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Coronavirus: il carcere dopo l'epidemia PDF Stampa
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di Andreana Esposito, Maria Lucia Pezone e Caterina Scialla


eastwest.eu, 19 maggio 2020

 

Il coronavirus poteva essere un'occasione per ripensare le pene detentive e ricordare la tutela della dignità dei detenuti. La pandemia del Covid-19 avrebbe potuto costituire un'ottima occasione per riflettere sull'essenza della pena detentiva. Sulla sofferenza che la detenzione infligge al corpo del condannato. Sulla necessità del carcere e sull'opportunità di scoprire qualcosa meglio del carcere.

Mentre il virus ha suscitato, nella grande maggioranza dei Paesi, risposte governative di tipo paternalistico per i cittadini liberi, dove il buon padre di famiglia sa che, per il bene del figliolo, è opportuno selezionare le informazioni ed è preferibile indicare ciò che è consentito e ciò che non lo è ("non sono permessi party" ha più volte ribadito il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, illustrando l'ultimo DPCM del 26 aprile), l'attenzione per i cittadini detenuti è stata diversa. E il riflesso vendicativo che trasfigura buona parte della pubblica opinione non è mutato. Non è la dignità umana a essere stata messa al centro del dibattito pubblico quanto esigenze di tipo securitario. Si è affrontata l'emergenza senza cogliere l'occasione di ripensare il carcere.

Eppure, il richiamo forte alla dignità umana è stato presente in tutti gli interventi degli organi internazionali di tutela. Il Comitato prevenzione tortura e l'Inter-Agency Standig Commettee delle Nazioni Unite, il Consiglio d'Europa e l'Oms hanno ricordato agli Stati il dovere di rispettare i diritti umani anche nelle situazioni legate alla pandemia per il Covid-19, sollecitandoli, in particolare, a ridurre rapidamente la popolazione carceraria. Pur nelle fasi emergenziali più drammatiche, i principi guida per i legislatori e gli operatori del diritto sono quelli del rispetto della dignità umana, della solidarietà e della parità di trattamento.

Sulla promiscuità carceraria è intervenuto l'Alto Commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelette, raccomandando l'adozione di misure alternative alla detenzione così da ridurre il numero dei detenuti, per evitare una diffusione esplosiva del virus in ambienti chiusi e sovraffollati. Almeno 125 Paesi detengono più prigionieri di quelli per i quali sono stati progettati gli istituti penitenziari, di questi 20 hanno più del doppio del numero di detenuti consentiti, secondo il World Prison Brief, database dell'Institute for Crime & Justice Policy Research dell'Università di Londra.

La social distancing, che il mondo fuori dal carcere è chiamato a osservare, è solo un'illusione per il mondo nel carcere, dove il recluso è costretto a condividere celle pensate per una sola persona. Difendersi dal rischio di infezioni è praticamente impossibile in prigione.

In molti Paesi (tra cui Argentina, Brasile, Francia, Iran, Svizzera, Tailandia e Venezuela), al primo comparire dell'epidemia, i detenuti hanno protestato contro il sovraffollamento e le cattive condizioni igieniche e sanitarie che li espongono a maggior rischio di contrarre Covid-19. In Italia, i detenuti di S. Vittore, Poggioreale e S. Maria C.V. hanno reagito alle restrizioni imposte non accompagnate da informazioni chiare sulla situazione sanitaria. Negli istituti di Modena e Rieti, tra i primi a ospitare le sommosse, si sono registrati 12 decessi per abuso di sostanze sottratte dalle infermerie; da Foggia c'è stata una massiccia evasione di 72 detenuti mentre a Bologna l'amministrazione ha disposto di saldare i cancelli di accesso. Il bilancio economico è grave, 35 mln di danni alle strutture, centinaia di posti letto distrutti, 150mila euro di psicofarmaci rubati.

