventata in via di fatto una componente essenziale del sistema di governo del Paese. I partiti le hanno ceduto porzioni crescenti di potere, a volte spogliandosi delle proprie prerogative costituzionali. Tutto ciò che avviene nel Paese è sindacabile dalla magistratura, tanto che si è arrivati alle clausole di esenzione da responsabilità penale, ieri per l'Ilva, oggi per il Covid.

È cambiato conseguentemente il quadro di riferimento dei magistrati: il Comitato direttivo dell'Anm è il loro Parlamento, il Csm e il loro governo e le correnti sono i loro partiti. Erano associazioni di idee, sono diventate centri di potere. Oggi costituiscono corpi intermedi tra Csm e magistratura, scelgono i candidati, organizzano il consenso, intervengono nelle trattative con i partiti per la designazione del vicepresidente del Csm e a volte, come emerge dalla vicenda Palamara, anche per i più importanti incarichi direttivi.

Il Csm si è anch'esso trasformato in via di fatto, spesso andando oltre le proprie funzioni e assumendo anche compiti para-legislativi e di indirizzo. Si rischia la deriva, perciò è necessario intervenire. La riforma deve definire un organo costituzionale con competenze, funzioni e finalità stabilite con chiarezza. Deve restare intatto il rapporto tra togati, due terzi, e i laici, un terzo. E non dev'essere minimamente incrinata l'indipendenza.

Ma tutto il resto va cambiato. Per ragioni di brevità mi soffermo su quattro punti che mi sembrano essenziali. Attribuire al capo dello Stato la nomina del vicepresidente del Csm, al di fuori dei membri eletti dal Parlamento e dai magistrati. Portare a sei gli anni di durata dell'incarico al Csm; solo nella prima consigliatura, dopo quattro anni, sorteggiare la metà dei membri, che decadono e vengono sostituiti da nuovi eletti, di modo che ci sia una rotazione dei giudici e non dell'intero Csm, come avviene per la Corte Costituzionale.

Separare le funzioni di governo interno che restano al Csm da quelle disciplinari, che dovrebbero spettare a un'Alta Corte competente per gli illeciti disciplinari di tutte le magistrature, ordinaria, amministrativa, contabile, tributaria e militare. Attribuire all'Alta Corte anche la funzione di giudice sul ricorso contro i provvedimenti del Csm e degli organi di governo interno di tutte le altre magistrature. Ciascuna di queste proposte, naturalmente, è criticabile e correggibile. Ma bisogna essere consapevoli che siamo di fronte a problemi di libertà e di equilibrio costituzionale.

 

 

 

 

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