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La riforma della giustizia e il patto scellerato tra media e toghe PDF Stampa
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di Arturo Diaconale


L'Opinione, 20 giugno 2020

 

È finalmente arrivata la tanto attesa e sollecitata strigliata del Presidente della Repubblica alla magistratura per le tristi e mortificanti vicende che ne hanno incrinato la credibilità agli occhi dell'opinione pubblica.

Sarebbe tuttavia un errore dare per scontato che alla severa critica possa seguire in tempi brevi o lo scioglimento del Consiglio superiore della magistratura, che il Capo dello Stato non può effettuare o quella riforma dell'organo di autogoverno della magistratura che da anni da più parti si invoca non certo al fine di piegare la schiena dei giudici e dei pubblici ministeri e per sottoporli al potere della politica ma, al contrario, per affrancarli dai condizionamenti che proprio il potere politico indipendentemente dal colore esercita sulla loro categoria e sull'esercizio della giurisdizione riducendone sempre di più l'affidabilità agli occhi dei cittadini.

Il Presidente della Repubblica ha lanciato il sasso in piccionaia. Ora, però, spetta al Governo ed al Parlamento dare una prospettiva ed uno sbocco concreto alla reprimenda quirinalizia approntando una riforma che consenta di riappropriarsi dell'onore perduto alle toghe condizionate dalla politica e agli italiani di riacquistare fiducia nei confronti dei singoli magistrati e dell'intero Stato.

Nessuno si illuda che la riforma della giustizia possa essere una impresa semplice e di breve durata. Non perché se ne parla da decenni e non si riesce mai a realizzarla concretamente. Ma perché i nodi da sciogliere non riguardano solo il sistema di elezione e di gestione interna del Consiglio superiore della magistratura e la necessità di trovare un punto di equilibrio tra il diritto costituzionale dei magistrati di poter esprimere liberamente le proprie idee organizzandosi in correnti e quello degli italiani di avere giudici capaci di giudicarli senza pregiudizi politici di sorta. Accanto a simili questioni di fondo permangono i nodi legati alla metamorfosi e agli sviluppi di una società che dai tempi di Montesquieu ad oggi ha subito cambiamenti inimmaginabili. A cominciare dalla contiguità sciagurata tra i tre poteri tradizionali dello Stato di diritto ed il potere mediatico, a cui si è consegnato il potere di esercitare una torsione, un condizionamento e di subornare i primi tre, trasformando il magistrato in un protagonista della scena pubblica del Paese. Con tutti i rischi e le conseguenze che una tale sovraesposizione di visibilità e popolarità comporta.

Certo, è impossibile che una qualsiasi riforma possa modificare i caratteri, le personalità e le ambizioni di chi dedica la propria esistenza all'applicazione della legge. Ma uno sforzo in questa direzione dovrebbe essere compiuto.

Per evitare che alla lunga nell'opinione pubblica italiana si ingeneri la convinzione che quella dei magistrati debba essere considerata una casta di pericolosi disturbati da eccesso di fama, popolarità e visibilità costretti a recitare sempre e comunque la parte di stelle del firmamento mediatico del Paese. Spezzare il connubio che si crea tra media e magistratura non è impossibile. È solo un problema di fissare e graduare le responsabilità degli uni e degli altri liberandoli dalla schiavitù di essere condannati ad alimentare le proprie ambizioni proteggendosi e sostenendosi a vicenda.

 

 

 

 

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