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Con il virus globale più disuguaglianze PDF Stampa
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di Milena Gabanelli e Luigi Offeddu


Corriere della Sera, 8 giugno 2020

 

Il Covid aumenterà il divario tra ricchi e poveri, mentre le aziende accorciano (e riportano a casa) la filiera. La risposta Ue: ripartire sui binari della sostenibilità.

Un microorganismo a nome Covid-19 sta rovesciando gli schemi, i ritmi e le regole della globalizzazione mondiale. È partito dalla Cina seguendo le stesse vie della globalizzazione: commercio e turismo via aerea, e poi tutte le altre strade di contatto fra gli abitanti della terra. In quattro mesi il virus ha contagiato 7 milioni di persone e ne ha uccise 380 mila.

La Cina è il più grande fornitore al mondo di prodotti a basso costo, soprattutto nella componentistica meccanica e nel tessile. È il luogo dove molte aziende occidentali negli ultimi vent'anni hanno delocalizzato parte dei propri impianti inseguendo i minori costi del lavoro. Epicentro del contagio: Europa, e poi Stati Uniti, ovvero i Paesi che hanno delocalizzato di più o che dipendono dalle forniture cinesi. Unica cura o prevenzione finora conosciuta, il distanziamento fisico, cioè il contrario della globalizzazione.

Da 107.000 voli al giorno a zero - Con il traffico aereo bloccato ovunque, per oltre 2 mesi da Pechino non arriva più la componentistica nemmeno per le attività strategiche. Per le compagnie aeree è il tracollo. Nel 2019 l'incremento del traffico era stato del 75% rispetto al 2008, anno della grande crisi economica, e la Iata prevedeva per l'intero 2020 una media di 107 mila voli al giorno con 4,3 miliardi di passeggeri.

La Lufthansa, compagnia tedesca che ha tradizionali e intensi contatti con l'Asia, cancella fra marzo e aprile 23 mila voli a lungo e medio raggio, mette in cassa integrazione due terzi dei dipendenti, e annuncia che smantellerà 42 aerei. Solo da giugno la compagnia tedesca, che ora sta trattando l'ingresso dello Stato nel capitale, riprenderà forse con 160 voli al giorno. Aiuti di Stato per 7 miliardi ad Air France. Negli Usa, le compagnie aeree chiedono aiuti per 50 miliardi di dollari.

Petrolio: i produttori pagano chi lo compra - Nessuno immaginava una paralisi totale dei trasporti nel giro di due settimane, e quando si fermano le auto e tutti i voli civili, i depositi di stoccaggio del petrolio diventano pericolosamente pieni. Per dare un'idea: un jumbo consuma in media 63 mila litri di kerosene per coprire i 6 mila chilometri di volo Milano-New York.

Il mercato del petrolio opera con il sistema del "future", un contratto con il quale le parti si obbligano a scambiarsi ad una certa scadenza un certo quantitativo, ad un prezzo stabilito. Ma quando la domanda cala improvvisamente e la produzione rimane la stessa, sei disposto a pagare pur di liberarti del carico.

Per la prima volta nella storia il petrolio, il 21 aprile, i produttori americani per far spazio nei depositi, hanno pagato gli acquirenti 37 dollari per ogni barile di West Texas Intermediate, considerato il punto di riferimento per tutto il greggio Usa. Oggi quello stesso barile, che a febbraio valeva 54 dollari, viene venduto a 37,2 dollari. Il calo trascina in basso i prezzi delle materie prime, ma ovunque crollano i consumi, la produzione e la domanda di ogni bene, che non sia sanitario o alimentare. Si fermano i progetti di ricerca e sviluppo.

Cala il Pil in 170 Paesi - In marzo-aprile l'export cinese aumenta del 3-5% grazie a 9,2 miliardi di euro incassati esportando prodotti medici. Cresce anche il tessile, riconvertito alle mascherine, ma è un export legato a una contingenza.

Il Fondo monetario, che fino a pochi mesi fa prevedeva per il 2020 una crescita media mondiale del +3,3%, ora paventa la peggiore recessione mondiale dal 1930, (-3%), con un indebolimento del pil pro-capite in 170 Paesi (in Italia calo del 9,5%, e nell'Eurozona di circa il 7%).

