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Roma. M.A.MA, così gli affetti trovano accoglienza PDF Stampa
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di Pisana Posocco


ilgiornaledellarchitettura.com, 9 giugno 2020

 

È il Modulo per l'Affettività e la MAternità, prototipo realizzato dai detenuti su progetto del team G124 di Renzo Piano nel carcere femminile di Rebibbia. Se dare forma ai luoghi può essere una maniera per costruire modi di vivere, allora vuol dire che crediamo che lo spazio possa essere motore di comportamenti. L'architettura ha delle responsabilità nei confronti degli utenti.

Un edificio deve rispondere ad aspetti funzionali - dare un ricovero, assolvere alle necessità d'uso, etc. - e deve anche accogliere e dare risposta alle esigenze umane di chi utilizzerà quello spazio. In carcere, con maggiore evidenza che altrove, può leggersi il ruolo che l'architettura ha nella vita di chi lo occupa.

Attualmente è in corso di costruzione, presso la Casa circondariale femminile di Rebibbia (Roma), un piccolo fabbricato inserito in un'area verde, pensato come luogo d'incontro tra madri detenute e famiglie: il Modulo per l'Affettività e la MAternità (M.A.MA). Si tratta di una piccolissima architettura, uno spazio che si attiene alle dimensioni minime abitabili, con riferimento alla normativa sulla residenza. La sua forma iconica rimanda all'idea tradizionale di casa. È dotato degli strumenti essenziali allo svolgimento delle attività proprie della vita domestica quotidiana: una stanza, con un angolo cottura e servizio igienico; l'accesso avviene attraverso una loggia. Lo spazio verde esterno è organizzato come una radura all'interno di un'area sistemata ad hoc. Nella stanza interna le detenute potranno trascorrere del tempo con i propri familiari, condividendo un pasto e momenti di tranquillità. La casetta, lo spazio che vi è stato allestito, sono il luogo in cui preservare i rapporti tra madri, figli e famiglia, in cui far crescere il desiderio di ritorno a una vita nomale.

L'occasione che ha portato al progetto e alla realizzazione del modulo M.A.MA. è la somma di più condizioni. Nel corso degli anni passati si sono sviluppate ricerche sull'architettura carceraria presso la Facoltà di Architettura dell'Università Sapienza di Roma. Tali indagini teoriche hanno incontrato una fortunata possibilità di sviluppo all'interno del progetto G124 che Renzo Piano promuove e finanzia da quando è diventato senatore a vita, richiamando l'attenzione sulle periferie. Il carcere è un luogo periferico e periferici sono gli utenti.

Piano ha accolto con entusiasmo questo tema e lo ha seguito con interesse supervisionando il progetto, nel suo svolgersi e nella realizzazione. Il gruppo che vi ha lavorato, all'interno del Dipartimento DiAP della Sapienza, è composto da chi scrive e da tre giovani architetti: Tommaso Marenaci, Attilio Mazzetto e Martina Passeri, vincitori di borse di studio messe a disposizione da Piano*. Fondamentale è stato il rapporto istituito con il Ministero della Giustizia: il progetto è stato elaborato grazie ad una fruttuosa relazione con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il quale ha materialmente sostenuto la realizzazione del prototipo. In particolare, il confronto è avvenuto con l'Ufficio Tecnico, diretto da Ettore Barletta, e con il Provveditorato Regionale del Lazio, guidato da Carmelo Cantone.

Il prototipo è stato progettato non solo in funzione di chi lo vivrà ma, anche, di chi lo costruirà. Il modulo M.A.MA è stato, quasi completamente, realizzato dai detenuti che lavorano nella falegnameria della Casa circondariale di Viterbo. Alcune lavorazioni di supporto sono state eseguite dalle detenute di Rebibbia. Si voleva che questo spazio fosse il più possibile utile alle detenute e ai detenuti, sia collaborando a tessere e conservare le relazioni attraverso incontri, sia offrendo loro un'opportunità di lavoro. Per questa ragione si è immaginato un criterio costruttivo che non avesse necessità di lavorazioni specialistiche, né che richiedesse movimentazione di carichi particolarmente pesanti. Si tratta di una forma di prefabbricazione leggera.

La struttura portante è in telai di legno lamellare, tamponati e irrigiditi da pannelli collaboranti in OSB, tagliati, assemblati e lavorati in falegnameria presso la Casa circondariale di Viterbo. In opera sono due le lavorazioni fondamentali: verso l'interno, l'inserimento dell'isolante e il placcaggio di finitura in compensato marino a vista; verso l'esterno, il trattamento con un materiale che garantisce l'impermeabilizzazione e la definizione del volume.

La finitura esterna è stata studiata in collaborazione con l'azienda Mapei, che ha donato i materiali. I pannelli hanno tutti un peso contenuto entro i 50 kg, in modo da poter essere agevolmente movimentati da due persone. Il modulo M.A.MA di Rebibbia è un prototipo: potrebbe, nel tempo, essere realizzato anche in altri penitenziari, così da provvedere un luogo d'incontro tra detenuti e famiglie.

 

 

 

 

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