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Giustizia e politica, il nodo irrisolto PDF Stampa
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di Claudio Tito


La Repubblica, 13 giugno 2020

 

Vedere entrare e uscire dei magistrati dagli uffici della presidenza del Consiglio non è mai una bella scena. E purtroppo il nostro Paese è stato abituato negli ultimi venti anni ad assistere non raramente a queste procedure. Ma la domanda che ogni volta bisogna porsi è molto semplice: perché accade? Siamo in presenza di un mal funzionamento delle Istituzioni? Di uno squilibrio? Di un dialogo improprio?

Il compito delle procure, e della magistratura nel suo complesso, è quello di accertare l'esistenza o meno di illeciti. Tutte le azioni e i comportamenti volti in questa direzione non possono che rientrare nella fisiologia di uno Stato di diritto. Le indagini non possono prevedere campi extra-penali. Non esiste un terreno di immunità odi impunità a favore di qualcuno.

Anche perché, come si è potuto constatare negli ultimi 25 anni di vita repubblicana, purtroppo le illegalità hanno riguardato anche chi occupava altissimi ruoli di responsabilità politica. I pm, ad esempio, hanno varcato il portone di Palazzo Chigi già nel 2002 e nel 2011 per sentire, sempre come testimone, l'allora capo del governo Silvio Berlusconi.

La legittimità dell'inchiesta sulla mancata istituzione della "zona rossa" nei comuni di Alzano e Nembro è dunque fuori discussione. E del resto, questa volta, il nostro Paese non costituisce una solitaria eccezione. Anche in Francia è stata avviata una inchiesta analoga. Che tocca direttamente il governo francese. Non il presidente della Repubblica Macron che gode invece di una immunità piena. La "visita" a Roma dei pubblici ministeri di Bergamo fa però emergere un altro aspetto. Una caratteristica tutta italiana. La costante debolezza della politica.

La permanente inconsistenza delle leadership. Incapaci di spiegare all'opinione pubblica, o meglio di persuaderla delle scelte compiute persino in occasione della più grave emergenza dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Si tratta, peraltro, di una fragilità che viene da lontano. La classe dirigente di questo Paese troppo spesso ha mostrato le sue lacune e le sue immoralità. Ha prodotto un vuoto, materiale e di consenso.

E quel vuoto è stato spesso riempito e sostituito da altri poteri. A volte dalla finanza e dall'economia. Molte altre volte dal potere giudiziario. In una sorta di sussidiarietà delle Istituzioni. Un'abitudine che si è consolidata negli anni. Ed anzi è stata rafforzata dal partito che due anni fa ha ottenuto alle elezioni oltre il 30 per cento dei voti e che ora rappresenta il soggetto prevalente nell'esecutivo.

Il Movimento 5Stelle ha infatti sistematicamente agito per trattenere la politica nel perimetro ancillare della propaganda e della giustizia sistematica. Anzi, ha trovato legittimazione nell'alimentare l'esigenza di questa supplenza. Salvo poi, come hanno dimostrato alcune delle ultime vicende, ritrovarsi vittima di quella stessa operazione.

Il rifiuto di elevare i partiti a elemento coessenziale alla democrazia produce questi risultati. Considerare la parola Movimento come una sorta di passepartout in grado di evitare le debolezze umane della Cosa Pubblica non fa altro che precarizzare l'equilibrio di un sistema. Perché è solo una parola, e non una soluzione. È propaganda e non sostanza. È questo il vero nodo irrisolto che sta riemergendo. Il punto non è se i pm bergamaschi abbiano agito con correttezza - su questo non c'è il minimo dubbio -, è il contesto nel quale si muovono che reclama delle risposte.

Perché, nel caso Alzano-Nembro, il confine tra politica e giustizia rischia di essere sottilissimo. È infatti evidente che abbiamo vissuto, e in parte stiamo ancora vivendo, uno stato di eccezione. La pandemia presenta di per sé una connotazione straordinaria.

È forzatamente accompagnata da una discrezionalità nella valutazione dei fatti e da una variabilità delle situazioni. Un solo canone non bastava e non basta per trovare una via d'uscita. Perché ogni provvedimento conteneva un fattore fondamentale nel funzionamento di una democrazia: il rapporto tra autorità e libertà.

 

 

 

 

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