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La giustizia e la vergogna PDF Stampa
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di Annalisa Chirico


Il Foglio, 29 maggio 2020

 

Parla Giovanni Maria Flick. Il Csm da mandare subito a casa, il sorteggio come tabù da superare, la cultura del disprezzo applicata alle carceri. Mi auguro che arrivi presto un intervento autorevole del presidente della Repubblica", dice al Foglio Giovanni Maria Flick, già presidente della Consulta e ministro della Giustizia, un uomo per il quale il diritto è pane quotidiano da oltre mezzo secolo.

"Non sta a me indicare le azioni da intraprendere ma è evidente che il capo dello stato, che è anche il presidente del Consiglio superiore della magistratura, potrebbe rivolgere un messaggio alle Camere anche in questa specifica veste. Non esiste il potere di cacciar via gli indegni dal regno ma siamo di fronte a molteplici illeciti, di carattere deontologico, disciplinare e forse penale, che si trascinano da troppi anni; sono stati scoperti dieci mesi or sono (ma se ne parlava da tempo comunque), e tutto è rimasto come prima.

Non s'invoca il plotone di esecuzione verso gli attuali consiglieri, indistintamente, ma il presidente Mattarella può, se lo ritiene, richiamare nel suo messaggio non solo l'interesse generale a una giustizia giusta ed efficiente ma anche quello alla conservazione dei valori di pluralismo e non autoreferenzialità della magistratura come ordine sovrano, indipendente, autonomo ma sottoposto alla legge e soltanto alla legge, anche sotto l'aspetto del funzionamento del Csm. Il Csm come tale dovrebbe essere rinnovato a cominciare dalle modalità di nomina dei componenti: altro che autoriforma o dignità delle dimissioni".

L'organo di governo autonomo della magistratura è finito di nuovo nell'occhio del ciclone per le conversazioni dell'ex componente togato Luca Palamara. "Ritengo che, pur in assenza dei presupposti per ipotesi corruttive, esistano elementi sufficienti per indagare i magistrati al centro dell'ennesimo scandalo per traffico di influenze illecite".

Una fattispecie criticata da insigni giuristi in quanto fumosa, scarsamente tipizzata. "Io non pongo la questione sul piano tecnico, dico che la legge è uguale per tutti, e a leggere le conversazioni tra certi magistrati viene da domandarsi perché un giudice dovrebbe godere di un trattamento privilegiato rispetto al comune cittadino. Un sindaco o un altro pubblico amministratore o un commissario di concorso sarebbe già finito sotto inchiesta in molti dei casi descritti nelle telefonate, per abuso d'ufficio: si agisca così anche per i magistrati. Dobbiamo recuperare la cultura della reputazione e quella della vergogna".

Le chat riservate dell'ex consigliere Palamara dipingono un mosaico di relazioni improprie tra politica e giustizia, il piatto forte sono sempre le nomine. "Il Csm come tale andrebbe mandato a casa perché ha perso ogni credibilità nel modo di elezione, ma l'organo cade soltanto se e quando non è più in grado di funzionare, ad esempio a séguito delle dimissioni di un numero sufficiente dei suoi membri.

Il presidente della Repubblica non ha il potere di scioglierlo ma può usare la moral suasion perché si giunga subito a una riforma legislativa. Certamente andrebbero disciplinate diversamente le modalità di nomina per ridurre il margine di discrezionalità e di 'negoziabilità' dei magistrati nella selezione dei rispettivi rappresentanti. Se in passato nutrivo dei dubbi, adesso dico che si può anche pensare di introdurre il sorteggio: a mali estremi, estremi rimedi".

Il correntismo esasperato genera mostri. "Assistiamo ormai a forme intollerabili di autoreferenzialità. Un tempo il magistrato era espressione di una cultura, le indagini per accedere al concorso in magistratura erano eccessive (si estendevano fino ai familiari di terzo grado); adesso vediamo esempi clamorosi di persone che, pur in assenza di requisiti minimi, superano il vaglio del controllo. Le correnti non sono un male in sé: un conto è il pluralismo delle idee, un altro è il pluralismo delle seggiole da occupare e lo scambio tra di esse.

È chiaro che lo strumento disciplinare non va impiegato per sanzionare chi la pensa diversamente dalla maggioranza. Vent'anni or sono, da ministro della Giustizia, mi sono occupato di tipizzare le forme di illecito disciplinare, di cercare di distinguerle dall'illecito penale e da quello deontologico, e di chiudere le porte girevoli tra politica e giustizia. Non mi pare che, al giorno d'oggi, esista ancora il pericolo che al magistrato venga tappata la bocca per ciò che dice... anzi".

Per Paolo Mieli la questione morale è un altro modo di usare politicamente la giustizia. "Continuo a pensare che la legge debba essere uguale per tutti, e che anche i magistrati coinvolti, più che finir esposti sui quotidiani, dovrebbero essere sottoposti allo scrutinio dei colleghi in sede giudiziaria. Se il comportamento di una toga desta sospetto, si indaghi come si farebbe per ogni altro cittadino. Anche la promessa di una progressione di carriera può rappresentare un indebito vantaggio patrimoniale".