La pericolosità della dimensione carceraria, connotata da fatiscenza delle strutture e da sovraffollamento, è stata sottolineata anche nell'ambito del Consiglio d'Europa. Sia il Presidente dell'Assemblea Parlamentare che il Comitato europeo prevenzione della tortura hanno ricordato come alcuni diritti - come quello alla vita o il divieto di tortura e schiavitù - non possono essere sospesi in nessuna circostanza. Il principio guida cui tutti gli Stati dovrebbero attenersi è quello di adottare ogni possibile misura per la protezione della salute e della sicurezza di tutte le persone private della libertà personale nel rispetto prioritario della dignità umana. Anche per il Cpt il ricorso a misure alternative alla detenzione (quali le alternative alla custodia cautelare, la commutazione della pena, la liberazione condizionale, la messa alla prova e la detenzione domiciliare) è prioritario rispetto ad altri interventi, soprattutto in situazioni di sovraffollamento. Infine, è rimarcata la necessità di uno screening preventivo dei detenuti e la compensazione di ogni restrizione ai contatti con il mondo esterno, inclusi i colloqui visivi, con un accesso maggiore a diverse forme di comunicazione (come il telefono o Voce tramite protocollo internet o VoIP).

Prevenzione, cura, diminuzione dei numeri. Queste le indicazioni date agli Stati - Nel Regno Unito, il Governo ha previsto, a inizio aprile, alcune misure per il rilascio, temporaneo, mediate l'impiego del braccialetto elettronico, dei detenuti a basso rischio, che hanno già scontato almeno la metà della pena detentiva. Non sono, invece, interessati dal provvedimento i reclusi ad alto rischio, cioè chi è stato condannato per reati di violenza, violenza sessuale o che rappresenta un pericolo per i minori o per la sicurezza nazionale, né chi ha commesso reati legati al Covid-19. Non è rilasciato neanche chi presenta sintomi da coronavirus o chi non è in possesso di un alloggio o di supporto sanitario. Le misure sono, tuttavia, drammaticamente inefficaci: a beneficiarne dovrebbero essere circa 4000 detenuti, cioè il 5% della popolazione carceraria nel Regno Unito (a dicembre 2019 era di 83.000 persone distribuite in modo disomogeneo nei 117 istituti detentivi). "Sarebbe indispensabile avere un detenuto per cella e quindi rilasciarne almeno tra i 10.000 e i 15.000", precisa Richard Garside, direttore del Centre for Crime and Justice Studies. Il programma per il rilascio anticipato è stato sospeso dopo che 6 persone sono state liberate per un errore ammnistrativo.

In Francia, 83 detenuti e 204 agenti penitenziari sono risultati positivi al Covid-19. Invece, 433 detenuti e 465 agenti hanno manifestato sintomi riconducibili al virus ma non sono ancora stati sottoposti al test. Il Governo ha disposto la liberazione anticipata dei detenuti che erano a soli 2 mesi dalla fine della loro pena, dei detenuti con problemi di salute e di quelli in custodia cautelare.

In Svizzera, le autorità bernesi hanno concesso gli arresti domiciliari a 27 detenuti, appartenenti a categorie a rischio, che si trovavano in un regime di carcere aperto o di semidetenzione e ha rinunciato all'ingresso in carcere nel caso di condanna a pena inferiore a 30 giorni.

In Italia, complicato è tenere traccia dei numeri dell'emergenza, eppure carcere e coronavirus devono essere letti anche attraverso i loro numeri. Il bollettino del Garante nazionale del 28 aprile conta 53.345 detenuti a fronte di una capienza pari a 46.731 posti; la popolazione carceraria è diminuita di circa 8000 detenuti dal 1° marzo. Quasi 3000 persone stanno proseguendo l'esecuzione della pena ai domiciliari e di questi sono circa 700 i detenuti a cui è stato applicato il braccialetto elettronico.

Il dato del sovraffollamento non è l'unico significativo. A questo deve essere aggiunto l'elemento dello spazio pro-capite che deve essere garantito a ciascun detenuto per non violare l'art.3 Cedu: tre metri quadri. È inevitabile che in caso di positività di un detenuto sia difficile isolare i contagiati ai sensi dell'art. 33 dell'ordinamento penitenziario. Nelle attuali condizioni delle carceri non è possibile assicurare un'adeguata prevenzione di contagi da coronavirus: distanza di sicurezza, igiene personale, sanificazione dell'ambiente. Sono tuttora carenti i dispositivi di protezione individuale.

