Giovedì 24 Settembre 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Dalla Consulta palla alle Camere sul carcere per il giornalista che diffama PDF Stampa
Condividi

di Liana Milella


La Repubblica, 10 giugno 2020

 

Come per il caso Cappato, la Corte ravvisa una incostituzionalità nelle norme in vigore sulla stampa, ma non le boccia, visto che al Senato sono in corsa due disegni di legge.

Per il carcere ai giornalisti esattamente come per il caso Cappato e il fine vita. La Consulta, dopo quattro ore di camera di consiglio, ripropone il modello che usò due anni fa per affrontare il caso del suicidio di Dj Fabo. "Nel rispetto della leale collaborazione istituzionale" con il Parlamento, la Corte costituzionale dà alla politica un anno di tempo per decidere se è ancora possibile mantenere norme - l'articolo 13 della legge sulla stampa del 1948 e l'articolo 595 del codice penale sulla diffamazione - che prevedono, rispettivamente, la possibilità di finire in cella per sei, o per tre anni, per aver scritto una cronaca "diffamante" verso una persona.

Appuntamento, dunque, al 22 giugno del 2021, quando la Corte verificherà se il Parlamento ha osservato il suo invito. Sappiamo come finì per il caso Cappato, le Camere si baloccarono la questione del fine vita, e la Consulta, esattamente allo scadere del tempo concesso, decise da sola dando di fatto il via libera all'aiuto al suicidio.

Vedremo, stavolta, se i due progetti di legge attualmente in commissione Giustizia al Senato - il ddl di Primo di Nicola di M5S sulle querele temerarie; il ddl di Giacomo Caliendo di Forza Italia sulla diffamazione - raggiungeranno l'obiettivo di eliminare il carcere per i giornalisti, come l'articolo 10 della Convenzione dei diritti umani di Strasburgo stabilisce e come la stessa Cedu ha ribadito in più decisioni che riguardano la stampa italiana (vedi casi Sallusti e Belpietro).

Ma non c'è solo questo nella nota stampa della Consulta che dà conto della decisione presa dopo la relazione del giudice Francesco Viganò sulle due questioni sollevate, rispettivamente, dai tribunali di Bari e di Salerno, che in entrambi i casi lamentavano, nella previsione del carcere per i giornalisti, la violazione non solo delle norme Cedu, ma anche di numerosi articoli della nostra Costituzione, soprattutto il 21 che garantisce la stampa da pressioni e censure.

Secondo la Consulta i quesiti posti - e che ieri hanno visto presenti durante l'udienza pubblica, anche se non ammessi alla discussione come amici curiae, i vertici dell'Ordine dei giornalisti e della Federazione nazionale della stampa - richiedono "una complessa operazione di bilanciamento tra la libertà di manifestazione del pensiero e la tutela della reputazione della persona, diritti entrambi di importanza centrale nell'ordinamento costituzionale".

Secondo la Corte di tratta di "una rimodulazione di questo bilanciamento, ormai urgente alla luce delle indicazioni della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, che spetta in primo luogo al legislatore". Opposta la tesi dell'Avvocatura dello Stato che invece ha difeso le norme attuali in quanto, cancellando una pena forte per la diffamazione, si finirebbe per creare una disparità di trattamento con la diffamazione "non" a mezzo stampa. E ciò significherebbe dare un enorme potere, nonché una sorta di "arma" in mano ai giornalisti.

Nasce invece dall'obiettiva constatazione che in Parlamento già esistono due disegni di legge in fase di avanzata discussione, la "decisione" di "non decidere" nel merito, ma di concedere alle Camere e alla politica ben 12 mesi di tempo per uscire dal guado di una legge sulla diffamazione che - bisogna ricordarlo - attraversa le varie legislatura dal lontano 2013.

Non è certo un caso se, anche stavolta, i progetti di legge di Di Nicola e di Caliendo sono stati presentati da tempo. Il 20 settembre 2018 quello di Caliendo, il 2 ottobre dello stesso anno quello di Di Nicola. Stanno per compiersi i due anni e i due testi sono ancora là, al Senato, al primo vaglio parlamentare. Un'intesa è stata raggiunta sul testo di Di Nicola che, sulle querele temerarie, recita così: "Nei casi di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, delle testate giornalistiche online o della radiotelevisione, in cui risulta la malafede o la colpa grave di chi agisce in sede di giudizio civile per il risarcimento del danno, il giudice, con la sentenza che rigetta la domanda, condanna l'attore, anche al pagamento di una somma, determinata in via equitativa, non inferiore ad un quarto di quella oggetto della domanda risarcitoria".

Il minuscolo ddl di un solo articolo - due anni per un articolo... - dopo infinite mediazioni "è pronto per andare in aula, probabilmente a fine giugno", come dice a Repubblica il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi. Ma è sul testo di Caliendo invece - che riguarda tutta la complessa questione della diffamazione a mezzo stampa, delle rettifiche anche sui siti online, e la responsabilità non solo dei cronisti ma anche dei direttori - che la trattativa è ancora in corso, anche se molti emendamenti sono già pronti.

D'altra parte, per la Consulta, non c'era altra via da seguire, perché una decisione autonoma, sulla costituzionalità o meno sia dell'articolo 13 della legge sulla stampa, sia sull'articolo 595 del codice penale sulla diffamazione, sarebbe suonato come un vero e proprio schiaffo al Parlamento. Certo non nella linea della "collaborazione istituzionale", che ha preso il posto del vecchio "monito alle Camere", ancora meno stringente dei 12 mesi, già inaugurata dall'ex presidente Giorgio Lattanzi, e proseguito adesso con l'attuale presidente Marta Cartabia.

 

 

 

 

02


01


07


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it