Ma così la cultura del sospetto prende il sopravvento sulla cultura del diritto? "Troppo tardi, è già accaduto. Quello che possiamo augurarci è che questa deriva aiuti almeno a recuperare il senso della cultura della reputazione e della vergogna: che qualche magistrato ci pensi due volte prima di fare certe telefonate, di chiedere i biglietti per lo stadio o il soggiorno in albergo, di inseguire raccomandazioni con modalità pittoresche. Serve ritegno. Disciplina. Onore, come la Costituzione impone esplicitamente. L'efficienza e il buon andamento si traducono in doveri precisi".

Eppure esisterebbe, in teoria, un codice deontologico... "Non l'ho mai visto applicato. Sono stato magistrato per dodici anni, poi, con incarichi diversi, ho sempre operato nel mondo del diritto ma il codice non esiste se non in apparenza, figurarsi la deontologia. Pensi ai magistrati che partecipano continuamente a programmi televisivi parlando di qualunque tema, se non addirittura delle indagini che hanno trattato nell'esercizio delle loro funzioni. È un problema non solo di esternazioni ma anche di internazioni".

Lo scandalo per i mercanteggiamenti intorno alle nomine, però, è intriso di ipocrisia. "Le relazioni umane ne sono piene, s'insinua nei rapporti più intimi, più affettuosi, ma quando essa diventa la cifra stabile e definitiva delle relazioni tra le persone e all'interno di gruppi, allora l'ipocrisia è un sonnifero prima, rischia di diventare un cancro poi. Da quindici anni tutti ci siamo riempiti la bocca, in Anm e al Csm, con la cosiddetta 'autoriforma', la 'sfida della professionalità', il riconoscimento del merito nell'assegnazione degli incarichi direttivi e semi-direttivi, con motivazioni così ben strutturate da essere spesso impugnate dal collega soccombente e non di rado annullate dal giudice amministrativo, e magari perfino reiterate dal Consiglio che ha pure subìto il commissariamento ad acta, all'esito del giudizio di ottemperanza. Ma mai nessun dubbio, almeno in pubblico, che la sfida della professionalità sia stata vinta e che ogni consiliatura è migliore della precedente".

Come se ne esce? "La deontologia è una forma di autoregolamentazione ma in questo caso dev'essere il Parlamento a intervenire in modo efficace. Dopo aver esaltato la cosiddetta democrazia diretta (non si sa bene da chi e verso dove), l'unica istituzione che può riprendere le redini è il Parlamento. La Costituzione è chiara: il sistema giudiziario è sottoposto a rigorosa riserva di legge".

Tra gli effetti della crisi pandemica, c'è un ridimensionamento del ruolo del Parlamento, non solo in Italia. "Lei usa un eufemismo, in realtà abbiamo assistito alla sua totale delegittimazione; per fortuna c'è qualche segno di ravvedimento. È un processo che si è manifestato ben prima del coronavirus. Si pensi alla riduzione del numero dei parlamentari, chiesta a furor di popolo e con una riforma costituzionale un po' semplicistica nella motivazione: risparmiamo i soldi.

Ma il massimo del risparmio lo si realizza eliminando la democrazia. Quando si pone il voto di fiducia su una legge composta da un unico articolo contenente migliaia di commi, il Parlamento è stato di fatto messo all'angolo. Piuttosto, nel contrasto del coronavirus ci siamo resi conto che non si poteva andare avanti sempre e solo con i decreti del premier o dei presidenti di regione, per di più in contrasto tra loro.

Per la Costituzione, infatti, la libertà di circolazione può essere limitata per ragioni sanitarie purché la materia sia disciplinata da una legge, non da una sequenza, per giunta contraddittoria, di atti amministrativi. E sempre nel dramma del coronavirus abbiamo compreso che i diritti non piovono dal cielo e non valgono sempre: sono realtà faticose, conquistate dai nostri padri a prezzi ben salati. Vanno vigilati e difesi".

Recentemente lei ha scritto che la crisi pandemica porta con sé l'abolizione degli anziani nelle case di riposo e dei reclusi in carcere: in che senso? "Sono le due categorie che, vivendo in situazioni di contatto permanente, subiscono per definizione quel rischio di contagio tra loro che per gli altri si vuole evitare come principale se non unico strumento contro la pandemia. Si sono aggiunte alle tre note disuguaglianze classiche che ledono la pari dignità sociale: contro gli ebrei, contro la donna, contro i migranti. Adesso ce la prendiamo con il detenuto perché diverso, con l'anziano perché improduttivo. Qualcuno ha teorizzato persino l'esclusione del diritto di voto per le persone avanti con gli anni. Vogliamo parlare della rarefazione degli strumenti medici?

