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Giornata mondiale dei rifugiati. Leyla: "Sono fuggita dai talebani e l'Italia mi ha salvata" PDF Stampa
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di Jacopo Storni


Corriere della Sera, 20 giugno 2020

 

È nata a Wadrak, in Afghanistan, ed è in fuga da quando ha 4 anni. In Italia, grazie al Centro Astalli, ha potuto studiare. "Sarò la prima donna laureata della mia famiglia". "Sono rifugiata da quando ho memoria". Leyla ha cominciato a fuggire da quando aveva 4 anni. È nata a Wadrak, città rurale dell'Afghanistan. "Mio padre coltivava la sua terra, che poi era la terra di suo padre e di suo nonno. Ma eravamo di etnia Hazara, una delle una delle minoranze religiose ed etniche più perseguitate dell'Afghanistan, e questo a un certo punto è diventato un problema molto serio". Era piccolissima quando i talebani hanno fatto irruzione in casa. "Non ricordo quello che successe, so soltanto che il giorno dopo lasciammo la nostra casa e cominciammo un lungo cammino. Pochissimi bagagli e ancora meno spiegazioni". Da quel giorno, la sua vita è stata per anni una fuga dietro l'altra, una minaccia dietro l'altra, uno sfruttamento dietro l'altro, fino all'emigrazione in Italia, dove oggi grazie al Centro Astalli, il centro dei gesuiti che si occupa dei rifugiati, ha potuto studiare ed è diventata parrucchiera.

Un sogno che diventa realtà, anche se lei vuole andare oltre. "Vorrei di più. Continuo a studiare per diplomarmi e poi chissà magari un giorno mi iscriverò all'università. Sarò la prima donna laureata della mia famiglia. Sarebbe bello, soprattutto per i miei genitori che hanno portato sulle loro spalle tutto il peso dell'esilio". Dopo quel giorno coi talebani dentro casa, parte il lungo cammino e l'arrivo a Kabul a casa dei nonni materni. "Abbiamo vissuto lì un anno. Poi anche lì è arrivata la guerra. Ricordo benissimo i colpi di arma da fuoco che si sentivano per tutto il giorno. Ci nascondevamo di continuo in cantina. Non potevamo restare. Era troppo pericoloso. Una notte mamma e papà ci rimettono di nuovo in viaggio. Questa volta la meta finale è il Pakistan. Abbiamo vissuto per 8 anni in 10 persone in una stanza ad Islamabad".

Vita da rifugiata, giorno dopo giorno, lavorando senza sosta per sopravvivere, anche se lei era ancora una bambina. "A Islamabad ho imparato a cucire tappeti, insieme ai miei fratelli. Avevo 6 anni e ogni giorno dalle 8 del mattino alle 8 di sera andavo in una stanza vicino alla nostra dove viveva un'altra famiglia. Stavamo con loro tutto il giorno ad imparare a fare i nodi dei tappeti ma non venivamo pagati ed è stato difficilissimo, ogni giorno mangiavamo solo pane, zucchero e tè". Poi una piccola svolta: "Dopo questo primo periodo, una grande azienda di tappeti ha sistemato nel cortile fuori dalla nostra stanza un telaio per farci cucire. A quel punto riuscivamo a comprare qualcosa in più da mangiare. Di quegli anni mi rimangono dei ricordi e delle mani troppo vecchie per una ragazza della mia età". A 16 anni arriva la svolta che le cambierà per sempre la vita. "Ho conosciuto in Pakistan un giovane ragazzo di nome Khan. Lui ha chiesto di prendermi in sposa. Mio padre ha accettato senza riserve. Una bocca in meno da sfamare".

Khan all'età di 23 anni tenta il viaggio della speranza. Parte per l'Iran, poi Turchia. In Grecia si nasconde sotto il motore di un camion che si sta imbarcando. Scende ad Ancona quasi morto. Viene accolto in un centro di accoglienza, diventa richiedente asilo, poi rifugiato e infine trova lavoro come meccanico in un'officina. Così riesce a fare il ricongiungimento familiare con Leyla, che arriva in Italia. "Oggi la nostra vita è serena. Ci vogliamo bene. Lavoriamo e voglio continuare a studiare". Grazie al Centro Astalli ha imparato l'italiano e ha sostenuto gli esami di terza media. "Gli operatori sociali mi hanno aiutato a trovare lavoro". E così diventa parrucchiera. È abile con le mani, questo lavoro le ricorda i tanti anni a cucire tappeti quando ancora era una bambina. La sua vita è cambiata, ma nella sua mente si agitano i fantasmi del passato. "Un giorno spero vicino, non sarò più una rifugiata, non tanto nei documenti, quanto nella mia testa. Vorrei finalmente sentirmi a casa, al sicuro. Vorrei finalmente essere libera".

 

 

 

 

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