Il Fondo teme per il 2020-2021 una perdita mondiale cumulata di 9 mila miliardi di dollari. A chi offrirà ora Pechino i suoi prodotti? I segni di un cambiamento strutturale della sua economia interna ci sono già. Molte aziende europee si stanno organizzando per accorciare la filiera: la pandemia ha dimostrato che dipendere da un solo fornitore è pericoloso.

Doppio shock per l'Africa - Il virus riporta indietro nel tempo anche, o soprattutto, quelle nazioni in via di sviluppo che, grazie alla globalizzazione, avevano fatto dei progressi. In 30 anni le esportazioni di materie prime dall'Africa verso l'Occidente erano passate da 127 a 539 miliardi di dollari, ed era cresciuto il pil procapite medio, passando in alcuni paesi da 3.300 dollari a 4.700. Oggi l l'Onu prospetta "carestie di proporzioni bibliche entro pochi mesi" e per i paesi a rischio fame i numeri salgono da 135 a 250 milioni di persone. Mentre i numeri delle vittime e contagi nessuno è in grado di contarli per mancanza di strutture sanitarie.

L'1% possiede il 20% della ricchezza totale - Crescono le disuguaglianze. Negli Stati Uniti, percorsi da tumulti razziali e sociali, finora in 26 milioni hanno chiesto il sussidio di disoccupazione. Negli ultimi 30 anni, chi era ricco si è arricchito ancora di più, e chi era povero ha visto peggiorare le proprie condizioni. Nel 1980 all'1% più ricco della popolazione Usa toccava l'11% della ricchezza totale, nel 2014 la quota era arrivata al 20%.

Secondo gli ultimi dati Oxfam presentati a Davos, 2.153 miliardari hanno più denaro del 60% della popolazione mondiale. La globalizzazione consente ogni anno alle grandi multinazionali - come le Hi-Tech - di non versare 500 miliardi di dollari agli Stati dove fanno profitti. Secondo una recente indagine del fondo Fair Tax Mark, pubblicato da Fortune, a dicembre 2019, i giganti della Silicon Valley (Amazon, Facebook, Apple, Netflix, Google, Microsoft) hanno versato in tasse, dal 2010 al 2019, là dove fanno i loro profitti 100,2 miliardi di dollari in meno di quanto avrebbero dovuto.

Gli esperti del mestiere definiscono questo sistema, "doppio irlandese con sandwich olandese". Prima si dirottano i profitti su una società irlandese, poi attraverso una seconda olandese, su un'altra sussidiaria olandese situata a Bermuda. Cambiano i codici fiscali, e il gioco può diventare un domino. Dopo questa crisi globale, sanitaria e sociale, sarà difficile eludere ancora il tema della redistribuzione della ricchezza, di una maggiore giustizia.

Il ritorno in patria e il Green Deal - E qualcosa si muove: negli ultimi 5 anni in Europa 253 aziende sono tornate a produrre almeno in parte in patria; 39 sono italiane, soprattutto alcuni marchi del lusso. Secondo l'indagine Eurofound, promossa da Commissione e Parlamento Europeo, Italia, Francia e Regno Unito sono state dal 2015 in poi le 3 nazioni Ue con il numero più alto di relocalizzazioni. Si torna a casa per una globale riorganizzazione dell'azienda (61% dei casi), per accorciare i tempi di consegna (55%), per il ritrovato prestigio garantito dal "made in", anche a seguito dell'obbligo a scrivere in etichetta l'origine della materia prima (48%).

Nel 2020 della pandemia, questa tendenza potrebbe accelerare, anche perché sta fiorendo una nuova sensibilità, soprattutto nei giovani, che premia chi produce rispettando le regole del fair trade. Intanto dentro al Parlamento europeo è nata un'alleanza globale composta da ministri di 11 Paesi, 79 eurodeputati, 37 amministratori delegati, 28 associazioni di imprese o confederazioni sindacali, e le più grandi ong.

Lo scopo è quello di trasformare una disgrazia in una opportunità: con i miliardi stanziati per la ricostruzione sviluppare un modello di prosperità più sostenibile. Vuol dire avviare lo European Green Deal, il piano della nuova Commissione Europea per arrivare entro il 2050 a una Ue libera dal Co2. È stato presentato l'11 dicembre, proprio mentre il Covid-19 iniziava il suo viaggio distruttivo.

 

 

 

 

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