Intanto, i numeri del contagio sono in veloce ascesa, al momento si contano circa 150 detenuti contagiati, più di 200 positività tra agenti e operatori. La situazione è estremamente variabile nelle diverse Regioni, al 22 aprile viene denunciata la realtà del carcere di Verona dove i positivi sono 29 detenuti, 20 agenti, 2 medici e 1 infermiere. Focolai anche alle Vallette di Torino e a S. Maria C.V, a Brindisi il virus è entrato per mezzo di un nuovo arresto negativo alla tenda-triage ma poi aggravatosi. La maggior parte dei positivi è asintomatica. E la totale assenza di uno screening della popolazione carceraria porta a disistimare le reali dimensioni del fenomeno. Pur se appare diversamente, il carcere è una realtà movimentata: personale penitenziario, amministrativo e sanitario, cappellani, volontari, avvocati, magistrati, parenti, garanti. Le mura del carcere possono ritardare ma non impedire la diffusione del virus.

Le risposte, giudiziarie e governative, per fronteggiare l'emergenza non sono state lineari e spesso poco efficaci per una reale riduzione della popolazione ristretta.

Parte della magistratura ha dimostrato di gestire la pandemia in modo coerente con le raccomandazioni internazionali. Il primo intervento è stato del Procuratore generale presso la Corte di cassazione che ha invitato a interpretare gli strumenti normativi alla luce dell'emergenza sanitaria in un'ottica di valorizzazione della malattia da Covid-19 come presupposto interpretativo all'applicazione delle misure. Se la maggior parte della magistratura di sorveglianza ha negato la sospensione della detenzione, non sono mancati provvedimenti - illuminati - di accoglimento. La situazione emergenziale è stata fronteggiata attraverso gli strumenti ordinari dell'ordinamento penitenziario, ora per salvaguardare la tutela della salute collettiva, dando massima applicazione possibile a misure alternative alla detenzione, in presenza ovviamente dei presupposti di legge, così da alleviare la situazione di sovraffollamento e garantire all'interno degli istituti l'adozione delle misure necessarie per prevenire la diffusione del contagio; ora in un'ottica di tutela della salute individuale, garantendo l'immediata fuoriuscita dal carcere di detenuti più esposti alle conseguenze del virus per età e per le patologie accertate (tra cui quelle relative ad alcuni detenuti in 41 bis).

Il Governo è intervenuto con il d.l. Cura Italia (convertito in legge il 24 aprile) con misure di chiusura del carcere all'esterno e di timida apertura per i detenuti disponendo la sospensione dei colloqui in persona prevedendo, ove possibile, la prosecuzione degli stessi tramite modalità telematica, autorizzando la sospensione della concessione di permessi premio e il regime di semilibertà, nulla prevedendo riguardo il regime di lavoro esterno che risulta di fatto sospeso. È stata prevista la detenzione domiciliare speciale rivolta a quanti devono scontare un residuo di pena tra 6 e 18 mesi, a patto che siano dotati di braccialetti elettronici, al momento non disponibili, rischiando di limitarne eccessivamente l'applicabilità. Sono state previste licenze straordinarie per i semiliberi. Tutte misure dalla scarsa capacità deflattiva. Poco aggiunge, sotto questo profilo, il Dpcm 26 aprile 2020, che, prescrivendo l'isolamento per i nuovi ingressi che siano sintomatici, pone raccomandazioni tese a valutare la possibilità di misure alternative di detenzione domiciliare per i nuovi ingressi sintomatici e riguardo ai permessi e semilibertà spinge per limitarne l'utilizzo in modo da evitare l'uscita e il rientro dalle carceri, preferendo misure alternative di detenzione domiciliare.

Parole quali indulto e amnistia non sono state pronunciate, con la sola eccezione del Portogallo in cui è stato adottato un indulto, unitamente ad altre misure volte a ridurre il numero dei detenuti.

La pandemia avrebbe potuto costituire un'occasione, per ripensare a nuovi mondi penitenziari, per inventarsi politiche veramente orientate alla rieducazione della pena e alla tutela della dignità dei detenuti. Il carcere ha bisogno di cura. Sempre.

 

 

 

 

 

 

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