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Thyssen, il pg di Torino: "Per manager tedeschi il carcere è inevitabile e imminente" PDF Stampa
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di Federica Cravero


La Repubblica, 13 giugno 2020

 

"Il tribunale di Essen ha riconosciuto l'efficacia della sentenza torinese". Non riusciranno a evitare il carcere i due manager tedeschi condannati in Italia per la strage degli operai alla Thyssen Krupp di corso Regina Margherita a Torino. Dovrebbe essere dunque questione di ore, o al massimo di giorni, prima che la magistratura tedesca emani l'ordine di esecuzione della pena per Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz. Nei giorni scorsi avevano suscitato grande indignazione in Italia le notizie circolate secondo cui i due dirigenti della multinazionale avrebbero potuto evitare il carcere chiedendo preventivamente la semilibertà.

Tuttavia a fare chiarezza è intervenuto Eurojust - l'organo di collegamento delle magistrature europee, interpellato dal procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo - che ha precisato che non esiste possibilità di fare un ulteriore ricorso dopo la sentenza prima del tribunale di Essen e poi della corte d'appello di Hamm che a gennaio ha reso definitiva la condanna a cinque anni. Eurojust ha anche confermato che non esistono strade alternative al carcere e che in cella i due manager dovranno andare, non appena l'ordine di esecuzione - che è rimasto fermo a causa del lockdown per il Covid-19 - sarà emanato. Solo più avanti potranno accedere a benefici come la libertà vigilata. "Il tribunale di Essen ha riconosciuto l'efficacia della sentenza torinese - ha spiegato Saluzzo - e quindi i dirigenti tedeschi andranno certamente in carcere. Sconteranno una pena di cinque anni, il massimo previsto dalla giustizia tedesca per l'omicidio colposo. La libertà vigilata è prevista solo dopo aver scontato metà della pena in carcere, mentre dopo i due terzi esistono delle misure alternative alla detenzione".

L'odissea giudiziaria per i morti della Thyssen aveva impegnato anche i vari ministri della giustizia in un dialogo serrato con gli omologhi tedeschi. Tuttavia a distanza di oltre 12 anni dalla tragedia giustizia non è ancora stata fatta. Mentre i condannati italiani hanno già scontato la parte di pena in cella, per quelli tedeschi non è ancora neanche iniziato il periodo di detenzione, rallentato da ritardi infiniti per traduzioni e per l'allineamento della legge italiana a quella tedesca, che fissa il massimo della pena per l'omicidio colposo a cinque anni nonostante i due fossero condannati a 9 anni e 8 mesi e 6 anni e 3 mesi.

"La giustizia che volevamo noi non è questa, la vera giustizia ce la darà Dio". Rosina Platì, mamma di Giuseppe De Masi, uno dei sette operai morti nel rogo della Thyssen, commenta così la notizia che i due manager tedeschi condannati per la tragedia del 2007 andranno in carcere. "Li vogliamo vedere in carcere davvero. Troppe volte ci hanno dato questa notizia e non sono mai entrati", aggiunge la donna, "Intanto scontino la pena loro inflitta. La vita dei nostri ragazzi non vale pochi anni di carcere, sono ancora arrabbiata...".

"Finalmente una buona notizia. Da una parte il no alla semilibertà, dall'altra, forse, la fine di una vicenda che dura 12 anni e mezzo - ha detto Antonio Boccuzzi, ex deputato, unico sopravvissuto al rogo della Thyssen che nel 2007 provocò la morte di sette operai - È una ferita che oltre a non chiudersi si infetta continuamente. Vedere queste persone condannate condurre la loro vita normale, dà un senso di ingiustizia profonda. Assurdo è l'aggettivo giusto per questa vicenda".

 

 

 

 

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