Il 'diamoli prima ai giovani' può essere giustificato nella logica della scelta individuale del medico che destina una cura a chi può trarne maggiore beneficio ma non può mai giustificare l'elaborazione di un codice normativo in base al quale il diritto alla tac sarebbe limitato agli under 65. Il diritto costituzionale alla salute importa il dovere per lo stato di fornire tali strumenti a ogni cittadino, senza scaricare sulle spalle del singolo medico la responsabilità di tale scelta nel caso specifico. Ciò che dico dovrebbe essere pienamente acquisito ma, al tempo d'oggi, nulla è scontato: l'algoritmo d'oro ha sostituito il vitello d'oro, la velocità e l'efficienza hanno preso il posto dell'esperienza. Nel presentismo che imperversa oggigiorno, il passato non conta, e il futuro nemmeno".

Tornando al carcere, Giuseppe Pignatone ha evidenziato la necessità di potenziare il ricorso alle misure alternative pur notando che è "nobile", ma non realistico, immaginare un mondo senza carcere. "Condivido, entro certi limiti. Oggi purtroppo usiamo il carcere non più come extrema ratio ma come l'olio di ricino, come strumento primario di controllo sociale, come palliativo e tranquillante contro la paura sociale. Si pensi alla definizione del cosiddetto 'spazza-corrotti': ai condannati per determinati reati contro la pubblica amministrazione che non collaborano viene inibito retroattivamente il ricorso alle misure alternative.

È un errore, è il frutto di una visione sbagliata del carcere. Il sovraffollamento degli istituti penitenziari rende inumano e degradante il trattamento e pressoché impossibile la funzione rieducativa della pena, sancita dalla Costituzione. Ciascuno di noi conserva infatti residui incomprimibili di libertà e dignità che vanno rispettati, anche per il peggior delinquente, anche nelle condizioni di carcere più duro".

Pochi giorni or sono, la Consulta ha dichiarato incostituzionale il divieto legislativo di scambiare oggetti tra detenuti sottoposti al regime dell'articolo 41 bis. "Era una inutile mortificazione lesiva della dignità. La pena deve essere umana, sempre. Ho il timore che, con la pretesa di sostituire le relazioni digitali a quelle umane, di affidare ogni interazione alla tecnologia, di celebrare i processi da remoto, di restare connessi senza mai incontrarsi, si rischi non solo di eliminare il contraddittorio e il diritto di difesa, ma prima ancora di amputare l'umanità. Storicamente la città nasce come fenomeno di aggregazione di fronte all'esigenza di ritrovarsi insieme. Essa non si limita a erogare servizi materiali o immateriali ma soddisfa il bisogno profondo di relazioni umane. Il mito della smart city è un modo per mutilare la dimensione umana".

Luciano Violante ha fatto notare che attualmente 53 mila persone scontano la pena in prigione, 61 mila la scontano fuori. Un risultato un tempo impensabile. "Si sono compiuti passi avanti ma c'è ancora molto da fare. Pensi all'ergastolo: è una pena legittima nell'esecuzione, illegittima nella proclamazione 'fine pena mai'. La reclusione invece è una pena illegittima nell'esecuzione, legittima nella proclamazione 'ti tengo in cella'.

Un tempo il processo constava di un primo momento, di cognizione, seguìto dal trattamento. In altre parole, prima si giudicava il fatto, poi si decideva come 'trattare' l'uomo, anche sul piano della rieducazione. Oggi i due momenti si sono invertiti: prima si giudica l'uomo, poi si tratta il fatto. Quando si è preclusa la via delle misure alternative al carcere per i soggetti che non collaborano, ho cominciato a pensare che l'ergastolo diventava in questi casi incostituzionale, perché rendeva concreto e attuale il 'fine pena mai'".

Pochi giorni or sono, il Gup di Ragusa ha condannato a nove anni di reclusione un uomo responsabile di duplice omicidio stradale aggravato dall'alterazione psicofisica. Due cuginetti, di undici e dodici anni, non ci sono più. "So bene che vicende simili possono impressionare l'opinione pubblica ma quel che non si comprende è che al male non si risponde necessariamente con il male".

Che valore diamo alla vita umana? "Questa domanda va posta con riferimento non solo alla vittima ma anche all'autore del reato. Se così non fosse, saremmo pronti a reintrodurre la pena di morte. Piuttosto conservo le mie perplessità sulla fattispecie giuridica dell'omicidio stradale: chi uccide somministrando un veleno artificioso merita forse una pena inferiore a chi uccide a bordo di un Suv? O piuttosto il ricorso a una figura delittuosa specifica e autonoma equivale alla risposta emotiva a una domanda emotiva di sicurezza?

Ma i reati non si costruiscono sulle emozioni, anche perché le emozioni passano mentre l'offesa al bene della vita rimane". Come l'inquietudine, di fronte al disastro giustizia. "Sono entrato in magistratura nel 1964 e vi sono rimasto per dodici anni; l'esperienza maturata allora, e quelle successive di avvocato e professore, poi di civil servant come ministro e infine di giudice delle leggi anziché degli uomini, mi hanno insegnato che la certezza che speravo di trovare nella legge era almeno in parte una illusione o un'utopia; e che a quelle certezze si sovrapponeva la forza del 'ragionevole dubbio', maturato nel dialogo e nel confronto".

 

 

 

 

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